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lunedi 19 febbraio

Tax down negli Stati Uniti

La novità del 2018: le tasse degli Stati Uniti diminuiscono per l'esportazione di vino e alcolici


Tax down negli Stati Uniti

STEVE RAYE © Bevology, Inc. 2018


A fine dicembre 2017 è stata approvata una rivoluzionaria legge sulla tassazione degli alcolici negli Stati Uniti, una legge che includeva un regalo di Natale per i produttori di vini e liquori... una riduzione significativa delle accise.
Ciò che emerge di più significativo per i produttori italiani è che la nuova legge estende il beneficio fiscale ai marchi importati in America. Ciò rappresenta un importante cambiamento nella politica fiscale che in passato ha favorito i prodotti nazionali rispetto a quelli importati. Forse ancora più importante, questa politica avrà probabilmente implicazioni che andranno ben al di là della durata biennale della legge.

Quindi, iniziamo con alcuni chiarimenti su finalità e termini del "Craft Beverage Modernization and Tax Act" (CBMTRA).
L'intento della legge era di ridurre le tasse e quindi dare ai produttori "artigianali" di vino, liquori, sidro, idromele e birra un modo per competere con i grandi produttori globali. Il vero obiettivo è però in realtà quello di stimolare la crescita dell'occupazione, espandere le operazioni e reinvestire nella crescita.

Qual è la definizione di "Craft" in America?
Tecnicamente non ce n'è una. "Craft" viene qui utilizzato come sinonimo di produttori più piccoli, poiché i benefici fiscali della nuova legge si basano sui volumi di produzione. In pratica, molti produttori italiani rientrerebbero nella categoria di tasse più bassa, quindi le aziende vinicole più piccole / familiari, verrebbero in genere considerate come "produttori artigianali" in America. È una cosa importante da considerare anche dal punto di vista del marketing, in quanto l'uso della parola “craft” è diventato una parte significativa di molte attività di successo di promozione di vino e alcolici.

Colpire i punti salienti
È importante che gli esportatori conoscano i dettagli della nuova legge: chi essa beneficia e in che modo verrà applicata.
In primo luogo, non è una semplice riduzione delle tasse, piuttosto un credito d'imposta, che verrà assegnato all'entità che paga la tassa, che, per gli esportatori sarebbe l'importatore degli Stati Uniti. L'entità pagante dovrà poi scegliere di ricevere il credito.
In secondo luogo, ci sono diverse componenti in gioco che avranno un effetto significativo per i produttori italiani. L’ABV (Alcohol by volume) massimo varia dal 14% al 16%, una percentuale che andrà a vantaggio soprattutto dell'Amarone e di altri vini ad alta gradazione alcolica. In precedenza, i vini tra il 14 e il 16% pagavano un'imposta ancora più elevata di quelli inferiori al 14%. La ragione era la produzione di vini ad alta gradazione alcolica negli USA che andava scoraggiata.

La nuova legge si applica anche agli spumanti, risparmiando circa 20 centesimi a bottiglia il ché dovrebbe avere un impatto positivo su Franciacorta, TrentoDOC, Prosecco ed altri.
I produttori di spiriti beneficiano di una riduzione delle tasse dell'80% per i primi 100.000 galloni di prova. Scende quindi da $ 13,50 / gallone a $ 2,70.
(Qui di seguito è possibile trovare una definizione, una tabella e una formula per convertire galloni di prova in litri : ttb.gov/spirits/convtbl.shtml)

Ciò che ancora non sappiamo
La legge è stata una sorpresa per tutti, i regolatori del TTB stanno preparando delle regole su come implementarla (https://www.ttb.gov/alcohol/craft-beverage-modernization-and-tax-reform.shtml). Un sondaggio tra gli importatori che abbiamo condotto a gennaio suggerisce che la maggior parte di questi tiene traccia delle spedizioni del 2018 e dei pagamenti delle tasse e richiederà il credito più tardi, forse alla fine dell'anno.
Inoltre, non è chiaro come TTB traccerà le quote di produzione per gli esportatori e come definirà "i primi 100.000" galloni laddove una data cantina o distilleria produca prodotti per più importatori o private label.

Qual è il significato della modifica della normativa fiscale per i produttori italiani?
Le importazioni dovrebbero diventare molto più desiderabili per l'intero sistema Three-Tier, perché la nuova legge libera di fatto i confini e consente ai marchi importati di competere in condizioni di parità con i locali.

