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lunedi 19 agosto

Il 2020 di Wine Australia indossa un abito a stelle e strisce

Mentre i vini australiani crescono in export negli Stati Uniti, Wine Australia investe 79 milioni di dollari in ricerca e sviluppo del settore vitivinicolo.


Il 2020 di Wine Australia indossa un abito a stelle e strisce
“L’export sta dando buoni risultati? Allora investiamo subito!” Questo il brillante ragionamento di Wine Australia, il principale sostenitore dei membri del comparto vitivinicolo nel Paese, che, dopo aver riscontrato un sensibile aumento delle proprie esportazioni, ha deciso di accrescere la propria presenza nei mercati più interessati, con un sostanzioso investimento di 79 milioni di dollari nei comparti di ricerca e sviluppo e regolamentazione delle esportazioni. A sostenere questa strategia, Andreas Clark, l’amministratore delegato di Wine Australia, che ritiene che sia la costante attenzione al miglioramento della percezione del vino australiano a livello internazionale a pagare davvero i dividendi.

Tanto per dare qualche numero in merito alla crescita, nel periodo dal 1 ° luglio 2015 al 30 marzo 2019, il valore totale delle esportazioni free on board è aumentato del 47%, passando da $1,9 miliardi a $ 2,78 miliardi. Allo stesso tempo, il valore medio di tutte le esportazioni è aumentato del 31% da $2,61 al litro a $3,41 al litro con una crescita del valore in tutti i segmenti di prezzo.
Questo aumento del valore medio delle esportazioni è stato accompagnato da un aumento del 32% del prezzo medio nazionale di acquisto di uva da vino da $463 per tonnellata nell'annata 2015, a $609 per tonnellata nell'annata 2018.

L’Australia del vino sta cavalcando a velocità sostenuta: la salute del settore riflette infatti l'impegno dei viticoltori australiani a produrre uve di qualità in modo sostenibile ed efficiente e l'impegno del sistema di esportazione nei mercati in crescita, che vede necessari investimenti in promozione e presenza sul mercato. Ecco perché la decisione di Wine Australia di investire ben 79 milioni di dollari in ricerca e sviluppo e in regolamentazione delle esportazioni per il 2019 e 2020.

Anche secondo i dati riportati da Shanken News Daily, fra i paesi in cui l’export ha segnalato una crescita importante, ci sono sicuramente gli Stati Uniti dove, nonostante le preoccupanti condizioni climatiche degli ultimi anni a sfidare i trasporti, le esportazioni di vino australiano negli USA sono cresciute del 2% a $ 432 milioni (rispetto ai precedenti $ 305 milioni) nei 12 mesi fino a giugno, con una crescita concentrata tra marchi premium e super premium. Secondo Aaron Ridgway, il direttore generale regionale per le Americhe di Wine Australia, le varietà di Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Grenache con un prezzo superiore a $ 10 hanno ottenuto risultati particolarmente positivi sul totale.
"Sappiamo che un drastico cambiamento nel mercato del vino degli Stati Uniti è piuttosto difficile da realizzare", afferma Ridgway “ma un cambiamento lento e costante, con un volume in lieve calo e un valore in lieve aumento, è un’andatura assolutamente coerente con la strategia di Wine Australia.
Inoltre, nell'anno in corso fino al 16 giugno, i vini australiani sono stati approssimativamente piatti dal punto di vista del volume nei canali IRI, ma hanno registrato una crescita dell'1,3% sul valore finale.

Wine Australia sostiene inoltre la forza dei rivenditori
Per rafforzare ulteriormente la categoria negli Stati Uniti, Wine Australia sta lanciando una nuova campagna da 5 milioni di dollari dal nome "Far from ordinary" ovvero “lontani dall’ordinario”, che includerà eventi e degustazioni ospitate dai rivenditori volte a mantenere le loro offerte in primo piano sia con i consumatori finali che con il trade. All’interno del progetto, sembrano essere già inclusi nomi molto conosciuti fra i rivenditori USA, come ABC Wines and Spirits in Florida, Binny’s Beverage Depot in Illinois e rivenditori nazionali come Total Wine e Wine.com.


Noemi Mengo

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giovedi 08 agosto

Direct To Consumer, cosa ne pensano i retailer negli USA?

