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lunedi 23 luglio

Vino italiano in Cina: quali sono i nuovi trend e chi acquista i vini importati?

L’amore per il vino italiano cresce, cerchiamo di capire i motivi di questo successo e le possibilità ancora da esplorare.


Vino italiano in Cina: quali sono i nuovi trend e chi acquista i vini importati?
La cultura cinese, sebbene ci sembri lontana sotto molti aspetti, trova degli elementi in comune con quella italiana, elementi chiave per poter continuare a cavalcare l’onda di un successo, forse inaspettato in tempi così rapidi, come quello del vino italiano. Grazie ai preziosi feedback che siamo riusciti a reperire da chi già commercia con la Cina, abbiamo deciso di dare qualche suggerimento a chi sta considerando di entrare in questo mercato e si chiede quante siano le possibilità di riuscita.
Prima di tutto, facciamo una considerazione generica sullo stato economico del Paese: le condizioni del mercato sono buone, nonostante sia da anni che si parla della Cina come mercato d’entrata, la crescita del paese non sembra arrestarsi, anzi. Negli ultimi 38 anni il Pil del Paese è cresciuto a un tasso del 9.6%, un risultato senza precedenti, come dichiara anche Il Sole 24 ore.
L’importazione di vino italiano in Cina continua a crescere, ce lo segnala il recente sondaggio Wine Intelligence spiegando gli ultimi trend di importazione nel mercato del dragone (che vi consigliamo di leggere), ma noi ci chiediamo: chi sono i consumatori di vino in Cina? Qual è il loro potere d’acquisto e perché amano tanto il Bel Paese?

Secondo un recente sondaggio di HKTDC (Hong Kong Trade Development Council), il potere d’acquisto della classe media, i cosiddetti “new normal”, è cresciuto. I consumatori di questa fascia sono genericamente ottimisti riguardo alle loro spese. L’81% dei consumatori di classe media prevede che le proprie entrate continuino a crescere per i prossimi 2 anni. Riguardo all’impatto economico di consumo, solamente il 14% degli intervistati afferma di voler essere più prudente nelle proprie spese, mentre il 51% afferma di poter spendere più di prima nella ricerca di una più alta qualità della vita. Per i cinesi di classe media, l’esercizio fisico regolare e l’alimentazione occidentale sono elementi che stanno sempre più entrando nella quotidianità e nel loro stile di vita, ovviamente fra questi rientra il vino italiano, considerato un prodotto qualitativamente prestigioso, del cui possesso andare molto fieri. In alcuni casi, ad esempio quello del vino d’annata, si parla di prodotti di vero e proprio lusso.

Quali sono le possibilità?

Sempre secondo le statistiche riportate da HKTDC, il valore delle importazioni di vino è cresciuto del 12.6% dal 2011 al 2017. In termini di volume, le importazioni sono passate da 370 milioni di litri nel 2011 a 750 milioni di litri nel 2017. I consumatori sembrano preferire il vino rosso, e le occasioni per consumarlo sono parecchie (alcune le approfondiremo più avanti), fra le quali il semplice “consumo a casa”, che occupa una grande percentuale. Il vino bianco o lo sparkling e il rosè, vengono consumati principalmente durante gli eventi mondani. Nonostante il vino rosso occupi la gran parte dei consumi nel Paese, ci sono buone quindi buone possibilità anche per le altre categorie.
L’unica nota ancora dolente per lo sviluppo potenziale del vino in Cina, riguarda la forte predominanza della cultura del tè nel paese. Per chi non ne fosse a conoscenza, il tè viene consumato in grandi quantità a tutte le ore del giorno, compresi i pasti. Possiamo dire con certezza che il tè nella società cinese, occupa un settore considerevole, paragonabile in dimensioni al settore enologico italiano: c’è molta attenzione nella cura e nella promozione delle varietà di tè e del procedimento di selezione e trattamento delle foglie di queste varietà. La buona notizia però è che nonostante questo legame alla loro tradizione (sono un popolo ancorato alla propria storia, morto orgoglioso e patriottico) l’occidentalizzazione procede a gonfie vele ed accettano di buon grado di introdurre il consumo del vino nel proprio stile di vita.
I consumatori cinesi amano le gradazioni alcoliche molto elevate, sono infatti abituati a consumare whisky e distillati vari anche durante i pasti. Secondo questo fattore quindi, i vini ad alta gradazione alcolica sono i benvenuti in questo mercato. C’è qualche possibilità però anche per i vini a bassa gradazione, una parte dei “nuovi bevitori”, adattandosi alle abitudini occidentali, preferisce un gusto più leggero, ma rimane una percentuale piuttosto esigua. Opportunità davvero limitate per il vino organico, è ancora troppo presto per proporre questa tipologia, in quanto la domanda è davvero scarsa al momento.

