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giovedi 29 marzo

Il grande successo dell’e-commerce nel mercato brasiliano

Raggiungere i consumatori in Brasile è più semplice tramite l'on-line


Il grande successo dell’e-commerce nel mercato brasiliano
Rispetto ai mercati internazionali più noti e sicuri, il Brasile affronta da anni diverse difficoltà economiche. La crisi non si arrende, e attanaglia una popolazione molto variegata e tenace, che si è rivelata però una buona opportunità di investimento per quanto riguarda il settore vinicolo. La situazione generale del paese non deve quindi scoraggiare i produttori italiani intenzionati a penetrare nel mercato brasiliano. Oltre ad essere la patria del carnevale più colorato al mondo, il Brasile ospita consumatori di vino interessanti che, si sono rivelati più facili da raggiungere tramite la vendita online.

A confermare queste tendenze di consumo è un recentissimo report condotto da Wine Intelligence, dal nome Online Retail and Communication in the Brazilian Market 2018. Il report, nella sua integrità, fornisce una panoramica molto precisa delle abitudini di acquisto online dei brasiliani, targettizzando il cliente medio, ovvero quello su cui orientare anche le proprie strategie di marketing. Inoltre, fornisce degli spunti interessanti su come le aziende abbiano saputo sfruttare a loro favore il mondo di internet, per raggiungere i consumatori in Brasile.

Essendo la ricerca molto dettagliata, abbiamo scelto di riportarvi i contenuti, a nostro parere, più rilevanti:
- In Brasile ci sono circa 8 milioni di compratori online, di questi, ad oggi, 1.7 milioni comprano abitualmente vino online ogni mese. Importante segnalare questa crescita, poiché le vendite online hanno fatto un salto del 40% solo dal 2016 al 2017. Certo, dal 2011 al 2015 il consumo di vino in Brasile era globalmente diminuito, a causa delle condizioni in cui riversava la nazione. Nonostante ciò la percentuale di bevitori di vino era cresciuta rispetto al 2010, crescita che aveva allora segnalato un buon 80% di consumatori che beveva vino importato almeno due volte all’anno;
- il compratore online medio è giovane, più avventuroso, tendenzialmente maschio, dal reddito piuttosto elevato e che beve vino più frequentemente degli altri consumatori di vino in Brasile, coloro che non si avvalgono della vendita online;
- dopo la Cina e il Regno Unito, il Brasile ha la più alta percentuale di consumatori di vino che acquistano vino online;
- circa tre consumatori online su quattro acquistano non più di quattro bottiglie in un singolo ordine;
- il prezzo e il valore della bottiglia sono i motivi principali che portano i consumatori alla scelta di ordinare vino online;
- wine.com.br e Evino, sono i rivenditori specializzati online dominanti, mentre il franchising Vinho & Ponto è il rivenditore più popolare tra gli acquisti online mensili;
- i mezzi di informazione più affidabili rimangono le wine apps, i siti web dei produttori e i siti di e-commerce.

Il Brasile, in conclusione, ha una buona percezione del vino importato, alcuni consumatori sembrano considerarlo più pregiato o altolocato rispetto al vino prodotto nazionalmente. Un fattore, questo, che strizza l’occhio a chi medita di orientarsi sul mercato brasiliano tramite l’e-commerce. 
Noemi Mengo

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lunedi 12 marzo

5 stereotipi sul mercato cinese

Strumenti utili per decodificare il complesso mercato del Dragone, che ha registrato 2.5 miliardi di euro nel 2017


5 stereotipi sul mercato cinese
Negli ultimi anni si è parlato molto di investimenti sul mercato cinese del vino, di scelte strategiche e di innumerevoli consigli su come penetrare all’interno di un business in così rapida espansione.
La Cina si è confermata nel 2017 un mercato in forte crescita, con importazioni cresciute del 15% in euro a 2.5 miliardi e del 19% in valuta locale (fonte ISMEA). I volumi sono saliti del 18% a 7.5 milioni di ettolitri e il vino italiano resta in una posizione di rincalzo, con un peso del 6% circa e un ritmo solo marginalmente superiore alla media.
I dati incoraggiano, ma le incognite rimangono ancora molte. Da molti fronti arrivano suggerimenti di ogni tipo, ma è bene imparare a distinguere quelli utili da quelli che si basano solamente su falsi miti.
Noi abbiamo pensato di interpellare l’autorevole testata Meininger’s Wine Business International, che ha recentemente fornito un elenco molto interessante di 10 miti da sfatare riguardo alla Cina come potenziale mercato di ingresso per i produttori.
Vogliamo commentarli assieme riducendoli in 5 categorie principali, riportando le informazioni che ci son sembrate più rilevanti.