Cosa dovrebbero fare i produttori italiani in questo momento?
Verificare che l'importatore riceva il beneficio della riduzione delle tasse effettive, e non il fornitore. Il consiglio più adatto è, per i produttori, quello di comunicare con i propri importatori e capire come hanno intenzione di gestire il cambiamento.
Altro consiglio: scegliete bene come allocare i risparmi. È improbabile che le riduzioni si rifletteranno sui costi di vendita per i consumatori, ma potrebbero essere reindirizzate al supporto del brand sul mercato. Indipendentemente dalla struttura delle importazioni, spetterà a ciascun fornitore affinare le proprie capacità negoziali con i distributori per spingere ed ottenere i fondi stanziati a sostegno di programmi di creazione di volumi quali degustazioni in negozio e altre promozioni.

Traduzione dell'articolo originale di Steve Raye
Steve Raye è presidente di Bevology, Inc, una società di consulenza specializzata nell'aiutare i marchi di vino e alcolici ad entrare e crescere nel mercato degli Stati Uniti. Interviene regolarmente a Vinitaly, Wine2Wine e tiene una lezione annuale alla Business School di Bologna.

© Bevology, Inc. 2018
steve@bevologyinc.com
www.bevologyinc.com
Steve Raye/ Bevology Inc.

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lunedi 22 gennaio

Filippine: un mercato all'orizzonte

Il reportage dalle Filippine sul consumo del vino


Filippine: un mercato all'orizzonte

Cebu, una delle mete turistiche delle Filippine


Questa è la prima parte di un lungo reportage sul consumo di vino nelle Filippine realizzato da Iphor Trading

Provate a chiedere ad un filippino se conosce almeno un vino italiano. Quasi sicuramente risponderà “Certo! Il Novellino”. C’è un solo problema: il Novellino non è italiano.
Bastano un nome dal suono italiano e l’etichetta con la bandiera della nostra patria, a permettere al marchio locale Bel Mondo Italia Corporation di mantenere il primato nel mercato del vino filippino per tutto il 2016 (i dati del 2017 non sono ancora usciti) con un 34% di quota volume totale.
Dunque, un vino dal suono italiano segna il 34% della quota totale di vino locale. Avete capito bene. E dirò di più, con un prezzo che oscilla tra i 3 e i 5 euro, questo vino numero uno nelle Filippine proveniente da una società del tutto filippina, conta sul nome italiano di Novellino, sulla pubblicità esterna, social media marketing, prezzi bassi e grande esposizione televisiva e radiofonica.

A questo punto è lecito domandarsi: ma i vini importati? Specialmente i vini veramente italiani? Nell’ultimo decennio, il vino è diventato gradualmente popolare nelle Filippine. E nello stesso periodo, il volume delle esportazioni di vino totali nel Paese è raddoppiato mentre il valore quadruplicato.
In modo avverso, solo il 2% della popolazione filippina di circa 105 milioni di persone consuma vino e di questo 2%, solo la metà sono compratori regolari di vino.

Quindi, qual è esattamente la segmentazione dei clienti del vino locale? I consumatori di fascia alta appartengono alla generazione X o generazione di Baby Boomers che rappresentano principalmente la classe di reddito medio-alta. I Millennials invece hanno occupato il mercato della fascia medio-bassa, mentre la New Silent Generation, sorprendentemente, mostra molto interesse per il vino. Perché questo è importante?

Gli adolescenti della città che compiono 18 anni sono i consumatori che dovremmo prendere in considerazione per il futuro, sapendo che il 44,4 della popolazione filippina è cittadina (45 milioni sono le persone che risiedono in grandi città!) mentre l’età media del Paese è di 24.3 anni, ovvero una stima di 70 milioni di filippini hanno meno di 28 anni! Questa è una vasta, giovane, base potenziale di clienti che potrebbero bere vino.

C'è sempre, tuttavia, l'altro lato della medaglia: nonostante la crescita del mercato del vino, il consumo non è aumentato come qualcuno si sarebbe aspettato. Una ragione è che le Filippine sono ancora un paese che beve principalmente birra e brandy. Per non dimenticare le altre importanti ragioni sia economiche che culturali.

