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martedi 25 settembre

Europa - Giappone: riflessioni su un accordo annunciato

Il vino italiano e l’accordo commerciale Europa - Giappone: capirlo e sfruttarlo.


Europa - Giappone: riflessioni su un accordo annunciato
Un accordo atteso e dall’iter non certo breve quello tra Europa e Giappone. Se ne parla dal 2013, poi finalmente la prima bozza firmata tra le parti nel dicembre 2017. Ma la firma del trattato vero e proprio, finale ed esecutivo, è del 17 Luglio scorso a Tokyo, e dà il via definitivo. Ora manca la ratifica dei due parlamenti, europeo e giapponese, che è però solo un passaggio burocratico, e che ci permette finalmente di sapere quando l’accordo diventerà esecutivo: entro la fine di Marzo 2019, prima dell’inizio della Brexit. 

Visto che sappiamo quando, è il momento di capire bene cosa; vediamo quindi i dettagli, quello che l’accordo significa per il vino italiano.

Cosa succede ora. A parte le analisi ed i vari documenti necessari, oggi qualsiasi tipo di vino italiano che approdi sul suolo giapponese è sottoposto a dazio. I vini spumanti, come ad esempio il nostro portabandiera Prosecco, pagano 182 Yen al litro (€ 1,43 al cambio del 29 agosto); parliamo in pratica di un euro a bottiglia, incidenza bassissima per uno Champagne, ma parecchio pesante per un Prosecco che parte a pochi euro EXW (Incoterm per Franco Fabbrica). Facciamo un esempio pratico, anche se in grande sintesi, da poter poi usare come riferimento in seguito. Un Prosecco Treviso DOC parte a € 5,00 EXW; entra in Giappone a € 6.00 con il dazio applicato. Calcoliamo gli altri costi per arrivare al CIF (Cost Insurance Freight: il costo totale della merce e del trasporto, assicurazioni incluse) ad € 1,50 e siamo a €7,50. Imposta sui consumi 8% (quella resterà) sui 7,50, e arriviamo a ben più di € 8,00. Gli altri vini fermi, in contenitori sino a due litri, pagano la tariffa più bassa tra il 15% del valore o 125 Yen al litro (circa un euro); in ogni caso non meno di 67 Yen litro (circa 50 centesimi). Anche qui la penalizzazione è sui vini economici.

Cosa succederà. Molto semplice, non si pagherà più nulla. L’importazione sarà sempre sottoposta a tutti gli obblighi sanitari, di analisi e quant’altro, ma nessuno dei dazi elencati prima sarà più applicato. Sempre prendendo ad esempio il nostro Prosecco Treviso DOC di prima, e seguendo lo stesso schema, il vino entrerà sul mercato a circa € 7,00; una differenza che può variare con la fluttuazione del cambio, ma sempre nettamente superiore ad un euro a bottiglia in meno, che diventa per il consumatore finale una differenza, tenendo conto che i ricarichi successivi sono sempre in percentuale al valore, di almeno tre o quattro euro. Su una bottiglia che parte da 5 euro direi differenza significativa. Direi anzi una differenza che può fare la differenza.

Esperienze passate. Anche qui in estrema sintesi: un accordo simile fu applicato tra Giappone e Cile. I vini cileni erano già competitivi sulla fascia di prezzo bassa, ma dopo questo accordo sono diventati i vini più importati in Giappone in termini di volume, superando anche la Francia (l’Italia è stabile al terzo posto, ma abbastanza distanziata). Non hanno aumentato il fatturato in maniera significativa o almeno altrettanto interessante, e anche questo è un dato di cui dovremo tenere conto all’applicazione del trattato. Usufruire dei vantaggi economici che ne derivano, ma non lasciarsi trascinare dai volumi a prezzi ancora più bassi, sostenibili forse dai cileni, ma non certo dagli italiani e dai nostri costi di produzione, costo del lavoro, dei trasporti e quant’altro. Monetizzare l’accordo sarà per noi meglio che svenderlo.

