Utilizziamo i cookie per migliorare le funzionalità di questo sito Web.

Accetto Leggi di più

sfondo_wm
venerdi 18 ottobre 2019 logo winemeridian.com
Italian daily news for key players and wine lovers

Siddura enosocial.com


http://www.consorziomorellino.it/ valdoca pertinace vinojobs Cantina Santa Maria La Palma Fondazione Edmund Mach Siddura WineNet CVA Canicatti Bixio Corte De Pieri way to go https://www.accordinistefano.it/ http://www.cantinavicobarone.com/ Vigna Belvedere italian wine academy https://www.marchesibarolo.com/ http://www.varramista.it/it/ http://www.grafical.it/it/ cantamessa vini www.prosecco.wine WINE2WINE La Torraccia Farina Cantina Valpolicella Wine Monitor https://www.cantinafrentana.it

Export

Trova le informazioni per approfondire la conoscenza dei mercati internazionali e per sviluppare un business vincente. Troverai una suddivisione per zona geografica.



venerdi 18 ottobre

L’ultima tappa del tour 2019 è il Canada

Dal 28 al 29 novembre saremo a Toronto (Ontario) e il 2 dicembre a Vancouver (British Columbia) per un tour in partnership con Wonderfud


L’ultima tappa del tour 2019 è il Canada
Il nostro calendario 2019 sta volgendo al termine, quindi, per concludere l’anno in bellezza, ci stiamo già preparando alla nostra ultima tappa internazionale del 2019: il Canada. Dal 28 al 29 novembre infatti saremo a Toronto, per poi spostarci il 2 dicembre a Vancouver, così da coprire al meglio i punti nevralgici di una delle più interessanti nazioni nel panorama dei mercati vitivinicoli mondiali.
Il programma del tour sarà fitto e strutturato: grazie alla partnership con Wonderfud, accompagneremo una collettiva di aziende italiane sul mercato, dando loro la possibilità di incontrare importatori e farsi conoscere, attraverso un’agenda programmata, dove i produttori avranno appuntamenti sicuri ed il tempo necessario a trasformare una semplice chiacchierata in un contatto strategico.

Tutto questo fa parte di un metodo già applicato in diverse tappe realizzate con Wonderfud: il suo nome è GOOD ed è un metodo che parte dalla ricerca del mercato obiettivo e seleziona gli operatori stranieri interessati, programmando incontri di business in loco con modalità one-to-one, definendo il piano d’azione e stabilendo una relazione di partnership tra produttore e importatore.

Tra Toronto e Vancouver, esistono delle differenze che, quando si ha intenzione di entrare in affari con il Canada, è bene conoscere. Andiamo a delinearle di seguito:

28-29 novembre: Toronto (Ontario)
Ogni provincia e territorio è unico e diverso a modo suo. Con 6,1 milioni di persone, Toronto è la più grande città del Canada (tra le prime dieci in Nord America). Quello che succede nei mercati più maturi come Londra, Parigi e New York si propaga con 3-5 anni di ritardo a Toronto, e ciò è dovuto principalmente al monopolio, l'LCBO. Toronto si conferma un importante mercato di esportazione per regioni vinicole come il Chianti, e molti consumatori richiedono vini come Brunello e Amarone principalmente. I vini di altre uve autoctone si stanno però facendo strada nelle migliori liste dei vini della città, infatti c'è molto interesse anche per i vitigni ancora poco conosciuti a Toronto da parte dei consumatori, sebbene l'LCBO li renda di difficile entrata.

2 dicembre: Vancouver (British Columbia)
La British Columbia si conferma probabilmente la provincia più sofisticata e, per certi aspetti, complessa del mercato canadese. Si tratta di un mercato estremamente curioso con agenzie di importazioni molto dinamiche, un monopolio (il British Columbia Liquor Distributor Branch) che nell’ultimo decennio ha allargato molto la sua offerta (sono più di 1.000 oggi le aziende vitivinicole, tra canadesi ed internazionali, presenti nel suo portfolio), una ristorazione di ottimo pregio e consumatori sempre più curiosi. Senza dimenticare che sono in aumento costante anche i liquor store privati che hanno superato abbondantemente le 1.000 unità. Un mix di fattori, pertanto, che fa della British Columbia un mercato molto interessante anche per le imprese italiane.


Per informazioni scrivi a redazione@winemerdian.com



Download scheda formato PDF



giovedi 17 ottobre

5 punti per osservare il mondo del vino che cambia

Secondo Wine Intelligence, ci sono 10 fattori d’impatto sullo scenario mondiale del settore vitivinicolo. Abbiamo selezionato per voi i nostri Top 5.