Nonostante tutte queste considerazioni, le Filippine sono un mercato promettente per il vino, mostrando una crescita potenziale effettiva. Si prevede che l'espansione nel suo mercato del vino si aggirerà intorno al 10% all'anno nei prossimi cinque anni, guidata dai principali motori di crescita, che sono, come previsto, la salute e lo stile di vita.
Le prove mediche sui benefici del consumo moderato di vino hanno indotto sempre più consumatori a prendere atto e modificare le loro abitudini di consumo.
C'è una preferenza generale per il vino rosso piuttosto che per il vino bianco a causa dei suoi benefici per la salute e per la tendenza culturale asiatica a considerare tutto ciò che è rosso come fortunato. D'altra parte, è certamente vero che il vino è diventato sempre più popolare in Asia con la sua lucente aura di cultura sofisticata e stile di vita glamour.

La domanda di vino nelle Filippine è anche guidata dalla crescita nel settore del turismo. Infatti, nei primi dieci mesi del 2017, le Filippine hanno registrato un aumento degli arrivi di turisti a 5,4 milioni di persone. Inoltre, vi è un proliferare di nuovi ristoranti, bar e locali notturni soprattutto a Metro Manila, giustamente considerato il più grande mercato del vino del paese con il 70% del vino importato venduto. Anche la crescita delle vendite a Cebu e in altre grandi città dell'Arcipelago è di buon auspicio per l'industria, influenzando positivamente il consumo di vino a livello nazionale.
Redazione con Iphor Trading

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giovedi 18 gennaio

Importare vini italiani in America: non ci si improvvisa

Intervista a Nicola Baù e a Roberta Crivellaro dello Studio legale Whiters


Importare vini italiani in America: non ci si improvvisa
Molte aziende vinicole italiane ci sono già riuscite, e molte altre a fatica riescono ad inserirsi: il mercato statunitense degli alcolici non è un terreno semplice in cui approdare. Dal proibizionismo in poi le leggi statunitensi si sono diramate verso tante direzioni diverse; infatti, a seconda dello stato in cui si desidera importare vino, bisogna ottenere di norma una licenza specifica, che non vale in altre parti della nazione.
A Wine2Wine 2017, abbiamo incontrato due avvocati esperti del settore, che si occupano di affiancare le aziende vinicole italiane nel momento in cui queste desiderano importare i propri prodotti o aprire una filiale negli USA.
Nicola Baù e Roberta Crivellaro dello Studio legale Whiters hanno risposto ad alcune nostre domande, rendendoci più chiaro cosa significhi puntare agli Stati Uniti come mercato target e quali sono i rischi che ne conseguono.
Durante il loro intervento a Wine2Wine hanno affrontato un argomento delicato per le aziende interessate all’inserimento in America, ovvero il cosiddetto “Three-tier system”.

Ci potete spiegare meglio,per chi ancora non lo conoscesse, il three-tier system?
Il three-tier system della distribuzione alcolica è costituito da tre livelli, corrispondenti a tre categorie professionali, che devono necessariamente rispettare una procedura commerciale stabilita: produttori o importatori, distributori e retailers.
I produttori possono vendere i prodotti solo ai distributori, che a loro volta possono rivenderli solo ai retailers, e così questi ultimi ai consumatori finali.
Per un produttore o un distributore, non è possibile vendere direttamente al consumatore finale.

In base alla vostra esperienza, qual è in trend generale che avete riscontrato nelle vostre numerose collaborazioni?
Negli ultimi anni stiamo lavorando moltissimo con i produttori di vino italiano negli Stati Uniti, molti hanno deciso di costituire la loro società di importazione, un trend molto interessante per i player più grossi.
Molti invece si sono consorziati, essendo competitor a livello regionale in Italia ad esempio, e hanno costituito insieme una società di importazione negli Stati Uniti.
La tendenza è sicuramente quella di prendere la via dell’importazione in maniera autonoma e non passare dall’importatore, ovvero come si faceva una volta.
Il mercato della distribuzione si è anche consolidato negli anni, quindi è più difficile da penetrare, pertanto anche questo è un elemento che necessita un conseguente consolidamento in Italia e, generalmente, gli Stati Uniti rimangono un paese target per i produttori di vino italiani.