Concorrenza europea. Ovviamente il trattato non avvantaggia solo noi, ma tutti i produttori europei. I francesi ne avranno probabilmente i vantaggi minori: il loro prezzo medio è il più alto tra tutti i paesi esportatori, e l’assenza di dazi inciderà in maniera sensibilmente minore, molto meno percettibile dal consumatore finale (prezzo medio EXW da dati doganali giapponesi 2017 di € 5,87 a bottiglia). La Spagna potrebbe avvantaggiarsene, e parecchio; da sempre produttrice di vini dall’ottimo rapporto qualità prezzo, al momento gli spagnoli sono al quinto posto in termini di valore e al quarto in termini di volumi, con un prezzo medio molto basso di € 1,76 a bottiglia; per loro l’assenza di dazi potrebbe davvero fare la differenza, ed i loro Cava li vedrò da quel momento come temibili concorrenti. Per riferimento, il prezzo medio italiano 2017 è stato di circa € 3,00 a bottiglia, e abbiamo esportato circa tre volte il valore della Spagna, mentre il volume è stato di circa il 68% in più.

Promozione. Quando si parla di accordi tra stati e unioni, a mio parere, il pieno sfruttamento degli stessi passa anche dalla promozione, dal sostegno pubblico che lo stato coinvolto fornisce agli imprenditori privati. La Francia, anche se come abbiamo detto prima probabilmente non trarrà vantaggi sostanziali, si sta già muovendo con la sua macchina da guerra Sopexa; vari influencers giapponesi sono già stati attivati dall’agenzia francese, ad influenzare appunto consumatori e importatori. Della Spagna non si hanno per ora notizie, impegnata probabilmente com’è a gestire il blocco degli OCM ai piani quinquennali (clausola che danneggia parecchio anche noi tra le altre cose) e priva di un’agenzia unica di promozione. Ma nemmeno l’Italia si sta facendo sentire. Mi auguro che almeno l’ufficio ITA (Italian Trade Agency) presso l’ambasciata italiana a Tokyo stia programmando qualcosa.

Considerazioni finali. Si tratta di un momento unico che dobbiamo cercare di sfruttare, e che tra l’altro arriverà esattamente un anno prima delle olimpiadi di Tokyo, momento che vede più del 75% degli importatori prevedere un aumento dei consumi, e quindi delle importazioni. In costante attesa di un supporto istituzionale, e magari anche di una gestione meno caotica e imprevedibile degli OCM, dobbiamo muoverci singolarmente.
Il momento giusto per intensificare le visite, attuare quella promozione individuale necessaria a coinvolgere gli importatori, a pianificare un 2019 che sfrutti le nuove regole. Se vi sembra presto, sappiate che è da qualche mese che parlo di 2019: nuove carte vini, introduzioni di nuove referenze, e addirittura prenotazioni delle nuove annate. I giapponesi si muovono con tempi diversi e molto più anticipati, cosa da non dimenticare mai. In bocca al lupo!

Europa - Giappone: riflessioni su un accordo annunciato

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk


Roberto Bosticco, corrispondente da Tokyo

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giovedi 13 settembre

Grecia, aperto e dinamico, il mercato del vino strizza l’occhio all’Italia

L'intervista al MW greco Yiannis Karakasis a proposito di vini italiani e non solo