5 punti per osservare il mondo del vino che cambia
Passiamo così tanto tempo a cercare di prevedere il futuro, che cominciamo a scordarci di goderci il presente. Vale anche, e soprattutto, per il mondo del vino, un settore che nonostante stia sempre più godendo di attenzione a livello globale, non smette mai di voler guardare alla prossima mossa sulla scacchiera. Mettiamo in pausa la partita per un minuto, giusto il tempo di un caffè, o se non è troppo presto, un bel rosso barricato, corposo e rilassante.
Ci stiamo pensando ai traguardi fino ad ora? Alle sconfitte? E se sì, sappiamo da che cosa sono derivati e perché?
Il vecchio detto “senza passato non c’è futuro” è vero, ecco perché vogliamo dare un’occhiata a ciò che sta al centro, al nostro presente, al 2019, quello che Wine Intelligence definisce in 10 punti e che noi selezioniamo in una classifica Top 5.

Occhi al cielo: il clima è cambiato

Ve lo ricordate il 2017? Nel 2018 la produzione di vino mondiale è aumentata, ben del 17%, dopo una perdita del 9% nel 2017 (secondo dati Oiv). Per quanto riguarda l’Europa, la produzione è passata da 141 milioni di ettolitri nel 2017 a 181.9 milioni lo scorso anno, una crescita del 28,3%. Tra i tanti motivi, ciò è dovuto parzialmente alle più favorevoli condizioni climatiche che hanno condito il 2018 rispetto al 2017.
Le regioni di produzione degli States sono state risparmiate da grandi incendi (vedremo ora, viste le ultime notizie inerenti nuovi incendi in California, cosa succederà), quindi hanno visto anch’esse un incremento dei livelli di produzione, promossi dalle temperature più miti. L’ondata di calore italiana del 2017 non si è fatta vedere nel 2018, caratterizzato invece da pesanti piogge che, come ben sappiamo, hanno procurato diversi danni ai vigneti.

Si abbassa il volume, si sente il valore

Lo segnala anche l’ultimo report di IWSR, e noi già ne abbiamo trattato: i consumatori stanno bevendo meno vino e pagando di più per ogni bottiglia, e le cause che determinano questo fenomeno, possono essere tre:
  • i consumatori si spostano verso i vini premium. Nei mercati più stabili i consumatori stanno pagando di più per bottiglia, mentre consumano meno frequentemente. Probabilmente si tratta di una combinazione di maggior interesse verso la salute, di una maggiore varietà di prodotti dall’alto prezzo presenti sul mercato e di un packaging alternativo, che permette ai consumatori di andare in cerca di vino di qualità, anche in formati più piccoli, ormai molto ricercati all’estero.
  • I governi mondiali ce la stanno mettendo tutta per aumentare le tasse sull’alcol, tranne (fatalità) in quei luoghi dove il vino è tutelato da una lobby di produzione “domestica”. Oltre a questo, in molti Pesi coesistono tariffe extra, che chiaramente influiscono sul prezzo del vino.
  • Alcuni consumatori stanno semplicemente uscendo dalla categoria, rivolgendosi ad altre tipologie di alcolici e bevande.

Brexit, any news?
Gli effetti della Brexit sull'economia del Regno Unito e in particolare sul mercato del vino stanno diventando sempre più difficili da prevedere, quindi vediamo cosa è successo. Tre anni dopo la votazione dell'elettorato britannico per uscire dall’Unione Europea, ancora non è stato raggiunto alcun accordo sul processo con il quale il Regno Unito lascia un'unione economica e politica della quale fa parte da oltre 40 anni. Vige la perplessità. L'ente commerciale britannico Wine and Spirits Trade Association ha presentato suggerimenti per il governo affinché l'industria delle bevande continui a funzionare nel modo più agevole possibile in caso di “no deal Brexit” per assicurare accordi di libero scambio con partner chiave, garantire l'accesso continuo a una forza lavoro qualificata e mantenere il sistema di controllo e circolazione delle accise nell'UE.