1 La Cina è un grande paese ed un’unica nazione.
Geograficamente parlando, è vero: si tratta di un territorio vasto. Ma come la mettiamo in termini di mercato? Sebbene vanti una crescita rapidissima rispetto ai mercati storici, non bisogna dimenticare che è un mercato ancora giovane, ridotto ed instabile.
In termini politici inoltre, la Cina è un paese unito, ma in materia di mercato decisamente no. Ogni città ha una popolazione che va oltre il milione di persone, per un totale in tutta la Cina di 6 province con una popolazione che supera i 10 milioni di abitanti. Sono dati, questi, che vanno considerati, in quanto molte nazioni europee non raggiungono quantitativi demografici così elevati, ed è per questo che le regole del gioco cambiano.

2 I cinesi devono imparare a conoscere gli abbinamenti tra cibo e vino, e necessitano di essere educati.
Diversamente da noi, i cinesi bevono vino per molte ragioni, ma tra queste non c’è l’abbinamento con i prodotti culinari. Questo avviene perché la cucina cinese è solita abbinare, all’intero dello stesso pasto, prodotti e sapori spesso in contrasto fra loro. Abbinare per questo un vino risulterebbe davvero difficile.
Ed a proposito di educational, è bene sapere anche che l’educazione al vino è uno dei segmenti di mercato più in crescita degli ultimi anni: la Cina è considerata il più grande mercato WSET dal 2012 e vanta più di 20 candidati al titolo di Master of Wine.

3 La Cina è talmente grande che bisogna dotarsi di più importatori in più regioni.
L’esclusività è la Bibbia dell’importatore cinese. La crescita delle vendite online sta andando più veloce della luce e la logistica dei trasporti è così efficiente da fare quasi paura, inoltre non ci sono sistemi “three-tier” ed è quindi tutto più rapido. Un errore fatale per la reputazione di un brand sarebbe quello di creare concorrenza tra diversi importatori sullo stesso prodotto. Meglio affidarsi ad un singolo professionista, che abbia buone conoscenze del sistema e soprattutto della cultura cinese.

4 “Rosso che ossessione”
Sicuramente il vino rosso ha una percentuale di vendita maggiore rispetto alle altre categorie, ma questo non deve essere vissuto come un limite. Il bello di una terra inesplorata è che essa offre ancora molte possibilità all’orizzonte.

5 Il “tarocco” è una brutta immagine per il mio business
Dopo tutti gli sforzi compiuti per produrre il vostro vino, che qualcuno lo copi spudoratamente può generare un “leggero” fastidio. Ma guardate il lato positivo: che qualcuno decida di copiare il vostro prodotto, è indice di percezione qualitativa dello stesso. Ricordatevi anche che i distributori sanno distinguere bene il falso, e se decidono di diffonderlo ci sono dei motivi. Perciò, che vi piaccia o no, il falso aiuterà comunque ad estendere la conoscenza del vostro brand.

In conclusione, è bene ricordare che quando si parla di mercato cinese, si sta parlando di un segmento in fremente sviluppo, un settore che cresce più di qualsiasi altro equivalente internazionale. La Cina va costantemente tenuta d’occhio in ogni dettaglio, i prodotti che si desidera far penetrare nel mercato, vanno studiati e adattati alla forte cultura che caratterizza questo continente. Non si ricicla nessuna strategia di marketing qui.

Tenetevi pronti e diffidate dai falsi miti. Una volta penetrati nel mercato cinese, dovrete occuparvi di restarci e fare la differenza! Occhi e mente sempre ben aperti, si intende.
Redazione Wine Meridian

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lunedi 19 febbraio

Tax down negli Stati Uniti

La novità del 2018: le tasse degli Stati Uniti diminuiscono per l'esportazione di vino e alcolici


Tax down negli Stati Uniti

STEVE RAYE © Bevology, Inc. 2018


A fine dicembre 2017 è stata approvata una rivoluzionaria legge sulla tassazione degli alcolici negli Stati Uniti, una legge che includeva un regalo di Natale per i produttori di vini e liquori... una riduzione significativa delle accise.
Ciò che emerge di più significativo per i produttori italiani è che la nuova legge estende il beneficio fiscale ai marchi importati in America. Ciò rappresenta un importante cambiamento nella politica fiscale che in passato ha favorito i prodotti nazionali rispetto a quelli importati. Forse ancora più importante, questa politica avrà probabilmente implicazioni che andranno ben al di là della durata biennale della legge.