Grecia, aperto e dinamico, il mercato del vino strizza l’occhio all’Italia

Yiannis Karakasis MW


Tra i mercati europei in crescente espansione negli ultimi anni, la Grecia, una dei più antichi Paesi vinicoli del mondo, sta facendo sicuramente passi da gigante. Già Omero, nei suoi scritti, appellava la terra greca con Ampelóessa ("piena di vigneti"). Nei secoli, alterne vicende di distruzione politica e culturale hanno impedito l'evoluzione, poi, l'insediamento ottomano dal 17 ° al 19 °secolo, ha frenato lo slancio della produzione.
Negli ultimi 20 anni, però, la viticoltura greca sta emergendo grazie alla globalizzazione che ha portato nuove tecnologie e know-how della nuova generazione di enologi e di viticoltori, formatisi all’estero, impegnati a migliorare gli aspetti del vino greco, non solo con nuove varietà ma recuperando le varietà indigene " circa 300 - dimenticate nei vigneti abbandonati.
Know "how e crescente enoturismo internazionale segnano maggiore attenzione ai gusti dei consumatori, sempre più esigenti, con ampliamento dell’offerta anche ai mercati esteri.
Per la mia ricerca ho intervistato uno tra i più influenti
Master of Wine del mondo, Yiannis Karakasis MW, consulente per aziende vinicole e di Greece and Grapes, la più grande enoteca online in Grecia, esclusiva sul vino greco. È anche una delle voci più autorevoli per i vini greci e ciprioti attraverso il suo blog karakasis.mw, fondato nel 2016. Yiannis promuove regolarmente vino greco in tutto il mondo, dall'Australia all'Europa, agli Stati Uniti. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo e-book sul vino greco intitolato ''The Vineyards and Wines of Greece 2017''. Insegna ai seminari di MW e ai masterclass accademici regionali. È giudice per Decanter World Wine Awards. La sua più grande passione per il vino sono i vini pre-fillossera.
Mr. Karakasis, qual è il margine di richiesta del vino italiano in Grecia? 
Il vino italiano è ben posizionato in Grecia ed è il numero 2 in valore totale dopo la Francia, con un mercato complessivo secondo le statistiche nazionali stimato a 12 milioni di euro (contro 14 per la Francia). Non ci sono dati disponibili disaggregati per regione di provenienza, ma io considero siano principalmente la Toscana, la Sicilia e il Piemonte (quest'ultimo per i vini premium).

Secondo la Sua vasta esperienza, qual è la tipologia di vino preferita tra vino bianco, rosso, rosé, spumante, Prosecco? 
Il Prosecco è molto importante per la domanda. Ogni azienda importatrice che presenta la propria proposta propone il Prosecco. Poi ci sono i rossi delle regioni che ho menzionato prima.
 
Ci sono regioni italiane preferite per la qualità del loro vino? 
Come ho spiegato prima Toscana con Chianti, Brunello e Super Tuscans, Sicilia con i vini dell’Etna recentemente in aumento, Piemonte per il Barolo e anche il Friuli per i bianchi.
 
Secondo la sua esperienza, dove il vino italiano è più proposto: nei ristoranti, nei bar o nelle enoteche? 
Principalmente nei ristoranti perché in Grecia ci sono molti ristoranti italiani e nelle enoteche per l'intera gamma. Il Prosecco nei wine bars.


Qual’è il Suo tipo di vino preferito? 
I rossi, concentrati e corposi, non sono i miei preferiti. Cerco vini eleganti e new wave, come Brunello, vini dell'Etna e del Friuli.
 
Che tipo di strategie o azioni consiglia a un produttore che volesse avvicinarsi al mercato greco? 

Trovare un importatore affidabile e degno di fiducia. Come ottenerne uno è il vero problema...

Cibo greco, dieta mediterranea e vino italiano: una combinazione che può funzionare? 

Assolutamente. Abbiamo una fantastica cucina mediterranea che può essere meravigliosamente abbinata ai vini italiani. Ad esempio Moussaka con un Chianti o un rosso dell'Etna, o deliziose bistecche con il Barolo. Per i bianchi le cose sono più difficili perché abbiamo tante opzioni per accoppiare frutti di mare come Assyrtiko, Moschofilero e Robola.
 
Un'ultima domanda: non ha menzionato i vini rosati, eccellenti produzioni italiane anche nella versione spumantizzata, la Puglia al primo posto. Perché? 
Nei miei ultimi viaggi a Creta, ho notato una crescente attenzione dei produttori alle richieste di rosato da Romeiko, vitigno autoctono isolano particolarmente resistente, per rossi vivaci con alta gradazione alcolica, acidità media e colore variabile.
Quest’anno, ho visitato la Dourakis Winery  in Alikambos, areale di Chanìa, dove stanno sperimentando il vino spumante rosè proprio da uve Romeiko. 


Secondo Lei, tale attenzione ai rosati può essere letta come nuovo slancio del mercato greco anche ai rosè italiani?
La Grecia, per quanto riguarda i vini rosati, parla di Whispering Angel, Domaine Ott, Miraval ecc. So che i rosati italiani sono eccellenti, ma penso che ci sia bisogno di più tempo in generale, anche se mi risulta che, comunque, alcune enoteche ne abbiano. 


Carmen Guerriero

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lunedi 23 luglio

Vino italiano in Cina: quali sono i nuovi trend e chi acquista i vini importati?