Il mercato cinese matura in valore
Nonostante un declino in volume, il valore del vino in Cina cresce e il mercato matura. Nel 2018, in accordo con il trend riscontrato globalmente, il vino importato per volume è sceso dell’8% rispetto al 2017, ma il valore è cresciuto del 2.1%. Si tratta del primo declino dal 2014 per la Cina, una discesa per la quale non c’è da preoccuparsi poiché il volume registrato resta comunque più alto delle quote del 2016. Perché? In primis, il mercato dei vini low sta perdendo attrazione, i consumatori si spostano verso un bere meno ma meglio e diventano selettivi. In secondo luogo, il mercato sta digerendo ancora adesso i grandi volumi di vino importato dagli anni precedenti.

Il boom di Est Europa e della “piccola Asia”
Paesi come Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia hanno riscontrato picchi di crescita fenomenali nel ranking di attrattività dell’ultimo anno, secondo i monitor Wine Intelligence. Stessa cosa che accade, per altro, ad un’area dell’Asia fino ad ora poco discussa ma che, da pochi anni, fa parlare di sé. Le zone di Tailandia (in particolare per i vini fermi, che hanno avuto una crescita molto importante) Corea del Sud, Taiwan e Singapore sono Paesi molto interessanti per i produttori italiani, poiché c’è un crescente interesse verso gli autoctoni italiani ed anche una sufficiente educazione al vino per insediarsi. 

Noemi Mengo

Download scheda formato PDF



mercoledi 16 ottobre

10 anni dalla crisi: come è cambiata l’Europa del vino?

A circa dieci anni dalla crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’Unione Europea, IWSR ci aggiorna sul cambiamento delle abitudini di consumo del vino dei Paesi europei.


10 anni dalla crisi: come è cambiata l’Europa del vino?
Le testate nazionali l’hanno definita in svariati modi, per noi il termine “stretta creditizia”, o “credit crush” all’inglese, rende proprio l’idea di quello che nel 2009 accadde all’economia europea: un grosso colpo alla cintura, che strizzò la vita delle banche UE. Un vero e proprio sconvolgimento che, oltre ad occupare i titoli di giornale per mesi ed anni, ha innescato un cambiamento nelle abitudini di consumo degli europei, fra le quali rientrano anche le abitudini di consumo del vino.

Ad aprirci gli occhi, la mente e le possibilità di trarne qualcosa di buono, IWSR, che in un articolo di recente pubblicazione ci illustra statisticamente come sono cambiati i meccanismi di orientamento e acquisto al vino, in seguito a questi dieci/dodici anni che ci separano dalla crisi.

Le abitudini “pre crash” di molti consumatori sono cambiate per non ritornare più, ed in loro sostituzione ne sono subentrate delle altre. Certo, non è tutto di loro inventiva: a contribuire ad un’evoluzione di rituali e tendenze, la promozione di campagne pubblicitarie differenti, incentrate maggiormente sul consumo responsabile di vino, a discapito (ma in questo caso per fortuna) degli acquisti massivi dello stesso.
I dati IWSR mostrano che il consumo di alcol nell'Unione Europea è rimasto al di sotto dei livelli pre-crisi. Tra il 1998 e il 2007, il volume degli alcolici è aumentato del 4,2%, mentre nei dieci anni dal 2009 al 2019 è diminuito ad un consumo di quasi l'1%.

Nell'era post crisi inoltre,
molti Paesi hanno usufruito delle tasse sulle bevande alcoliche come mezzo per riequilibrare i libri contabili, e questo ha, inevitabilmente, spinto la domanda verso il basso. Inoltre, la riduzione complessiva dello spazio nei portafogli dei consumatori ha comportato la riduzione dei cosiddetti lussi, come il vino, la birra e gli alcolici in genere, trascinando verso il basso la popolarità di pub, bar e ristoranti.
I numeri IWSR mostrano poi che il prezzo medio dei vini e degli alcolici nell'UE è aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni. Il prezzo medio di una bottiglia di vino è aumentato del 16,5% e un litro di superalcolici è aumentato del + 27%. Questi forti aumenti dei prezzi sono un fattore chiave se si pensa al calo del consumo di vini e alcolici riscontrato, pari a oltre il 6% dal 2009.

Le tasse basate sulla forza dell'ABV (alcohol by volume) continueranno a colpire i vini e gli alcolici più duramente della birra e, di conseguenza, i prezzi medi della birra negli anni sono sempre stati meno pronunciati, e continueranno su questa linea. Ciò ha incoraggiato, e probabilmente proseguirà in questo intento, un passaggio alla preferenza della birra rispetto al vino e agli altri alcolici in tutta l’Unione Europea. Mentre i primi sono diminuiti, il consumo di birra è infatti aumentato di poco più dell'1% dal 2009.