Cosa piace dell’Italia e dei suoi vini in Cina?
Ormai abbastanza risaputo è che il palato orientale apprezza particolarmente le note dolciastre, trend che sta un po’ svanendo nei mercati tradizionali, per lasciare spazio a sperimentazioni nuove e gusti più freschi. I vini dalle note più fruttate, o dal sentore forte di invecchiamento vengono molto apprezzati in Cina, per fare un esempio, le vecchie annate di Valpolicella o di Amarone, di Barolo, di Chianti, quelle più legate alla produzione tramite metodi tradizionali e dal gusto classico, ricevono ottimi consensi.

In che occasioni comprano il vino italiano e perché?
Vista la grande importanza del concetto di “regalo” nella cultura cinese (alla base di qualsiasi rapporto che si rispetti) da qualche anno il vino viene considerato un ottimo omaggio da destinare ad amici, parenti e contatti di lavoro. Inoltre il rispetto per la figura femminile è importante, e alle donne vengono genericamente offerti molti omaggi.
Molti report segnalano poi che il vino venga consumato, in gran parte dalle donne, per ragioni salutistiche, viste le proprietà anti-età e e anti-ossidanti che contiene. Un sondaggio fra quelli citati precedentemente mostra come il 61% delle donne (contro il 28% degli uomini) beva vino per ragioni di “bellezza”. D’altro canto, il 55% degli uomini (contro il 42% femminile) afferma di berlo in quanto esso rappresenta il simbolo di una vita di qualità.



Queste sono solo alcune delle considerazioni che possono essere fatte su una popolazione tanto curiosa e amante della cultura italiana. Una cosa è certa, sfruttare l'immagine che viene percepita dell'Italia è buona cosa, ma non bisogna adagiarsi sugli allori. Se si desidera avere a che fare con la Cina, bisogna anzitutto conoscere la cultura del paese e studiare bene l'approccio con cui presentarsi, che sia strategico e, più di tutto, rispettoso.
Noemi Mengo

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martedi 17 luglio

Low- o No-alcohol wines, sì o no?

Ecco un aggiornamento sulla tendenza in atto del consumo di vino o bevande a basso contenuto alcolico


Low- o No-alcohol wines, sì o no?

Esempi di vini a basso contenuto alcolico venduti in UK


Low-alcohol o No-alcohol wines: quante volte ne avete sentito parlare? 
Il consumo di bevande analcoliche e a basso contenuto alcolico sembra essere in crescita in diversi Paesi d’Europa, ma anche oltre oceano, specialmente in Australia e Nuova Zelanda (come emerge dall'indagine di Wine Intelligence più avanti in questo articolo).
Senza avere la pretesa di delineare in modo netto i confini di tale argomento, ancora molto nebuloso all’orizzonte, cerchiamo di analizzare assieme tre interessanti posizioni di esperti del settore.

Questo trend ci viene descritto in modo chiaro in un recente articolo dell’esperto di vino inglese
Richard Siddle, che si concentra prevalentemente sul mercato della birra per esplorare quali sono i confini attuali di questo trend applicati al mondo del vino.
Il settore della birra analcolica e a bassa gradazione alcolica occupa oggi il
14% del mercato spagnolo e italiano ed ha registrato un aumento di consumo di 18mila litri nel mercato inglese. Questo trend di consumo sembra essere guidato dal principio cardine: bere meno, ma farlo scegliendo la qualità.
La crescita esponenziale del consumo di birra analcolica e a bassa gradazione alcolica, non si è però registrata anche per il vino, mercato con grande potenziale, che, secondo Siddle, dovrà sfruttare il trend della birra come rampa di lancio per un futuro che richiede un aumento della qualità unita alla riduzione di grado alcolico.