Torniamo a focalizzare la nostra attenzione sul direct shipping, scoprendo il parere di alcuni importanti testimoni dell’area retail statunitense


Direct To Consumer, cosa ne pensano i retailer negli USA?
Nei precedenti due “episodi” sul tema abbiamo analizzato due diversi punti di vista nella considerazione del del Direct to Consumer all’interno del sistema statunitense, ed oggi siamo pronti ad affrontarne un terzo. Grazie ad un approfondimento di Market Watch sul sondaggio “2018 Direct to Consumer Wine Shipping Report", prodotto da Sovos e da Wines&Vines, abbiamo infatti appurato che il DTC negli USA non sia più una nuova frontiera (qui), e ci siamo chiesti se fosse possibile una convivenza fra direct shipping e Three tier system (qui). Sulla base dell’approfondimento analizzato, è giunto il momento di fare una terza considerazione: cosa significa questa diffusione del DTC per il comparto retail?

Mentre le aziende vinicole stanno traendo vantaggio dal sistema a spedizione diretta, i rivenditori si trovano ad affrontare un po’ di resistenza. Dal 2005, il livello di vendita al dettaglio ha subito un calo del numero di stati nel continente in cui la spedizione diretta è concessa legalmente (si è passato da 18 a 14 stati), e la maggior parte di questi sta via via rafforzando le proprie leggi in tema, reprimendo duramente il concetto di DTC.

Guardiamo al caso dell’Illinois, i legislatori hanno reso reato per i rivenditori al di fuori dello stato le spedizioni di vino all’interno di esso. Il principale rivenditore dell'Illinois, la catena di 38 negozi Binny's Beverage Depot, ha chiuso l'anno scorso tutte le spedizioni al di fuori dello stato. "Credo nei mercati liberi e nel libero flusso di beni e servizi attraverso i confini statali", ha dichiarato Michael Binstein, il proprietario. "Tutti perdono, compresi noi di Binny e i nostri clienti, quando ci allontaniamo dal vangelo della libera impresa."

Non sorprende che i grossisti abbiano invece una visione diversa. Craig Wolf, recentemente diventato CEO di Wine and Spirits Wholesalers of America (WSWA), riconosce che "l'economia on demand è qui per restare". Wolf sostiene vivamente che la via migliore per raggiungere i consumatori sia attraverso il three tier system con vendite tramite i rivenditori locali ed opzioni per la consegna a domicilio. "I distributori non stanno combattendo la stessa battaglia che hanno combattuto 20 anni fa", aggiunge. "Non stanno cercando di abrogare alcuna legge sulla spedizione diretta che permette alle cantine di spedire attraverso i confini statali, però stanno sicuramente sottolineando il rischio di tale operazione, senza però effettivamente ripercorrere vecchie discussioni”. 

Il WSWA sta intanto promuovendo un modello a sé, che include fornitori, grossisti e rivenditori, con consegna a domicilio tramite fornitori come Drizly, che garantiscono la consegna in meno di un'ora in mercati selezionati. Tale approccio, afferma sempre Wolf “garantisce la qualità e garantisce il pagamento delle tasse locali, il mantenimento dei posti di lavoro locali e il mantenimento dell'integrità del prodotto. Quando una bottiglia arriva attraverso il sistema a tre livelli, sappiamo che è passata da un fornitore rispettabile a un grossista rispettabile e poi a un rivenditore locale che infine lo consegna, con controlli ID e corretta riscossione delle imposte in tutto il sistema. Così si ottengono tutte le garanzie del sistema a tre livelli, ma offrendo al consumatore esattamente ciò che desidera quando lo desidera. Il livello all'ingrosso ha ampliato la gamma di vini disponibili per i consumatori, ma c'è spazio limitato al dettaglio per il numero sempre crescente di vini del mercato. Oggi infatti c'è più scelta sugli scaffali di quanti ce ne siano mai stati, ora ci sono circa 8.000 cantine, mentre 30 anni fa c'erano 700. "

Anche Mel Dick, presidente della divisione vino e vicepresidente senior di Wine & Spirits di Southern Glazer, sottolinea l'importanza della struttura tradizionale per le vendite di vino. "Il sistema a tre livelli è ancora la strada più redditizia e sicura per i fornitori di alcolici", sostiene Dick. “Previene l'accesso ai minori e garantisce la riscossione delle imposte. Pensiamo che i modelli diretti al consumatore abbiano più successo ed efficacia se le aziende instaurano una partnership con il sistema a tre livelli, come nel caso di Drizly. "