L’aumento delle tasse ha quindi probabilmente contribuito all’aumento medio dei prezzi di vino e altri alcolici, ma ciò che è certo è che ha prodotto anche un cambiamento  nelle abitudini di consumo dei prodotti di fascia alta: i vini premium e super premium erano in calo nell'UE prima della crisi fiscale, ma nei dieci anni successivi hanno goduto di una crescita a doppia cifra. Ai distillati super premium è andata ancora meglio: già prima della crisi stavano procedendo bene, ma dopo, i tassi di crescita si sono più che raddoppiati.

Quando l'economia ha iniziato a riprendersi nell'Unione Europea e le tasche degli appassionati si sono rilassate maggiormente, molti consumatori hanno scelto di non tornare ai livelli di consumo precedenti, ma di fare un upgrade a prodotti di migliore qualità, piuttosto che acquistare in quantità maggiori.

Nessun mercato è uguale, ci preme sottolinearlo, e ci sono diverse dinamiche in gioco in ciascun Paese europeo, ma le tendenze generali indicano un
cambiamento negli atteggiamenti dei consumatori nei confronti dell'alcol a seguito della crisi, e non si può negare. Dal 2015 in poi abbiamo assistito ad un modesto, ma sostenuto, ritorno alla crescita dei volumi per il settore delle bevande alcoliche, ma nonostante questo, le proiezioni IWSR suggeriscono che solo dal 2021 in poi il consumo di alcol nell'UE tornerà al livello del 2009, e ci vorrà del tempo prima che il mercato raggiunga nuovamente il picco del 2007.
Noemi Mengo

Download scheda formato PDF



lunedi 14 ottobre

Il vino italiano sarà il meno colpito dai dazi USA

All'alba della sentenza WTO che autorizza gli USA ad applicare dazi per 7,5 miliardi di dollari sull'import UE, quali saranno le sorti del vino italiano ed europeo?


Il vino italiano sarà il meno colpito dai dazi USA
La situazione dazi oltreoceano potrebbe subire grandi e gravi cambiamenti nei prossimi anni. Il monito arriva dagli Stati Uniti dove è stato emesso il verdetto WTO che autorizza gli Stati Uniti ad applicare dazi su un ammontare di circa 7,5 miliardi di dollari sull’import Ue. Gli allarmismi non sono mai la soluzioni migliore, per questo siamo andati a cercare risposte alla domanda che sorge spontanea: nel dettaglio quali Paesi e prodotti rischiano maggiormente di essere colpiti da questo cambiamento? Quale sarà il futuro del vino italiano?
Una risposta ce la dà Nomisma Agroalimentare, che ha individuato per i principali Paesi Ue i settori che potrebbero essere maggiormente colpiti da questa nuova imposizione tariffaria, attraverso la ricostruzione dei valori di import al 2018 di tutti i 113 prodotti agroalimentari elencati nella lista emanata dall’amministrazione americana (USTR) suddivisi tra Paesi interessati. L’applicazione dei dazi viene infatti determinata sia per tipo di prodotto che per Paese importatore e dunque cambia di caso in caso. 

Innanzitutto va detto che per quanto riguarda il vino italiano per ora la situazione all'orizzonte non sembra essere così nera. Infatti sul totale di import agroalimentare negli USA di origine italiana che nel 2018 è stato di 5,48 miliardi di dollari, l’ammontare che viene interessato dai nuovi dazi è di circa 482 milioni di dollari, vale a dire il 9%. E questo 9% tocca marginalmente il vino italiano. "La gran parte di tale montante (quasi il 50%) riguarda i formaggi " in particolare Dop, come Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino Romano. Vino, olio d’oliva e pasta non sono stati inseriti nella “black list” mentre il secondo prodotto più colpito sono i liquori, per i quali il dazio del 25% andrebbe ad interessare un valore di quasi 167 milioni di dollari" evidenzia Denis Pantini, Direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma.