Quindi, iniziamo con alcuni chiarimenti su finalità e termini del "Craft Beverage Modernization and Tax Act" (CBMTRA).
L'intento della legge era di ridurre le tasse e quindi dare ai produttori "artigianali" di vino, liquori, sidro, idromele e birra un modo per competere con i grandi produttori globali. Il vero obiettivo è però in realtà quello di stimolare la crescita dell'occupazione, espandere le operazioni e reinvestire nella crescita.

Qual è la definizione di "Craft" in America?
Tecnicamente non ce n'è una. "Craft" viene qui utilizzato come sinonimo di produttori più piccoli, poiché i benefici fiscali della nuova legge si basano sui volumi di produzione. In pratica, molti produttori italiani rientrerebbero nella categoria di tasse più bassa, quindi le aziende vinicole più piccole / familiari, verrebbero in genere considerate come "produttori artigianali" in America. È una cosa importante da considerare anche dal punto di vista del marketing, in quanto l'uso della parola “craft” è diventato una parte significativa di molte attività di successo di promozione di vino e alcolici.

Colpire i punti salienti
È importante che gli esportatori conoscano i dettagli della nuova legge: chi essa beneficia e in che modo verrà applicata.
In primo luogo, non è una semplice riduzione delle tasse, piuttosto un credito d'imposta, che verrà assegnato all'entità che paga la tassa, che, per gli esportatori sarebbe l'importatore degli Stati Uniti. L'entità pagante dovrà poi scegliere di ricevere il credito.
In secondo luogo, ci sono diverse componenti in gioco che avranno un effetto significativo per i produttori italiani. L’ABV (Alcohol by volume) massimo varia dal 14% al 16%, una percentuale che andrà a vantaggio soprattutto dell'Amarone e di altri vini ad alta gradazione alcolica. In precedenza, i vini tra il 14 e il 16% pagavano un'imposta ancora più elevata di quelli inferiori al 14%. La ragione era la produzione di vini ad alta gradazione alcolica negli USA che andava scoraggiata.

La nuova legge si applica anche agli spumanti, risparmiando circa 20 centesimi a bottiglia il ché dovrebbe avere un impatto positivo su Franciacorta, TrentoDOC, Prosecco ed altri.
I produttori di spiriti beneficiano di una riduzione delle tasse dell'80% per i primi 100.000 galloni di prova. Scende quindi da $ 13,50 / gallone a $ 2,70.
(Qui di seguito è possibile trovare una definizione, una tabella e una formula per convertire galloni di prova in litri : ttb.gov/spirits/convtbl.shtml)

Ciò che ancora non sappiamo
La legge è stata una sorpresa per tutti, i regolatori del TTB stanno preparando delle regole su come implementarla (https://www.ttb.gov/alcohol/craft-beverage-modernization-and-tax-reform.shtml). Un sondaggio tra gli importatori che abbiamo condotto a gennaio suggerisce che la maggior parte di questi tiene traccia delle spedizioni del 2018 e dei pagamenti delle tasse e richiederà il credito più tardi, forse alla fine dell'anno.
Inoltre, non è chiaro come TTB traccerà le quote di produzione per gli esportatori e come definirà "i primi 100.000" galloni laddove una data cantina o distilleria produca prodotti per più importatori o private label.

Qual è il significato della modifica della normativa fiscale per i produttori italiani?
Le importazioni dovrebbero diventare molto più desiderabili per l'intero sistema Three-Tier, perché la nuova legge libera di fatto i confini e consente ai marchi importati di competere in condizioni di parità con i locali.

Cosa dovrebbero fare i produttori italiani in questo momento?
Verificare che l'importatore riceva il beneficio della riduzione delle tasse effettive, e non il fornitore. Il consiglio più adatto è, per i produttori, quello di comunicare con i propri importatori e capire come hanno intenzione di gestire il cambiamento.
Altro consiglio: scegliete bene come allocare i risparmi. È improbabile che le riduzioni si rifletteranno sui costi di vendita per i consumatori, ma potrebbero essere reindirizzate al supporto del brand sul mercato. Indipendentemente dalla struttura delle importazioni, spetterà a ciascun fornitore affinare le proprie capacità negoziali con i distributori per spingere ed ottenere i fondi stanziati a sostegno di programmi di creazione di volumi quali degustazioni in negozio e altre promozioni.