Rob McMillan, fondatore e vice presidente esecutivo della Divisione Wine della Silicon Valley Bank, vede invece le cose in modo leggermente diverso. Egli osserva che i distributori hanno un monopolio costituzionalmente protetto dato che gli Stati hanno la capacità di legiferare sul movimento dell'alcool all'interno dei loro confini. "I grossisti di liquori hanno fatto un buon lavoro nel proteggere questo monopolio nel corso degli anni, ma se le cantine non hanno la possibilità di spedire direttamente, presto vedremo il fallimento di moltissime cantine a conduzione familiare”

In sostanza, pare che i rivenditori stiano cercando di cambiare le leggi per rivolgerle a loro favore e che abbiano pensato di farlo passando attraverso le proprie legislature statali. Negli ultimi due anni, la legislazione sulla spedizione diretta è stata introdotta a New York, nel Connecticut, in Alabama, nel Maine e in Texas, e le azioni legali hanno contestato le restrizioni in Michigan, Illinois e Missouri. Tutto ciò avviene alla luce della consapevolezza che si tratti (per il three tier system) di un sistema che è ancora comodo da sfruttare, ma che se dovesse avere la meglio sul DTC, significherebbe ridurre di gran lunga le possibilità di crescita per quelle cantine ancora di piccole dimensioni, per i quali la spedizione diretta rappresenta un risparmio ed un dialogo più intimo con il proprio target.

Noemi Mengo

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lunedi 05 agosto

Hon-Sul, vini naturali e orange: i nuovi trend della Corea del Sud

Un approfondimento sul mercato sud coreano con la head sommelier Su-Jin Park ci fa scoprire uno dei mercati più dinamici in Asia di questo momento


Hon-Sul, vini naturali e orange: i nuovi trend della Corea del Sud

Su-Jin Park


Uno fra i centri di consumo asiatici più interessanti degli ultimi anni, la Corea del Sud è un mercato chiave da 51 milioni di consumatori, la dodicesima economia al mondo e la quarta in Asia, dove l’export italiano è cresciuto di quasi il 15% rispetto al 2017.
Per questo il 26 e 27 settembre 2019 saremo a Seoul, in occasione del tour realizzato in partnership con Unexpected Italian con una collettiva di aziende italiane.
Tra gli ospiti di questa importante occasione ci sarà anche
Su-Jin Park, head della locale WSA Wine academy, educatrice e formatrice di vino, brand manager fino al 2016 della società di importazione Shindong Wine e giudice di diverse competizioni coreane di vino come l’Asia Sommelier Competition e Korea Wine & Spirit Awards.
A lei abbiamo chiesto un approfondimento sul mercato e scoperto che la Corea oggi è caratterizzata da un grande fermento tra ricerca di nuovi modi di bere vino, come il trend del Hon-Sul, e la scoperta dei vini naturali e orange.

Quale caratteristica definisce il mercato coreano?

La polarizzazione. I vini più prestigiosi sono ancora molto popolari in Corea, ma c’è anche tutto un altro lato di vini più accessibili e con un buon rapporto qualità prezzo che guadagnano posizioni. Il nuovo trend sono i vini naturali e orange che stanno prendendo sempre più piede tra i sommelier e i wine lovers. 
Che approccio hanno i consumatori verso il vino?
C’è una contrapposizione tra coloro che considerano il vino una forma di vanto, uno status symbol e altri invece che cercano vini più accessibili che possano essere bevuti a casa. Il ‘Hon-Sul’ (Bere vino da soli) è un nuovo trend in Corea. 
 
Che posizione di mercato occupano i vini italiani?

Secondo il mio osservatorio, che però non si basa sulle statistiche, il vino italiano è in 5° o 6° posizione in Corea. 

Quali cambiamenti hanno segnato il mercato negli ultimi annI?
Senza dubbio, come anticipavo prima, il trend ‘Hon-Sul’, dunque la tendenza a bere alcolici, vino incluso, da soli a casa. Sempre più consumatori cercano dunque vini sui canali off-premise per goderseli a casa. 

Quali sono i canali distributivi più efficaci?

Le catene di supermarket come E-Mart, Costco. Anche la catena di hard discount Lotte mart è molto forte in Corea. Inoltre, Shinsegae group, il principale distributore di vino ha lanciato ‘Wine & More’, wine shop distribuiti in tutta la nazione. 