Quali sono le problematiche più comuni, gli errori che avete riscontrato durante le varie collaborazioni con aziende italiane?
L’errore principale è quello di una mancata pianificazione. A vari livelli gli USA sono il primo mercato del mondo per quanto riguarda il vino, non con grandissimi margini di sviluppo, ma forse il più complicato per la nostra esperienza, sia per ragioni commerciali sia per ragioni legali, in quanto c’è una legislazione particolare, unica al mondo, legata al proibizionismo, il cosiddetto “Tree Tier System”, nel quale il produttore non può andare al retail direttamente.
L’aspetto fiscale è altrettanto importante, insieme all’aspetto delle liquor licenses. Molto importante è quindi un’attenta pianificazione, poiché non ci si può improvvisare negli Stati Uniti. 
Noemi Mengo

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mercoledi 09 agosto

L'Italia mantiene le posizioni nel mercato USA

Lo dice il rapporto sul primo semestre 2017 dell'Italian Wine and Food Institute


L'Italia mantiene le posizioni nel mercato USA
Il vino italiano mantiene le proprie posizioni sul mercato USA, nel primo semestre dell’anno in corso, secondo quanto reso oggi noto dall’Italian Wine & Food
Institute.
Nel periodo in esame l’Italia ha fatto registrare
un lieve aumento sia in quantità (+0,7%) che in valore (+1,1%) che, secondo il presidente dell’IWFI Lucio Caputo, permette di continuare a mantenere il primo posto fra i principali fornitori del mercato USA.
Si alternano invece, nell’elenco dei principali paesi fornitori del mercato USA, le posizioni degli altri Paesi con l’Australia ritornata in seconda posizione davanti a   Cile e Francia, a seguire la Nuova Zelanda

Secondo la nota diramata oggi dell’IWFI, l’Italia è passata da 1.283.020 ettolitri del primo semestre del 2016, per un valore di $666.091.000, a 1.292.540 ettolitri, per un valore di $673.659.000, del primo semestre dell’anno in corso.
La quota di mercato dei vini importati dall’Italia è risultata pari al 26,1% in quantità, contro il 28,8% del primo semestre del 2016, e al 31,7% in valore contro il 33,5% del primo semestre del 2016, con una diminuzione in entrambi i casi.
In dettaglio, le importazioni totali statunitensi, nel primo semestre dell’anno in corso, sono ammontate a 4.933.850 ettolitri, per un valore di $2.121.740.000, contro i 4.450.430 ettolitri per un valore di $1.988.864.000 del corrispondente semestre dell’anno precedente con un incremento del 10,9% in quantità e del 6,1% in valore.
Le importazioni dall’Australia, secondo paese fornitore del mercato USA, sono risultate pari a 982.230 ettolitri, per un valore di $181.887.000, contro i 675.240 ettolitri, per un valore di $175.043.000, del corrispondente periodo dell’anno scorso, con un aumento del 45,5% in quantità e del 3,9% in valore. Va tuttavia sottolineato che tale aumento è essenzialmente dovuto ad un notevolissimo incremento di ben il 186,5% delle esportazioni di vini sfusi che hanno
controbilanciato la contemporanea diminuzione del 9% delle esportazioni di vini in bottiglia.

Sempre positivo, secondo la nota dell’Italian Wine & Food Institute, l’andamento delle esportazioni italiane di spumanti che, nel primo semestre dell’anno, hanno fatto registrare un aumento del 13,9% in quantità e del 9,6% in valore, rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, raggiungendo una quota di mercato del 58,9% in quantità del 35% in valore.
Complessivamente, le esportazioni di spumanti italiani verso il mercato statunitense sono passate da 282.070 ettolitri, per un valore di $149.981.000, del primo semestre del 2016, a 321.370 ettolitri, per un valore di $164.429.000, del primo semestre dell’anno in corso.


Di particolare interesse, sempre secondo l’Italian Wine & Food Institute, il confronto fra le cifre complessive delle esportazioni verso gli USA di liquori, vino e birra che, nel primo semestre dell’anno, hanno fatto rispettivamente registrare esportazioni per $3.4 miliardi per i liquori$2.8 miliardi per il vino e $2.5 miliardi per la birra.
In quantità sono stati esportati verso gli USA 2.042.373.503 di litri di birra, 612.897.000 litri di vini (inclusi spumanti, vermouth e vini liquorosi) e 330.471.000 di litri di liquori. 