Vediamo invece la proiezione degli altri Paesi tra i 5 top exporter negli USA. 
Non sono così rosee le prospettive per il vino francese. "Nel caso della Francia, il dazio andrebbe a colpire principalmente il settore dei vini fermi su un valore di 1,3 miliardi di dollari (vale a dire il 20% dell’import agroalimentare di origine francese). In questo caso, Trump ha risparmiato sia lo Champagne che i formaggi transalpini mentre ha “bastonato”, al di fuori dell’agroalimentare, le esportazioni dei grandi aerei commerciali (10% di dazio su 3,5 miliardi di dollari di import), “casus belli” della disputa in corso tra le due sponde dell’Atlantico" spiega Pantini.
Per la Spagna, il valore dei propri prodotti inseriti nella lista incide per ben il 35% sul totale delle importazioni agroalimentari spagnole negli USA, con olio d’oliva e vino più penalizzati.
In merito al Regno Unito, la quasi totalità dei propri prodotti esportati negli Usa soggetti a nuovi dazi attiene agli spirits e, in particolare al whisky anche se nella lista viene specificato che l’import di questo prodotto sarà “tassato” solo in quota parte e non su tutto l’ammontare. Va comunque segnalato che, nel 2018, l’import americano di Scotch Whisky è stato di ben 1,6 miliardi di dollari che, unito agli altri prodotti di origine britannica inseriti nella lista, conducono ad una potenziale incidenza delle esportazioni soggette a nuovi dazi di oltre il 60% sul totale degli scambi agroalimentari.
Infine la Germania. Per questo paese, il valore dell’import soggetto a dazio è il più basso dei cinque top exporter considerati, vale a dire 424 milioni di dollari, il 19% del totale degli scambi agroalimentari verso gli Usa. Anche in questo caso, gli spirits rappresentano i prodotti più colpiti.

Agnese Ceschi

Download scheda formato PDF



giovedi 10 ottobre

L'avanzata della classe media cinese

Tutti i trend dello stile di vita della classe media cinese tra urbanizzazione, mondo digitale, brand e salute


L'avanzata della classe media cinese

Fonte: Telegraph


L’avanzata della classe media cinese non ha eguali al mondo. Dall’Oriente ci arriva un importante messaggio che coinvolge i produttori alla ricerca di opportunità di business nel mercato del Dragone. Negli ultimi anni i cambiamenti che stanno investendo lo stile di vita della classe media cinese hanno creato dei trend, che dovrebbero essere presi in considerazione nel creare una strategia oculata per il mercato cinese. Si parla di urbanizzazione, di mercato del lusso, di stile di vita sano e consapevole e di invasione del digitale per gli acquisti.
Vediamo assieme dunque i punti principali di questa avanzata della classe media cinese.

Urbanizzazione della società cinese


Secondo il National Bureau of Statistics cinese, alla fine del 2018 la popolazione nelle aree urbane in Cina aveva raggiunto gli 83,37 milioni, con un aumento di quasi 18 milioni dal 2017, mentre la popolazione rurale si aggirava attorno ai 56,41 milioni. Questo dato ci riferisce che la percentuale di urbanizzazione cinese è del 59,58%, percentuale supportata dalla crescita dell’economia del Paese che ha favorito l’incremento di tale fenomeno.

Il potere di acquisto della classe media continua a crescere

Secondo il Global Wealth Report 2018 di Allianz, il contributo della Cina alla crescita globale della classe media è il più grande al mondo. Come seconda economia al mondo, la Cina ha una classe media che rappresenta la metà di quella mondiale. Per fare un confronto, nel 2000 solo 500 milioni di persone al mondo erano appartenenti a questa categoria e metà di queste vivevano in Giappone, Nord America ed Europa Occidentale. Alla fine del 2017, invece, il totale della classe media nei Paesi industrializzati è crollato ad una percentuale di 1/4, mentre la classe media cinese rappresenta metà di quella mondiale.
Il poter di acquisto della classe media cinese nelle città di primo e secondo livello è notevole da un lato, i consumatori sono molto più sofisticati e leali ai brand, ma non durerà a lungo. Invece nelle città più piccole, che stanno avendo una rapida crescita, ci saranno in futuro più opportunità anche se i brand potrebbero incontrare maggiori difficoltà nella distribuzione e nella logistica. Infatti, le possibilità di crescita sono maggiori in queste città perché nelle quattro di prima fascia si sta assistendo ad un fenomeno di saturazione e dunque la classe media delle città di fascia inferiore diventerà il target ideale di consumatori nel prossimo e vicino futuro.

Il trend dei brand 
La classe media cinese sta dimostrando una preferenza per i brand occidentali. Più del 70% del reddito di questi consumatori viene utilizzato per comperare brand internazionali. Questo dato si accompagna anche alla tendenza ad acquistare sempre più orientati dalla qualità del prodotto: la qualità è diventata dunque il primo standard.
I consumatori cinesi contribuiscono a circa il 30% del consumo di beni di lusso nel mondo e, a livello nazionale, i consumatori della classe media rappresentano il 70% del mercato del lusso. I principali articoli acquistati sono borse, abbigliamento, gioielli, scarpe e cosmetici. Forse il vino non è ancora pienamente toccato da questo fenomeno, ma una cosa è certa: il lusso è per questi consumatori prima di tutto uno status sociale.