Se dovessi dare un consiglio ai produttori italiani…
Al giorno d’oggi, gli amanti del vino cercano vini accessibili e di buona qualità. Inoltre, i wine lover amano scoprire le novità, soprattutto se sono vini naturali o vini orange. C’è spazio per queste categorie di vini in Corea. 


Per aderire alla tappa di Seoul: qui.
Agnese Ceschi

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giovedi 01 agosto

La Polonia verso l'occidentalizzazione

Il Paese est europeo al centro di un cambiamento culturale che investe anche il vino


La Polonia verso l'occidentalizzazione
La Polonia è un mercato a cui guardiamo da tempo e che sta attraversando un importante cambiamento culturale e di trend di consumo. Per approfondire meglio queste dinamiche abbiamo intervistato Wojciech Bońkowski, wine writer polacco, autore di quattro libri di vini e redattore capo della più grande testata di vino in Polonia, Winicjatywa, nonché co-fondatore della rivista Ferment e contributor regolare di Meininger's Wine Business International e www.timatkin.com oltre che giudice di Decanter World Wine Awards. 


Come definiresti il mercato polacco?
È un mercato in piena espansione. Dopo il cambio di regime politico negli ultimi decenni, abbiamo sperimentato una crescita costante sia di importazione che di vendita di vino, che si aggira intorno al 15%. Una percentuale molto stabile, che ha portato il mercato del vino, anche quando ci sono state delle flessioni per l’economia globale e la crescita del Pil polacco ha rallentato, ad essere sempre costante nella crescita. Le basi per questa crescita sono molteplici e molto forti, dunque ci aspettiamo che continui anche nei prossimi anni.

La Polonia può essere considerata un mercato emergente?
La Polonia è un mercato emergente in senso globale, perché rimane piccolo e il consumo pro capite è tra i più bassi dell’Unione Europea, infatti siamo tra i 5 e i 7 litri, al di sotto rispetto a molti altri Paesi nella nostra area come la Slovacchia o la Repubblica Ceca. Nonostante ciò in questi ultimi anni ha cambiato carattere: non è proprio un mercato emergente come possiamo definire i Paesi asiatici, infatti sta dimostrando alcuni tratti di maturità come una sempre più consapevole cultura del vino tra i consumatori metropolitani superiore perfino a Paesi come la Russia. La Polonia viene spesso paragonata alla Russia, ma i mercati del vino sono molto diversi. In Russia il vino viene ancora considerata una bevanda di elite fortemente collegata all’aspirazione e al prestigio, come accade anche in Cina. In Polonia stiamo sperimentando un cambio sociale e il vino si sta affermando come bevanda quotidiana, parte dello stile di vita. Ciò ha conseguenze forti sugli stili di vita popolari. Dunque riassumendo la Polonia è ancora emergente in termini globali e paragonata all’Unione Europea, ma è in forte cambiamento.

La Polonia si sta dunque occidentalizzando negli stili di consumo…
Ci sono sempre stati consumatori che adottavano stili occidentali, ma il trend degli ultimi anni, dovuto a più fattori, ha portato alla diffusione di questo stile di vita in cerchie sociali più ampie. Uno studio di qualche anno fa della KPMG ha rilevato che negli ultimi 5-8 anni il consumo occasionale si è diffuso dal 15% al 45% della popolazione. Ed è proprio questa occidentalizzazione che ha influito sul consumo del vino.

Hanno un ruolo i Millennials in questo processo?
Decisamente. I Millennials sono una categoria molto ampia, con un approccio ambiguo agli alcolici: sono interessati non solo al vino, ma anche alle birre e agli altri alcolici. Ciò era considerata la causa di un calo dei consumi del vino. Ma abbiamo visto negli ultimi anni che non è necessariamente vero. Sicuramente i Millennials hanno un approccio al vino diverso dai loro genitori, sono più interessati ai vini autentici, biologici, naturali, artigianali e di piccoli produttori. Magari consumano meno, ma sono disposti a pagare di più. Sono tante piccole consuetudini di consumo che sono diverse dal passato e ciò lo vediamo anche in Polonia.
Il nostro consumatore viene da un’altra cultura rispetto a quella italiana. Non si deve opporre ai genitori bevendo altre bevande come può accadere in Italia, al contrario la scelta alternativa è proprio il vino.