Un caso specifico che fa da esempio a sostegno della tesi di Richard Siddle è quello inglese, riportato nell’articolo di The Guardian di inizio anno di
Sarah Butler. Secondo l’articolo, una ricerca condotta dal Kantar Worldpanel ha evidenziato, infatti, che in Inghilterra la vendita di birre, sidro e altri cocktail con contenuto alcolico inferiore al 1,2% è cresciuta di circa il 30% in più nell’ultimo anno, mentre la richiesta dei vini a basso contenuto alcolico è cresciuta dell’8%. Ad essere approdate sul mercato delle birre a basso contenuto alcolico e senza alcol sono state grandi marche internazionali come la Heineken, la Becks e la Budweiser. Per quanto riguarda il vino in modo specifico, invece, il trend non sembra essere ancora così diffuso come per la birra e il sidro neanche in Inghilterra; questo, nonostante grandi catene come Tesco e Aldi abbiano iniziato ad introdurre rispettivamente più di cinque e di due tipi di vini a basso contenuto di alcol. Ad ogni modo si registra un aumento dei consumatori alla ricerca di vino di qualità a contenuto alcolico ridotto; inoltre, più di un quarto dei giovani tra i 16 e i 24 anni scelgono di bere analcolico. E questo è un dato da non sottovalutare in una visione futura.

Alla previsione di Siddle e all’analisi di dall’analisi Kantar Worldpanel si aggiunge il recente “
Global SOLA Wine Report: Sustainable, Organic and Lower-alcohol Wine Opportunities 2018” di Wine Intelligence. Il report è andato ad analizzare non solo il potenziale di vini analcolici e a basso contenuto analcolico, ma anche dei vini sostenibili e organici. Nel report si evidenzia come il consumo di vini analcolici e di bassa gradazione alcolica occupi ancora una posizione di nicchia anche se in potenziale crescita futura, trainata da un crescente aumento del consumo di bevande alternative con una moderata percentuale alcolica. In generale i consumatori sembrano preferire al vino altre tipologie di drink, tra cui mocktail (cocktail privi di alcol), soft drink o birre analcoliche.
Nonostante tale preferenza, certo è che i vini analcolici e a basso contenuto alcolico vengono comunque consumati anche se in quantità ridotte. Come registrato dal report di Wine Intelligence il maggiore consumo di vino a bassa gradazione alcolica si è riscontrato in Nuova Zelanda e in Australia. Mentre per quanto riguarda i vini analcolici le maggiori potenzialità sono emerse in Svezia e nei Paesi nordici in generale, mentre Portogallo e Giappone le meno ricettive.

Quale sarà il futuro dei vini analcolici e a bassa gradazione alcolica ancora non lo possiamo di certo sapere ora. Possiamo per il momento considerare questo trend potenziale e stare a vedere dove porterà i consumi. Partendo dalle posizioni opposte di Wine Intelligence, che sostiene tale settore sia ancora di nicchia, e di Siddle, che crede nelle potenzialità di esso, saranno i consumatori a decretarne il futuro.
Agnese Ceschi

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lunedi 16 luglio

Vino italiano in Polonia: quando l'alta qualità non basta

Il parere di Andrzej Sajniak, importatore polacco e titolare di Caterteam Sp.zo.o e dei punti vendita "Piccola Italia & Mediterraneo" di Varsavia


Vino italiano in Polonia: quando l'alta qualità non basta

Andrzej Sajniak


Con oltre 38 milioni di abitanti la Polonia è fra i più grandi mercati dell’Europa centro-orientale. La costante crescita economica registrata negli ultimi anni ha aumentato il potere d’acquisto affermando nuovi modelli di consumo. Risultato? Il trend al rialzo dei salari reali, l’espansione della classe media e una consistente domanda interna hanno visto crescere il nostro export di vino. 
Ad oggi qual è la percezione del vino italiano in Polonia? Per scoprirlo, abbiamo chiacchierato con Andrzej Sajniak, importatore titolare di Caterteam Sp.zo.o, società proprietaria di tutti i punti vendita al dettaglio “Piccola Italia & Mediterraneo” di Varsavia.