Traduzione dell'articolo originale di Steve Raye
Steve Raye è presidente di Bevology, Inc, una società di consulenza specializzata nell'aiutare i marchi di vino e alcolici ad entrare e crescere nel mercato degli Stati Uniti. Interviene regolarmente a Vinitaly, Wine2Wine e tiene una lezione annuale alla Business School di Bologna.

© Bevology, Inc. 2018
steve@bevologyinc.com
www.bevologyinc.com
Steve Raye/ Bevology Inc.

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lunedi 22 gennaio

Filippine: un mercato all'orizzonte

Il reportage dalle Filippine sul consumo del vino


Filippine: un mercato all'orizzonte

Cebu, una delle mete turistiche delle Filippine


Questa è la prima parte di un lungo reportage sul consumo di vino nelle Filippine realizzato da Iphor Trading

Provate a chiedere ad un filippino se conosce almeno un vino italiano. Quasi sicuramente risponderà “Certo! Il Novellino”. C’è un solo problema: il Novellino non è italiano.
Bastano un nome dal suono italiano e l’etichetta con la bandiera della nostra patria, a permettere al marchio locale Bel Mondo Italia Corporation di mantenere il primato nel mercato del vino filippino per tutto il 2016 (i dati del 2017 non sono ancora usciti) con un 34% di quota volume totale.
Dunque, un vino dal suono italiano segna il 34% della quota totale di vino locale. Avete capito bene. E dirò di più, con un prezzo che oscilla tra i 3 e i 5 euro, questo vino numero uno nelle Filippine proveniente da una società del tutto filippina, conta sul nome italiano di Novellino, sulla pubblicità esterna, social media marketing, prezzi bassi e grande esposizione televisiva e radiofonica.

A questo punto è lecito domandarsi: ma i vini importati? Specialmente i vini veramente italiani? Nell’ultimo decennio, il vino è diventato gradualmente popolare nelle Filippine. E nello stesso periodo, il volume delle esportazioni di vino totali nel Paese è raddoppiato mentre il valore quadruplicato.
In modo avverso, solo il 2% della popolazione filippina di circa 105 milioni di persone consuma vino e di questo 2%, solo la metà sono compratori regolari di vino.

Quindi, qual è esattamente la segmentazione dei clienti del vino locale? I consumatori di fascia alta appartengono alla generazione X o generazione di Baby Boomers che rappresentano principalmente la classe di reddito medio-alta. I Millennials invece hanno occupato il mercato della fascia medio-bassa, mentre la New Silent Generation, sorprendentemente, mostra molto interesse per il vino. Perché questo è importante?

Gli adolescenti della città che compiono 18 anni sono i consumatori che dovremmo prendere in considerazione per il futuro, sapendo che il 44,4 della popolazione filippina è cittadina (45 milioni sono le persone che risiedono in grandi città!) mentre l’età media del Paese è di 24.3 anni, ovvero una stima di 70 milioni di filippini hanno meno di 28 anni! Questa è una vasta, giovane, base potenziale di clienti che potrebbero bere vino.

C'è sempre, tuttavia, l'altro lato della medaglia: nonostante la crescita del mercato del vino, il consumo non è aumentato come qualcuno si sarebbe aspettato. Una ragione è che le Filippine sono ancora un paese che beve principalmente birra e brandy. Per non dimenticare le altre importanti ragioni sia economiche che culturali.

Nonostante tutte queste considerazioni, le Filippine sono un mercato promettente per il vino, mostrando una crescita potenziale effettiva. Si prevede che l'espansione nel suo mercato del vino si aggirerà intorno al 10% all'anno nei prossimi cinque anni, guidata dai principali motori di crescita, che sono, come previsto, la salute e lo stile di vita.
Le prove mediche sui benefici del consumo moderato di vino hanno indotto sempre più consumatori a prendere atto e modificare le loro abitudini di consumo.
C'è una preferenza generale per il vino rosso piuttosto che per il vino bianco a causa dei suoi benefici per la salute e per la tendenza culturale asiatica a considerare tutto ciò che è rosso come fortunato. D'altra parte, è certamente vero che il vino è diventato sempre più popolare in Asia con la sua lucente aura di cultura sofisticata e stile di vita glamour.