Chi sta trainando il cambiamento?
Sono le giovani donne che oggi definiscono il cambio di cultura. Semplificando e usando un parallelismo, fino a ieri il mercato del vino veniva definito dal maschio tra i 35 e i 50 anni, oggi viene definito dalla donna tra i 20 e i 25 anni.

I vini italiani come sono accolti e considerati dal consumatore polacco?
Globalmente parlando, l’Italia è un attore molto importante sul nostro mercato: è l’esportatore numero uno per il vino sfuso e il numero tre per quello imbottigliato. C’è una storia d’amore che dura da anni, molti italiani che vivono in Polonia e molti polacchi che viaggiano in Italia, e la ristorazione italiana è molto forte qui.
Questo legame è sempre stato fortissimo. In questi ultimi anni, però, questa posizione si è indebolita commercialmente a causa di alcuni fattori. Il primo è il prezzo: l’Italia non è più così competitiva come prezzi entry-level, ha patito una serie di vendemmie piccole e l’aumento dei prezzi del vino italiano ha sofferto la competizione della Spagna e della California, che è molto forte qui con un brand che si chiama Carlo Rossi.
Inoltre sta soffrendo il calo di consumo del vino rosso e l’aumento dei bianchi e dei rosati, segmento in cui l’Italia è meno presente in Polonia e ha un’immagine meno costruita.
Il momento di flessione continuerà con i vini più economici, dove soffre la competizione di una proposta molto interessante di vini spagnoli e sudafricani.

Ci sono delle categorie che vanno comunque molto forti?
Sicuramente. La prima è il Prosecco che sta vivendo una dinamica positiva con quasi il 50% di aumento rispetto all’anno scorso. Altre categorie stanno andando molto bene, come i vini rossi fruttati tra tutti il Primitivo. Il Prosecco si rivolge maggiormente alla fascia di consumatori delle donne giovani, mentre il Primitivo a quella dell’uomo sopra i 35 anni, che apprezza l’alcol elevato e il gusto molto fruttato.
La visione dell’Italia sta cambiando anche a causa del cambiamento sociale. Prima i consumatori erano più interessati a denominazioni tradizionali di prestigio, mentre oggi sicuramente la tendenza è verso i vini più leggeri, bianchi, monovarietali e magari di varietà emergenti. Vini come Grillo o Verdicchio, che qualche anno fa non avrei mai pensato di proporre, oggi stanno vivendo un crescente successo.

Qual è il canale distributivo più performante?
In Polonia la GDO occupa l’80%, mentre il 20% è occupato dal canale tradizionale. Dell’80% della GDO circa i 2/3 e dunque il 50% del mercato è dominato dagli Hard Discount, tra cui i principali attori sono Lidl (20% del mercato) e Biedronka (più del 30%). Il restante è controllato da supermercati tradizionali tra cui Auchan, Tesco e Carrefour. Il modello di vendita degli hard discount negli ultimi anni sta funzionando molto bene, ma questa è una tendenza diffusa. Per il canale tradizionale, le enoteche specializzate vendono una percentuale molto piccola. L’Horeca invece sta crescendo recentemente ed esponenzialmente grazie ad una grande concorrenza dei maggiori ristoranti che fanno scendere i prezzi e ad un potere economico sempre più forte dei consumatori che finalmente possono spendere anche mangiando fuori e pagando il vino due o tre volte di più del prezzo al dettaglio.

Se dovessi dare un consiglio ai produttori italiani, cosa diresti loro?
Per entrare in un mercato bisogna essere presenti, capirne le dinamiche, partecipare a manifestazioni. Qui abbiamo sempre più eventi rivolti anche ai consumatori finali, dunque b2b e b2c insieme, che permettono di trovare nuovi partner commerciali ma di iniziare anche a comunicare il proprio brand. Inoltre, scegliere il partner giusto per affinità di grandezza e scegliere le categorie di prezzo che vanno sul mercato. Non bisogna aspettarsi di entrare subito con il vino di punta con prezzo più alto, ma qui bisogna andare per gradi con pazienza.
Il marketing è molto importante sia in sintonia con distributore che attraverso influencer per fare comunicazioni in polacco rivolte ai consumatori.