"Caterteam Sp. zo.o. è un'azienda che importa circa 2.500 prodotti alimentari di alta qualità e circa 350 vini" spiega Andrzej Sainiak. "Questi prodotti alimentari sono offerti a grossisti regionali, catene di ipermercati e discount, negozi di specialità gastronomiche ed enoteche. Caterteam possiede una catena di negozi da 100 a 300 metri quadri dal nome "Piccola Italia & Mediterraneo". Vendiamo tutti i tipi di cibo, formaggi, salumi e vino. La principale direzione di importazione proviene dai Paesi del Mediterraneo - Italia, Spagna, Francia e Portogallo, da cui importiamo il 90% dei prodotti alimentari".

Qual è il principale suggerimento che può dare ai produttori di vino italiani per comunicare e vendere i loro prodotti nel Suo paese?
Ciò che mi sento di suggerire è che la scelta migliore da fare sempre è, per me, offrire il miglior rapporto qualità-prezzo, supportando questa scelta a monte, ovvero tramite azioni promozionali per la degustazione dello stesso, verso i clienti destinatari finali, così da incrementare il loro livello di conoscenza del prodotto e delle sue origini.

Qual è l'immagine dei vini italiani nel Suo paese?
L’immagine del vino italiano è molto elevata, ha una buonissima fama, soprattutto grazie al fatto che i polacchi visitano da anni a scopo turistico le diverse regioni italiane, imparando sempre di più a conoscere gli aspetti enogastronomici delle stesse.

Quali azioni e attività ritiene che i produttori italiani dovrebbero fare per vendere meglio i loro vini nel Suo paese?
Io consiglierei di incrementare in quantità e qualità le attività di promozione dei prodotti, organizzare più degustazioni e affinare la formazione sia del personale di vendita, che si rivolgerà ai clienti finali, sia di questi ultimi, così che possano acquistare solo a fronte di una conoscenza appropriate del vino e dei prodotti culinari a cui esso meglio si abbina.

Punto critico e punto positivo sui vini italiani in Polonia...
Il punto critico è proprio la carenza di attività promozionali, d’altra parte in Italia ci sono tantissime varietà, e il consumatore finale andrebbe aiutato a comprenderle meglio. Il punto positive è che il vino italiano ha una qualità percepita davvero alta nel Paese, che lo aiuta sicuramente, ma non può vivere solo di rendita.

Quali attività organizza per promuovere i vini italiani in Polonia?
Cerchiamo di fare noi stessi attività di promozione o di mettere in piedi degustazioni e cerchiamo di formare i destinatari finali, attraverso la diffusione promozionale con la stampa, sulla nostra gazzetta promozionale, distribuita in circa 20.000 copie mensili e offerte nei nostri punti vendita. Al momento, Caterteam Sp.zo.o. è l’unica società polacca privata ad effettuare questo tipo di promozione e ne siamo molto orgogliosi.
Oltre a questo, organizziamo degustazioni periodiche a favore di personaggi del mondo istituzionale e settoriale, diffondiamo pubblicità sui media specializzati, e ci impegniamo per partecipare a più fiere ed eventi del settore possibili. 
Vino italiano in Polonia: quando l'alta qualità non basta

La gazzetta promozionale


Noemi Mengo

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giovedi 12 luglio

Giovane ed orientabile: il Vietnam è una delle promesse asiatiche

L'intervista ad uno dei massimi sommelier vietnamiti Alex Thinh


Giovane ed orientabile: il Vietnam è una delle promesse asiatiche

Alex Thinh


Tra i mercati asiatici più in espansione degli ultimi anni, il Vietnam si sta dimostrando una possibile meta del vicino futuro per i vini italiani. I dati parlano chiaro con l’off-trade previsto in decisa crescita dai 2,7 milioni di litri venduti nel 2014 ai probabili 4 milioni nel 2019 e con l’on-trade che conta attuali 7,6 milioni di vendite di vini da uve (bollicine incluse), ma in previsione potranno superare quota 13 milioni a fine decennio.
Per approfondire meglio in mercato vietnamita abbiamo intervistato uno tra i più influenti sommelier del Paese
Alex Thinh, head sommelier della società d’importazione Da Loc Wines, che ha introdotto i vini italiani nel mondo degli hotel e ristoranti di lusso da più di 10 anni.
Con Alex abbiamo avviato una collaborazione per il prossimo tour in Vietnam dove siamo partner di Unexpected Italian dal 2 al 4 ottobre 2018.