La domanda di vino nelle Filippine è anche guidata dalla crescita nel settore del turismo. Infatti, nei primi dieci mesi del 2017, le Filippine hanno registrato un aumento degli arrivi di turisti a 5,4 milioni di persone. Inoltre, vi è un proliferare di nuovi ristoranti, bar e locali notturni soprattutto a Metro Manila, giustamente considerato il più grande mercato del vino del paese con il 70% del vino importato venduto. Anche la crescita delle vendite a Cebu e in altre grandi città dell'Arcipelago è di buon auspicio per l'industria, influenzando positivamente il consumo di vino a livello nazionale.
Redazione con Iphor Trading

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giovedi 18 gennaio

Importare vini italiani in America: non ci si improvvisa

Intervista a Nicola Baù e a Roberta Crivellaro dello Studio legale Whiters


Importare vini italiani in America: non ci si improvvisa
Molte aziende vinicole italiane ci sono già riuscite, e molte altre a fatica riescono ad inserirsi: il mercato statunitense degli alcolici non è un terreno semplice in cui approdare. Dal proibizionismo in poi le leggi statunitensi si sono diramate verso tante direzioni diverse; infatti, a seconda dello stato in cui si desidera importare vino, bisogna ottenere di norma una licenza specifica, che non vale in altre parti della nazione.
A Wine2Wine 2017, abbiamo incontrato due avvocati esperti del settore, che si occupano di affiancare le aziende vinicole italiane nel momento in cui queste desiderano importare i propri prodotti o aprire una filiale negli USA.
Nicola Baù e Roberta Crivellaro dello Studio legale Whiters hanno risposto ad alcune nostre domande, rendendoci più chiaro cosa significhi puntare agli Stati Uniti come mercato target e quali sono i rischi che ne conseguono.
Durante il loro intervento a Wine2Wine hanno affrontato un argomento delicato per le aziende interessate all’inserimento in America, ovvero il cosiddetto “Three-tier system”.

Ci potete spiegare meglio,per chi ancora non lo conoscesse, il three-tier system?
Il three-tier system della distribuzione alcolica è costituito da tre livelli, corrispondenti a tre categorie professionali, che devono necessariamente rispettare una procedura commerciale stabilita: produttori o importatori, distributori e retailers.
I produttori possono vendere i prodotti solo ai distributori, che a loro volta possono rivenderli solo ai retailers, e così questi ultimi ai consumatori finali.
Per un produttore o un distributore, non è possibile vendere direttamente al consumatore finale.

In base alla vostra esperienza, qual è in trend generale che avete riscontrato nelle vostre numerose collaborazioni?
Negli ultimi anni stiamo lavorando moltissimo con i produttori di vino italiano negli Stati Uniti, molti hanno deciso di costituire la loro società di importazione, un trend molto interessante per i player più grossi.
Molti invece si sono consorziati, essendo competitor a livello regionale in Italia ad esempio, e hanno costituito insieme una società di importazione negli Stati Uniti.
La tendenza è sicuramente quella di prendere la via dell’importazione in maniera autonoma e non passare dall’importatore, ovvero come si faceva una volta.
Il mercato della distribuzione si è anche consolidato negli anni, quindi è più difficile da penetrare, pertanto anche questo è un elemento che necessita un conseguente consolidamento in Italia e, generalmente, gli Stati Uniti rimangono un paese target per i produttori di vino italiani.

Quali sono le problematiche più comuni, gli errori che avete riscontrato durante le varie collaborazioni con aziende italiane?
L’errore principale è quello di una mancata pianificazione. A vari livelli gli USA sono il primo mercato del mondo per quanto riguarda il vino, non con grandissimi margini di sviluppo, ma forse il più complicato per la nostra esperienza, sia per ragioni commerciali sia per ragioni legali, in quanto c’è una legislazione particolare, unica al mondo, legata al proibizionismo, il cosiddetto “Tree Tier System”, nel quale il produttore non può andare al retail direttamente.
L’aspetto fiscale è altrettanto importante, insieme all’aspetto delle liquor licenses. Molto importante è quindi un’attenta pianificazione, poiché non ci si può improvvisare negli Stati Uniti. 
Noemi Mengo

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