L’amore per il vino italiano cresce, cerchiamo di capire i motivi di questo successo e le possibilità ancora da esplorare.


Vino italiano in Cina: quali sono i nuovi trend e chi acquista i vini importati?
La cultura cinese, sebbene ci sembri lontana sotto molti aspetti, trova degli elementi in comune con quella italiana, elementi chiave per poter continuare a cavalcare l’onda di un successo, forse inaspettato in tempi così rapidi, come quello del vino italiano. Grazie ai preziosi feedback che siamo riusciti a reperire da chi già commercia con la Cina, abbiamo deciso di dare qualche suggerimento a chi sta considerando di entrare in questo mercato e si chiede quante siano le possibilità di riuscita.
Prima di tutto, facciamo una considerazione generica sullo stato economico del Paese: le condizioni del mercato sono buone, nonostante sia da anni che si parla della Cina come mercato d’entrata, la crescita del paese non sembra arrestarsi, anzi. Negli ultimi 38 anni il Pil del Paese è cresciuto a un tasso del 9.6%, un risultato senza precedenti, come dichiara anche Il Sole 24 ore.
L’importazione di vino italiano in Cina continua a crescere, ce lo segnala il recente sondaggio Wine Intelligence spiegando gli ultimi trend di importazione nel mercato del dragone (che vi consigliamo di leggere), ma noi ci chiediamo: chi sono i consumatori di vino in Cina? Qual è il loro potere d’acquisto e perché amano tanto il Bel Paese?

Secondo un recente sondaggio di HKTDC (Hong Kong Trade Development Council), il potere d’acquisto della classe media, i cosiddetti “new normal”, è cresciuto. I consumatori di questa fascia sono genericamente ottimisti riguardo alle loro spese. L’81% dei consumatori di classe media prevede che le proprie entrate continuino a crescere per i prossimi 2 anni. Riguardo all’impatto economico di consumo, solamente il 14% degli intervistati afferma di voler essere più prudente nelle proprie spese, mentre il 51% afferma di poter spendere più di prima nella ricerca di una più alta qualità della vita. Per i cinesi di classe media, l’esercizio fisico regolare e l’alimentazione occidentale sono elementi che stanno sempre più entrando nella quotidianità e nel loro stile di vita, ovviamente fra questi rientra il vino italiano, considerato un prodotto qualitativamente prestigioso, del cui possesso andare molto fieri. In alcuni casi, ad esempio quello del vino d’annata, si parla di prodotti di vero e proprio lusso.

Quali sono le possibilità?

Sempre secondo le statistiche riportate da HKTDC, il valore delle importazioni di vino è cresciuto del 12.6% dal 2011 al 2017. In termini di volume, le importazioni sono passate da 370 milioni di litri nel 2011 a 750 milioni di litri nel 2017. I consumatori sembrano preferire il vino rosso, e le occasioni per consumarlo sono parecchie (alcune le approfondiremo più avanti), fra le quali il semplice “consumo a casa”, che occupa una grande percentuale. Il vino bianco o lo sparkling e il rosè, vengono consumati principalmente durante gli eventi mondani. Nonostante il vino rosso occupi la gran parte dei consumi nel Paese, ci sono buone quindi buone possibilità anche per le altre categorie.
L’unica nota ancora dolente per lo sviluppo potenziale del vino in Cina, riguarda la forte predominanza della cultura del tè nel paese. Per chi non ne fosse a conoscenza, il tè viene consumato in grandi quantità a tutte le ore del giorno, compresi i pasti. Possiamo dire con certezza che il tè nella società cinese, occupa un settore considerevole, paragonabile in dimensioni al settore enologico italiano: c’è molta attenzione nella cura e nella promozione delle varietà di tè e del procedimento di selezione e trattamento delle foglie di queste varietà. La buona notizia però è che nonostante questo legame alla loro tradizione (sono un popolo ancorato alla propria storia, morto orgoglioso e patriottico) l’occidentalizzazione procede a gonfie vele ed accettano di buon grado di introdurre il consumo del vino nel proprio stile di vita.
I consumatori cinesi amano le gradazioni alcoliche molto elevate, sono infatti abituati a consumare whisky e distillati vari anche durante i pasti. Secondo questo fattore quindi, i vini ad alta gradazione alcolica sono i benvenuti in questo mercato. C’è qualche possibilità però anche per i vini a bassa gradazione, una parte dei “nuovi bevitori”, adattandosi alle abitudini occidentali, preferisce un gusto più leggero, ma rimane una percentuale piuttosto esigua. Opportunità davvero limitate per il vino organico, è ancora troppo presto per proporre questa tipologia, in quanto la domanda è davvero scarsa al momento.

