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giovedi 21 giugno

Il solido mercato di Singapore, vecchio amico con il quale sperimentare

Vini fermi accolti a braccia aperte dal mercato di Singapore, meno margine di crescita per gli sparkling, ma le previsioni per il 2021 vedono buono spazio di consolidamento per i brand italiani


Il solido mercato di Singapore, vecchio amico con il quale sperimentare
Sebbene Singapore rientri ormai fra i mercati cosiddetti “maturi” dell’Asia e non rappresenti più la nuova sfida per i produttori italiani, è sempre un terreno fertile in cui provare a coltivare, poiché la popolazione accoglie piuttosto di buon grado i nuovi trend d’importazione. Ecco perché abbiamo scelto di proporvi un report sui trend attuali all’interno di questo paese dalle grandi potenzialità di crescita. Un’accurata statistica condotta da IWSR Vinexpo, ci mostra delle interessanti considerazioni sulla crescita del comparto vinicolo dal 2011 fino ad oggi, regalandoci anche una preziosa previsione dell’andamento fino al 2021.
Prima di addentrarci in un’analisi più approfondita, è bene ricordare un breve background della situazione politico-economica del paese.
Come segnala anche una pubblicazione (APAC Rapporto Paese Singapore 2018) promossa da
Atradius, fra i leader mondiali del settore assicurativo internazionale, la situazione politica ed economica di Singapore gode relativamente di buona salute. La distribuzione del reddito è piuttosto equa e, a differenza della vicina Malesia, le tensioni razziali sono trascurabili. Il Partito di Azione Popolare (PAP) è al potere dall’indipendenza di Singapore dichiarata nel 1965, e pur essendo favorevole alle imprese, rispetto agli standard occidentali limita lievemente le libertà personali all’interno dello Stato. Il reddito pro capite e il livello di sviluppo di Singapore soddisfano gli standard dell’OCSE, ma l’economia singaporiana risente di una certa vulnerabilità dovuta all’elevata dipendenza dalla domanda dei partner commerciali, nonostante però le dimensioni dello stato siano decisamente ridotte, l’economia si presenta ben diversificata. Nel 2017 in generale le esportazioni e la produzione industriale sono aumentate rispettivamente del 5% e del 10%, mentre si è registrata una ripresa anche dei consumi privati. Per quanto riguarda il settore vinicolo, grazie anche al commercio on-line, colpito da un cambiamento radicale nel profilo dei visitatori, il mercato del vino ha registrato un andamento notevolmente positivo.

Procediamo quindi con il confrontare l’andamento di vini fermi e sparkling e il loro posizionamento all’interno del mercato singaporiano. Cominciamo innanzitutto a considerare una nota positiva, a differenza di altri mercati asiatici, dove la produzione locale comincia ad avere un certo peso, a Singapore le importazioni dominano il comparto. Francia, Italia e Spagna sono tra i maggiori importatori per entrambe le categorie, superati nettamente solo dall’Australia, che però, in previsione, sembrerà avere sempre meno presa negli anni futuri. 

Vini fermi: rossi e bianchi positivi, rosè con scarso consumo


Dal 2011 al 2018, i vini fermi hanno subito una crescita graduale ma positiva, passando da un volume di 1.0 milioni in casse da 9 litri a 1.1 milioni. La crescita fino al 2021 proseguirà, anche se più lentamente e rientrando all’interno della soglia di 1.1 milioni. Il consumo pro capite è invece diminuito, dato che però non deve scoraggiare se consideriamo la crescita costante dei consumi nel paese. Partendo da 2.1 milioni in casse da 9 litri nel 2011 ha subito un picco di crescita a 2.2 milioni nel 2013 per poi scendere gradualmente, arrivando del 2018 a 2.0 milioni. Le previsioni indicano un’ulteriore diminuzione per il 2021 a 1.9 milioni.
I vini rossi occupano grande spazio, passando da 0.7 milioni nel 2011, con un picco nel 2013 a 0.8, per poi assestarsi stabilmente sotto 0.8 milioni. Per i bianchi l’aumento si è registrato lento e graduale, passando da 0.2 milioni nel 2011 a 0.3 nel 2018, con un lieve rialzo nel 2015, e con la previsione che rimanga costante su questo andamento anche fino al 2021. I rosè hanno invece pochissimo spazio, non superando mai nell’arco degli anni 2011-2018 (e in previsione 2021) la soglia dello 0.0 milioni in casse da nove litri.
Il CAGR quinquennale 2016-2021 segnala un un 2.1% e un volume di 0.1 milioni in casse da 9 litri per i prodotti italiani, volume previsto in aumento. Basandoci sempre sul calcolo CAGR, i vini maggiormente venduti sono quelli della fascia di prezzo standard, che si confermano a 3.8% con un volume che passa da 0.4 milioni nel 2016 a un previsto 0.5 nel 2021. La categoria dei “Super Premium +” per i vini bianchi non ha margine di crescita, pochissimo lo spazio, al momento 0.1 milioni che andranno in diminuzione con un CAGR di -0.5%. 