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martedi 27 giugno

Il futuro del vino guarda ad Oriente

L'analisi sul mercato giapponese del consulente export Roberto Bosticco


Il futuro del vino guarda ad Oriente
«L’Europa era il passato, gli Stati Uniti sono il presente, l’Oriente il futuro». Questo è ciò che ha detto Roberto Bosticco, Export Manager ed esperto di mercato asiatico, durante un intervento alla Fondazione Edmund Mach di San Michele All’Adige. Il mercato asiatico ed in particolare quello giapponese si sta dimostrando sempre più interessante per il settore vitivinicolo, grazie soprattutto alla grande crescita economica iniziata in Giappone dagli anni Ottanta. In seguito all’aumento della ricchezza, per gran parte di loro dovuta ad investimenti in borsa e nel campo immobiliare, i giapponesi hanno iniziato ad avvicinarsi a prodotti lontani dalla loro tradizione, compresi i vini stranieri.
Il primo grande incontro del mercato giapponese è stato con la Francia e subito dopo con l’
Italia che, ancora oggi, vanta il secondo posto come importatore in questa nazione. Il mercato giapponese si focalizza, inoltre, sul rapporto qualità-prezzo, che implica che per spendere molti soldi in una bottiglia deve essere questa di ottima qualità. Ciò gioca senza alcun dubbio in favore del vino italiano. Di contro, se un tempo in Giappone il vino era di difficile reperibilità ora lo si può trovare ovunque, soprattutto nei Kombini a quattro euro. Dunque chi sceglie di spendere poco per una bottiglia di vino, è difficile che spenda per un vino italiano, perché questo ha sempre perso la gara contro i vini di bassa fascia. 
“Per il produttore italiano, e nell’idea comune, è inaccettabile scendere sotto ai tre euro/tre euro e cinquanta, poiché un vino sotto questo prezzo è considerato da noi acqua sporca. Questo è il motivo essenziale per il quale l’Italia è chiamata fuori dal mercato dei vini “economici” lasciando spazio quindi a paesi del Sud America come Cile ed Argentina” ha spiegato Bosticco.

Via libera al Giappone dunque. “
Nei prossimi cinque anni è previsto un aumento del 5% annuo per quel che riguarda il fatturato nel settore enologico e, ciò fa dedurre quanto possa essere favorevole aprirsi al mercato giapponese in questo momento. Basti pensare che, solo la città di Tokyo rientra in un mercato singolo che concentra dieci milioni di euro in più ogni anno. È senza alcun dubbio un mercato privo di alti e bassi con molto spazio per i vini di qualità, anche provenienti da piccole produzioni” ha continuato l’esperto. 

Ma
che gusti hanno i giapponesi? Sono sicuramente molto amanti dei vini rossi, mentre riscontrano non poche difficoltà con i vini bianchi, per loro di difficile comprensione. Negli ultimi anni, inoltre, abbiamo assistito al fenomeno Prosecco, usato non tanto normalmente a tavola, ma esclusivamente per celebrazioni importanti. “Un particolare ragionamento lo richiedono i vini molto zuccherini, molto apprezzati, e il vino biologico o biodinamico, che invece non apprezzano perché percepiscono l’ossidazione e i residui presenti in essi come segno di bassa qualità.

Comprendere i gusti di un popolo dall’interno non è di certo facile per uno straniero. Così Bosticco ha voluto andare oltre le indagini di mercato o di vendita, sperimentando un metodo personale, che ha chiamato marketing parassita. Ciò gli ha permesso, comparando un medesimo prodotto, venduto con caratteristiche diverse in diversi Paesi del mondo, di provare a comprendere i gusti alimentari dei giapponesi, ma non solo. “Ho provato ad inventare una nuova tecnica. Viaggiando molto, ho l’occasione di passare diversi Paesi in cui è presente una nota catena di fast-food. Ho provato ad ordinare lo stesso panino in ogni nazione diversa nella quale mi trovassi di passaggio. Dopo attente analisi sul gusto hai scoperto che: in Italia spicca il gusto della carne, nei paesi del Nord Europa una nota acidula, in Giappone il gusto di teriyaki, in Cina la dolcezza e così via. Queste analisi mi hanno portato a comprendere come ci siano dei denominatori precisi che determinano la sensibilità al gusto nei diversi Paesi” ha raccontato Bosticco. In Giappone dunque prevale il teriyaki, una salsa di soia dolce marinata, e dunque questo apre un ragionamento sulla tipologia di vini che si possono adattare a questo gusto. Senza avere la pretesa di abbinare dei vini precisi a questo gusto prevalente, è importante che i produttori prendano consapevolezza di questa realtà. 


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