Cosa piace dell’Italia e dei suoi vini in Cina?
Ormai abbastanza risaputo è che il palato orientale apprezza particolarmente le note dolciastre, trend che sta un po’ svanendo nei mercati tradizionali, per lasciare spazio a sperimentazioni nuove e gusti più freschi. I vini dalle note più fruttate, o dal sentore forte di invecchiamento vengono molto apprezzati in Cina, per fare un esempio, le vecchie annate di Valpolicella o di Amarone, di Barolo, di Chianti, quelle più legate alla produzione tramite metodi tradizionali e dal gusto classico, ricevono ottimi consensi.

In che occasioni comprano il vino italiano e perché?
Vista la grande importanza del concetto di “regalo” nella cultura cinese (alla base di qualsiasi rapporto che si rispetti) da qualche anno il vino viene considerato un ottimo omaggio da destinare ad amici, parenti e contatti di lavoro. Inoltre il rispetto per la figura femminile è importante, e alle donne vengono genericamente offerti molti omaggi.
Molti report segnalano poi che il vino venga consumato, in gran parte dalle donne, per ragioni salutistiche, viste le proprietà anti-età e e anti-ossidanti che contiene. Un sondaggio fra quelli citati precedentemente mostra come il 61% delle donne (contro il 28% degli uomini) beva vino per ragioni di “bellezza”. D’altro canto, il 55% degli uomini (contro il 42% femminile) afferma di berlo in quanto esso rappresenta il simbolo di una vita di qualità.



Queste sono solo alcune delle considerazioni che possono essere fatte su una popolazione tanto curiosa e amante della cultura italiana. Una cosa è certa, sfruttare l'immagine che viene percepita dell'Italia è buona cosa, ma non bisogna adagiarsi sugli allori. Se si desidera avere a che fare con la Cina, bisogna anzitutto conoscere la cultura del paese e studiare bene l'approccio con cui presentarsi, che sia strategico e, più di tutto, rispettoso.
Noemi Mengo

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martedi 17 luglio

Low- o No-alcohol wines, sì o no?

Ecco un aggiornamento sulla tendenza in atto del consumo di vino o bevande a basso contenuto alcolico


Low- o No-alcohol wines, sì o no?

Esempi di vini a basso contenuto alcolico venduti in UK


Low-alcohol o No-alcohol wines: quante volte ne avete sentito parlare? 
Il consumo di bevande analcoliche e a basso contenuto alcolico sembra essere in crescita in diversi Paesi d’Europa, ma anche oltre oceano, specialmente in Australia e Nuova Zelanda (come emerge dall'indagine di Wine Intelligence più avanti in questo articolo).
Senza avere la pretesa di delineare in modo netto i confini di tale argomento, ancora molto nebuloso all’orizzonte, cerchiamo di analizzare assieme tre interessanti posizioni di esperti del settore.

Questo trend ci viene descritto in modo chiaro in un recente articolo dell’esperto di vino inglese
Richard Siddle, che si concentra prevalentemente sul mercato della birra per esplorare quali sono i confini attuali di questo trend applicati al mondo del vino.
Il settore della birra analcolica e a bassa gradazione alcolica occupa oggi il
14% del mercato spagnolo e italiano ed ha registrato un aumento di consumo di 18mila litri nel mercato inglese. Questo trend di consumo sembra essere guidato dal principio cardine: bere meno, ma farlo scegliendo la qualità.
La crescita esponenziale del consumo di birra analcolica e a bassa gradazione alcolica, non si è però registrata anche per il vino, mercato con grande potenziale, che, secondo Siddle, dovrà sfruttare il trend della birra come rampa di lancio per un futuro che richiede un aumento della qualità unita alla riduzione di grado alcolico.