Cosa funziona a livello comunicativo in Polonia?
Semplificando e pensando all’evoluzione del mercato che sta andando verso vini più leggeri e freschi, per agevolare i consumatori giovani bisogna legare il vino allo stile di vita e alle occasioni sociali, la cucina, il viaggio e il divertimento. Accentuare meno le tecniche e le zone di produzione, che non vanno tralasciate, ma sottolineare altri aspetti come il carattere organolettico del vino o le unicità del territorio. Dunque chi prima arriva a comunicare bene anche in termini organolettici e non produttivi, chi riuscirà a comunicare in lingua polacca allo stesso livello del consumatore (anche attraverso i nuovi mezzi di comunicazione) e non dal di sopra per formare, riuscirà ad avere il giusto successo tra le nuove generazioni, che sono il futuro. 
Agnese Ceschi

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mercoledi 31 luglio

DTC e Three-tier system, è possibile la convivenza?

Il DTC strizza l’occhio ai super premium non toccando il TTS statunitense. I pareri di alcuni grandi produttori assicurano: ad ogni canale il proprio target.


DTC e Three-tier system, è possibile la convivenza?
Non è passato molto tempo dall’ultima volta che abbiamo parlato degli sviluppi del sistema di consegna diretta Direct To Consumer negli Stati Uniti (trovate l’articolo qui), ma non abbiamo affrontato una domanda che può, in effetti, sorgere spontanea: come la mettiamo con il Three-tier system?

Come abbiamo sottolineato nel precedente articolo, in base ai dati forniti da un approfondimento di Market Watch e dal report di Sovos e Wines&Vines dal titolo “2018 Direct to Consumer Wine Shipping Report", il DTC negli Stati Uniti è diventato ormai un processo ben inserito nel sistema del comparto e nella consapevolezza dei consumatori. Abbiamo inoltre evidenziato che a questa situazione è corrisposta una crescita rapida dei numeri del canale di consegna diretta, in brevissimo tempo; i dati dal 2016 al 2018 monitorano un aumento delle imprese, anche di piccole e medie dimensioni, che si affidano a questa modalità di consegna. Non è stato però affrontato un tema che da anni contraddistingue la nazione a stelle e strisce, e che andiamo a sviscerare di seguito:
quali sono le conseguenze dell’espansione DTC sul Three-tier system?

Secondo Market Watch, diversi produttori, fra i più grandi ed affermati, stanno evidenziando l'importanza del sistema a tre livelli nonostante stiano comunque lavorando sodo per sviluppare una presenza più forte nel canale DTC.
"Il three-tier è fondamentale per il nostro successo, così come lo è il DTC", afferma Peter Mondavi Jr. di Charles Krug Winery. "Per noi non c’è da scegliere, sono complementari, in quanto i vini che vendiamo attraverso il DTC sono più costosi, a volte in modo considerevole. Gli articoli di produzione ridotta infatti faticano a muoversi velocemente all’interno del sistema tripartito, necessitano di molte più mani”.

Anche
Mike Reynolds, Presidente di Napa's Hall e Walt Wines, concorda sul fatto che entrambi i canali sono importanti nello sviluppo di una strategia di marchio completa, infatti dice: "Continuiamo a lavorare per sostenere e vendere i vini attraverso il sistema a tre livelli perché non tutti si collegheranno con noi a livello locale", afferma Reynolds.

Per questi produttori è naturalmente importante avere una presenza diffusa in enoteche e ristoranti nel Paese, è però a quegli appassionati e collezionisti di etichette più rare che scelgono di parlare attraverso il DTC, instaurando un dialogo più intimo, e comunque strategico.
 
Un terzo parere arriva da
Natasha Hayes, vice presidente marketing e direct-to-consumer per i marchi nazionali di WX Brands. La Hayes afferma che i due canali possono essere simbiotici. "Di solito ciò che promuoviamo è quello che non si trova all'ingrosso, quindi etichette uniche ed esclusive", dice. "Stiamo costruendo il marchio all'ingrosso con alcuni codici identificativi SKU (Stock Keeping Unit), creando così un’unica accessibilità per i vini con accesso limitato. Di conseguenza, non c'è molto conflitto con il sistema a tre livelli".

Bisogna però guardare entrambi i lati di una medaglia. Viene quindi da chiedersi: cosa ne pensano i retailer?

Stay tuned! Ve ne parleremo presto.
Noemi Mengo

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