Vietnam: una promessa per il futuro del vino in Asia. Perchè?
Il Vietnam è uno dei Paesi asiatici con il maggiore consumo di bevande alcoliche, specialmente la birra e gli spirits locali (https://www.straitstimes.com/asia/south-asia/which-asian-country-drinks-the-most). Grazie alla crescita economica e ai trend di consumo attuali il numero di persone che consuma vino sta sensibilmente aumentando. Considerando che questo Paese ha una popolazione di più di 90 milioni di abitanti, il Vietnam diventa chiaramente un mercato potenziale nel prossimo futuro su cui riporre attenzione.

Qual è l’approccio del consumatore vietnamita rispetto al vino in generale?
I vietnamiti hanno iniziato a bere vino grazie all’approccio alla cultura occidentale, accogliendo ospiti stranieri o degustando una cena in un ristorante di lusso o durante i party dove le persone bevono vino. Oggi gli importatori di vino condividono le loro conoscenza con i consumatori e ciò ha reso la popolarità di questo prodotto estremamente in crescita.

E l’approccio ai vini italiani?
I vietnamiti hanno delle preferenze di gusto e palato che li hanno portati ad approcciare al vino attraverso i vini dolci o i vini di corpo con un alto contenuto alcolico, ma con un tocco di dolcezza o sentori di frutta cotta o passita. Per questo i vini rossi prodotti con il metodo dell’appassimento sono tra i loro preferiti. Per questo motivo al momento le preferenze sono molto limitate a determinati tipi di vino, anche se stanno iniziando a conoscere anche il Prosecco, il Chianti, il Brunello, l’Amarone.

Che tipo di strategie o azioni raccomanda ad un produttore che vuole approcciare il mercato vietnamita?
Il Vietnam è un mercato ancora giovane e necessita di essere orientato.
Per prima cosa, è necessario condividere informazioni sui vini e orientare questa conoscenza partendo dai prodotti italiani tipici. In secondo luogo, è importante prendere consapevolezza che saranno necessarie azioni di marketing a lungo termine e regolari attraverso l’organizzazione di eventi, wine tasting, cene o seminari, waste class e magari lanciare una Italian Wine Competition tra i sommelier vietnamiti.

Cibo vietnamita e vino italiano: un abbinamento che funziona?
I vini italiani e il cibo vietnamita si abbinano bene, ma io direi che i vini privilegiati per questo match sono i bianchi e gli sparkling, in quanto la nostra cucina è capeggiata dal pesce come cibo principe. Questo spiega l’incidenza dei bianchi e del Prosecco nelle scelte di consumo.



Per avere info sul nostro tour scrivi a redazione@winemeridian.com



 
Agnese Ceschi

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lunedi 09 luglio

Danimarca: mercato maturo e aperto al biologico

Intervista ad Elisa Spada, food and wine consultant ed esperta di mercati internazionali, tra i fondatori di Organic Value


Danimarca: mercato maturo e aperto al biologico

Copenhagen


Come descriveresti il mercato danese?
Un El Dorado. In questo momento storico rappresenta uno dei mercati di punta tra quelli europei. Sono necessarie alcune precisazioni però. Innanzitutto è un mercato piccolo, anche se molto florido ed interessante.
Per quanto riguarda il mondo dell’importazione una percentuale altissima, circa dell’80%, è occupata da importatori della GDO e sono presenti moltissimi importatori medio-piccoli, in quanto c’è la liberalizzazione delle licenze.
Due sono i poli principali per il mondo del vino: Copenhagen e dintorni, e Aarhus, la seconda città più popolosa della Danimarca.
La cosa interessante di questo Paese è che uno stesso produttore può tranquillamente avere più importatori per diverse ragioni.