Un caso specifico che fa da esempio a sostegno della tesi di Richard Siddle è quello inglese, riportato nell’articolo di The Guardian di inizio anno di
Sarah Butler. Secondo l’articolo, una ricerca condotta dal Kantar Worldpanel ha evidenziato, infatti, che in Inghilterra la vendita di birre, sidro e altri cocktail con contenuto alcolico inferiore al 1,2% è cresciuta di circa il 30% in più nell’ultimo anno, mentre la richiesta dei vini a basso contenuto alcolico è cresciuta dell’8%. Ad essere approdate sul mercato delle birre a basso contenuto alcolico e senza alcol sono state grandi marche internazionali come la Heineken, la Becks e la Budweiser. Per quanto riguarda il vino in modo specifico, invece, il trend non sembra essere ancora così diffuso come per la birra e il sidro neanche in Inghilterra; questo, nonostante grandi catene come Tesco e Aldi abbiano iniziato ad introdurre rispettivamente più di cinque e di due tipi di vini a basso contenuto di alcol. Ad ogni modo si registra un aumento dei consumatori alla ricerca di vino di qualità a contenuto alcolico ridotto; inoltre, più di un quarto dei giovani tra i 16 e i 24 anni scelgono di bere analcolico. E questo è un dato da non sottovalutare in una visione futura.

Alla previsione di Siddle e all’analisi di dall’analisi Kantar Worldpanel si aggiunge il recente “
Global SOLA Wine Report: Sustainable, Organic and Lower-alcohol Wine Opportunities 2018” di Wine Intelligence. Il report è andato ad analizzare non solo il potenziale di vini analcolici e a basso contenuto analcolico, ma anche dei vini sostenibili e organici. Nel report si evidenzia come il consumo di vini analcolici e di bassa gradazione alcolica occupi ancora una posizione di nicchia anche se in potenziale crescita futura, trainata da un crescente aumento del consumo di bevande alternative con una moderata percentuale alcolica. In generale i consumatori sembrano preferire al vino altre tipologie di drink, tra cui mocktail (cocktail privi di alcol), soft drink o birre analcoliche.
Nonostante tale preferenza, certo è che i vini analcolici e a basso contenuto alcolico vengono comunque consumati anche se in quantità ridotte. Come registrato dal report di Wine Intelligence il maggiore consumo di vino a bassa gradazione alcolica si è riscontrato in Nuova Zelanda e in Australia. Mentre per quanto riguarda i vini analcolici le maggiori potenzialità sono emerse in Svezia e nei Paesi nordici in generale, mentre Portogallo e Giappone le meno ricettive.

Quale sarà il futuro dei vini analcolici e a bassa gradazione alcolica ancora non lo possiamo di certo sapere ora. Possiamo per il momento considerare questo trend potenziale e stare a vedere dove porterà i consumi. Partendo dalle posizioni opposte di Wine Intelligence, che sostiene tale settore sia ancora di nicchia, e di Siddle, che crede nelle potenzialità di esso, saranno i consumatori a decretarne il futuro.
Agnese Ceschi

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lunedi 16 luglio

Vino italiano in Polonia: quando l'alta qualità non basta

Il parere di Andrzej Sajniak, importatore polacco e titolare di Caterteam Sp.zo.o e dei punti vendita "Piccola Italia & Mediterraneo" di Varsavia


Vino italiano in Polonia: quando l'alta qualità non basta

Andrzej Sajniak


Con oltre 38 milioni di abitanti la Polonia è fra i più grandi mercati dell’Europa centro-orientale. La costante crescita economica registrata negli ultimi anni ha aumentato il potere d’acquisto affermando nuovi modelli di consumo. Risultato? Il trend al rialzo dei salari reali, l’espansione della classe media e una consistente domanda interna hanno visto crescere il nostro export di vino. 
Ad oggi qual è la percezione del vino italiano in Polonia? Per scoprirlo, abbiamo chiacchierato con Andrzej Sajniak, importatore titolare di Caterteam Sp.zo.o, società proprietaria di tutti i punti vendita al dettaglio “Piccola Italia & Mediterraneo” di Varsavia.