Leisure time 

La maggior parte dei consumatori di classe media spende il proprio tempo libero in attività di intrattenimento, viaggio e cenando fuori casa. Essendo loro molto “family oriented”, passano gran parte del loro tempo con familiari e amici stretti con cui amano cenare in ristoranti e uscire dopo cena per un drink. Sta aumentando il consumo del vino, ma non per semplice scopo di intrattenimento, più in abbinata al cibo e pur sempre con un valore salutare. L’attenzione alla salute ed al benessere è infatti molto elevata tra questi consumatori.

Stile di vita più salutare 

Con l’aumento della pressione lavorativa e di problemi di salute conseguenti, la classe media cinese è molto consapevole dell’importanza di avere uno stile di vita sano e molti di lori hanno già acquisito delle abitudini più salutari che coinvolgono le loro scelte di acquisto. I brand che promuovono cibo “green” sono più considerati degni di fiducia e vengono preferiti ad altri.

E-commerce e social media 


L’altissima percentuale di utilizzo di computer e smartphone tra la popolazione cinese di classe media ha accelerato negli ultimi anni la crescita dell’E-commerce e M-commerce (Mobile commerce).
Durante lo scorso “Shopping carnival” (11 novembre) Alibaba ha registrato un grande aumento degli acquisti da parte della fascia di popolazione nata tra gli anni ’80 e ’90 e dunque pienamente appartenente alla classe media. Il “2018 China Mobile Internet Spring Report” ha riportato a marzo 2018 un consumo mensile a persona di Taobao (sito web di negozio online cinese simile ad eBay, Amazon) di 93,4 volte e di più di 290 minuti. Il consumo online e tramite le applicazioni mobile sta crescendo ad un ritmo serrato grazie a vecchi e nuovi siti web o applicazioni come Taobao, Uniqlo, Jingdong, Dianping, Mogujie…
Mentre acquistano online, i consumatori prediligono scegliere la qualità sul prezzo, anche se i prodotti importati rappresentano ancora il 25% del totale degli acquisti in rete.
I social media hanno surclassato il mercato, rappresentando la più grande forma di condizionamento delle abitudini di acquisto dei navigatori della rete. C’è un dato importante da considerare però. L’uso dei social media può avere un grande vantaggio per i brand, ma anche costituire una materia molto delicata da maneggiare con le giuste misure. Infatti, più del 60% della popolazione di classe media è molto attenta ai commenti e alle raccomandazioni che trova su Weibo, WeChat o altre piattaforma social. Un buona fetta di questa media è costituita dalla popolazione femminile molto suscettibile alle opinioni altrui sui prodotti. Dunque, una volta consolidata la presenza sui social giusti (che in Cina non sono quelli del mondo occidentale) vale la pena lavorare molto sui feedback ricevuti e curarne la portata. 


Fonte: Daxue.
Agnese Ceschi

Download scheda formato PDF




Notizie dalla prima pagina
L’intervento del Direttore Fabio Piccoli ad un incontro dedicato al futuro dei giovani nel mondo del vino, promosso da Univerò, il Ferstival del Placement dell’Università degli Studi di Verona
venerdi 18 ottobre 2019

L’epoca delle contaminazioni

L’intervento del Direttore Fabio Piccoli ad un incontro dedicato al futuro dei giovani nel mondo del vino, promosso da Univerò, il Ferstival del Placement dell’Università degli Studi di Verona

Noemi Mengo
La salvaguardia del successo del Pinot Grigio passa anche attraverso una maggiore reputazione e diffusione sul mercato del nostro Paese venerdi 18 ottobre 2019

Ora il Pinot Grigio deve parlare anche italiano

La salvaguardia del successo del Pinot Grigio passa anche attraverso una maggiore reputazione e diffusione sul mercato del nostro Paese

Fabio Piccoli
Dal 28 al 29 novembre saremo a Toronto (Ontario) e il 2 dicembre a Vancouver (British Columbia) per un tour in partnership con Wonderfud
venerdi 18 ottobre 2019

L’ultima tappa del tour 2019 è il Canada

Dal 28 al 29 novembre saremo a Toronto (Ontario) e il 2 dicembre a Vancouver (British Columbia) per un tour in partnership con Wonderfud



sfondo_wm