Quali sono?
La prima è che essendo gli importatori maggiormente di medio-piccole dimensioni coprono aree territoriali geograficamente circoscritte. Dunque
si può avere un importatore a Copenhagen e uno a Aarhus. In secondo luogo, non esiste come in altri Paesi, mi viene in mente il Giappone, una dinamica di fidelizzazione estrema. Dunque gli importatori mettono in conto che il produttore possa avere più referenti commerciali nel loro Paese.

Danimarca: mercato emergente o maturo?
Assolutamente maturo e culturalmente predisposto al consumo del vino, grazie alla consistente crescita avuta negli ultimi 10 anni. La Danimarca è inoltre un mercato ponte, la “principessa degli stati scandinavi”: rappresenta uno stile di vita scandinavo senza avere l’ostacolo del monopolio. Io consiglio sempre ai produttori che vogliano approcciarsi alla Scandinavia di partire dalla Danimarca, senza ombra di dubbio.

Chi è il consumatore medio di vino?
Il consumatore medio occupa una fascia di età tra i 30 e i 60 anni. Ama consumare vini più strutturati, con predilezione per i rossi, tende a preferire i brand, ma si sta anche aprendo sempre di più al consumo di vini alternativi, vitigni autoctoni o biologico.
Il consumatore medio è anche molto curioso verso le novità, viaggia molto e ama visitare le cantine e acquistare vino in loco. L’Italia, per nostra fortuna, è la meta privilegiata dell’enoturismo danese.

Che attitudine ha il consumatore verso i vini biologici?
Questo è il momento dei vini biologici in Danimarca. Da diversi anni c’è richiesta di vini sostenibili (biologici o naturali) e si sta facendo avanti un’attenzione verso l’ecosostenibilità e il wellness di tutta la filiera (dall’ambiente al consumatore finale). C’è da dire che c’è molta concorrenza di vini francesi, che sono per la maggior parte biologici, ma il rapporto qualità-prezzo dei vini italiani ci privilegia. Per questo i vini italiani sono i primi in valore e in volume in Danimarca.
Quello che non ho ancora ben capito però è la reale percezione del consumatore della differenza tra i vini certificati bio, naturali e vini senza solfiti.

Perché un produttore italiano di biologico dovrebbe puntare sulla Danimarca?
Perché non ci ha puntato prima? Mi chiedo. Se dovessi fare un’analisi di posizionamento strategico per un produttore, anche medio-piccolo, di vini biologici punterei senza dubbio sulla Danimarca: costo della vita più alto, attenzione al wellness, potere di spesa maggiore.

Con che strumenti ci si può muovere?
In questo momento mi rivolgo ai produttori medio-piccoli (per volumi o posizionamento qualitativo). Ci sono diverse opportunità, secondo la mia opinione: organizzare o partecipare a degli incoming, anche tramite il Consorzio di riferimento; partecipare a degli eventi B2B in loco dove ci sono importatori, referenti Horeca o agenti, una grande massa di contatti possibili; oppure pagare un export manager, anche plurimandatario, che fa un lavoro di selezione di quelli che sono i mercati ed eventi di riferimento.
Con il secondo scopo, organizzare eventi B2B o B2C, è nato Organic Value, che il 9 novembre 2018 sarà in Danimarca per il primo evento del tour europeo.  

Di cosa si tratta?
Si tratta di un evento prettamente B2B, ma con una finestra dedicata al consumatore finale, rivolto esclusivamente ai produttori di biologico italiani. Qual è la sua forza? Che non esiste un evento dedicato a vini italiani bio certificati in Danimarca, ma anche nel resto del mondo e ciò attirerà l’attenzione degli importatori.

Come è organizzato l’evento di Organic Wine in Danimarca? Con che finalità ed interlocutori?
L’evento prevede due parti: una mattinata e primo pomeriggio dedicata al B2B, con la presenza di importatori, esponenti del mondo Horeca, giornalisti, sommelier ed agenti. Nel tardo pomeriggio invece una finestra di due ore sarà dedicata ai consumatori finali, perché in questo mercato maturo il pubblico finale è importante a prescindere, per avere un confronto ma anche un riscontro economico diretto, perché i danesi viaggiano molto e acquistano andando in cantina. 

Informazioni sul Tour di Copenhagen
Agnese Ceschi

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