"Caterteam Sp. zo.o. è un'azienda che importa circa 2.500 prodotti alimentari di alta qualità e circa 350 vini" spiega Andrzej Sainiak. "Questi prodotti alimentari sono offerti a grossisti regionali, catene di ipermercati e discount, negozi di specialità gastronomiche ed enoteche. Caterteam possiede una catena di negozi da 100 a 300 metri quadri dal nome "Piccola Italia & Mediterraneo". Vendiamo tutti i tipi di cibo, formaggi, salumi e vino. La principale direzione di importazione proviene dai Paesi del Mediterraneo - Italia, Spagna, Francia e Portogallo, da cui importiamo il 90% dei prodotti alimentari".

Qual è il principale suggerimento che può dare ai produttori di vino italiani per comunicare e vendere i loro prodotti nel Suo paese?
Ciò che mi sento di suggerire è che la scelta migliore da fare sempre è, per me, offrire il miglior rapporto qualità-prezzo, supportando questa scelta a monte, ovvero tramite azioni promozionali per la degustazione dello stesso, verso i clienti destinatari finali, così da incrementare il loro livello di conoscenza del prodotto e delle sue origini.

Qual è l'immagine dei vini italiani nel Suo paese?
L’immagine del vino italiano è molto elevata, ha una buonissima fama, soprattutto grazie al fatto che i polacchi visitano da anni a scopo turistico le diverse regioni italiane, imparando sempre di più a conoscere gli aspetti enogastronomici delle stesse.

Quali azioni e attività ritiene che i produttori italiani dovrebbero fare per vendere meglio i loro vini nel Suo paese?
Io consiglierei di incrementare in quantità e qualità le attività di promozione dei prodotti, organizzare più degustazioni e affinare la formazione sia del personale di vendita, che si rivolgerà ai clienti finali, sia di questi ultimi, così che possano acquistare solo a fronte di una conoscenza appropriate del vino e dei prodotti culinari a cui esso meglio si abbina.

Punto critico e punto positivo sui vini italiani in Polonia...
Il punto critico è proprio la carenza di attività promozionali, d’altra parte in Italia ci sono tantissime varietà, e il consumatore finale andrebbe aiutato a comprenderle meglio. Il punto positive è che il vino italiano ha una qualità percepita davvero alta nel Paese, che lo aiuta sicuramente, ma non può vivere solo di rendita.

Quali attività organizza per promuovere i vini italiani in Polonia?
Cerchiamo di fare noi stessi attività di promozione o di mettere in piedi degustazioni e cerchiamo di formare i destinatari finali, attraverso la diffusione promozionale con la stampa, sulla nostra gazzetta promozionale, distribuita in circa 20.000 copie mensili e offerte nei nostri punti vendita. Al momento, Caterteam Sp.zo.o. è l’unica società polacca privata ad effettuare questo tipo di promozione e ne siamo molto orgogliosi.
Oltre a questo, organizziamo degustazioni periodiche a favore di personaggi del mondo istituzionale e settoriale, diffondiamo pubblicità sui media specializzati, e ci impegniamo per partecipare a più fiere ed eventi del settore possibili. 
Vino italiano in Polonia: quando l'alta qualità non basta

La gazzetta promozionale


Noemi Mengo

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Notizie dalla prima pagina
Abbiamo degustato per voi il Montemitorio Colli Berici DOC Tai Rosso 2016 di Dal Maso sabato 20 ottobre

Italian wines in the world: Montemitorio Colli Berici DOC Tai Rosso 2016 di Dal Maso

Abbiamo degustato per voi il Montemitorio Colli Berici DOC Tai Rosso 2016 di Dal Maso

We have tasted for you Dal Maso's Montemitorio Colli Berici DOC Tai Rosso 2016 saturday 20 october

Italian wines in the world: Dal Maso's Montemitorio Colli Berici DOC Tai Rosso 2016

We have tasted for you Dal Maso's Montemitorio Colli Berici DOC Tai Rosso 2016

La cantina friulana presenta un'edizione limitata di una magnum di rosso con un uvaggio di Refosco e Pignolo. venerdi 19 ottobre

Zorzettig rosso fuoco: la forza e la passione degli autoctoni

La cantina friulana presenta un'edizione limitata di una magnum di rosso con un uvaggio di Refosco e Pignolo.