Vini sparkling: la rivincita del Prosecco

Anche per questi vini i consumi si registrano sulla base di prodotti di importazione. Volume e consumo pro capite qui non vanno in opposizione fra loro, come abbiamo visto per i vini fermi, ma seguono entrambi una graduale crescita. Dal 2011 si parte con un volume in casse da 9 litri al di sotto di 0.1 milioni, quindi 0.170 milioni di litri per adulto circa, e si prevede di arrivare al 2021 con un aumento che rientra sempre all’interno di 0.1 milioni, ma con 0.240 milioni di litri per adulto. Il consumo pro capite passa da 0.204 milioni in casse da 9 litri nel 2011, un picco di 0.229 milioni nel 2014, un lieve calo nel 2015 con 0.227 e una risalita al 2018 con 0.242 milioni. Per il 2021, le previsioni parlano di sfiorare la soglia di 0.250 milioni.

Per quanto riguarda le categorie di prezzo, secondo il calcolo CAGR quinquennale, la fascia standard predomina, con un 6.7% previsto fino al 2021, ma anche la zona dei “Super Premium +” si guadagna una buona fetta di torta, con volume che rientra nel segmento di 0.1 milioni, in leggero calo fino al 2021 con CAGR di -0.7%. Il CAGR 2016-2021 per provenienza invece vede l’Italia a 10.5%, con i volumi più alti dopo la Francia, il cui champagne domina ancora il mercato. Nota positiva per l’italiano prosecco: lo champagne è salito in volume tra il 2012 e il 2013, ma dal 2014 ha effettuato un’inversione di marcia, registrando lievi riduzioni in volume, sempre rientrando in 0.1 milioni. Il Prosecco invece è sempre più in aumento e nel 2021 si prevede raggiunga le quote dello champagne. Fra gli altri sparkling vengono riportati Asti e Lambrusco, i cui volumi sono molto ridotti, ma costanti anche in futuro. 

In conclusione, interessante quindi, per quanto riguarda la categoria sparkling, la prevista rimonta del Prosecco sullo Champagne, un dato da tenere monitorato negli anni a venire. Per noi italiani, c’è globalmente sempre più margine di insediamento all’interno del mercato, perciò è ora di restare fiduciosi e continuare ad investire per fare export a Singapore, un mercato che certamente ha ormai qualche ruga, ma che è pronto per accogliere positivamente le nostre nuove proposte “Made in Italy”.



Noemi Mengo

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lunedi 04 giugno

Quando la scelta dello studio legale, fa la riuscita del contratto

I consigli di Benedetto Cico, manager Wine West LLC, per la compilazione di un contratto commerciale negli Stati Uniti


Quando la scelta dello studio legale, fa la riuscita del contratto
La compilazione e sottoscrizione di un contratto commerciale con un importatore americano è sicuramente tra le operazioni più importanti e complesse per un produttore italiano di vini interessato a mantenere una relazione commerciale costante nel mercato statunitense. Termini di pagamento (che possono essere comunque risolti al momento della emissione della fattura), ma anche registrazione delle etichette, proprietà intellettuale, acquisti minimi garantiti, sunset clause (buona uscita a favore dell’importatore), esclusiva geografica ed esclusiva di certe etichette sono alcuni tra i punti fondamentali sui quali l’azienda e l’importatore devono assolutamente trovare un accordo prima di iniziare la collaborazione.
Negli Stati Uniti, ed ancora di più nei mercati chiave di New York, Chicago e la California, gli
avvocati sono centinaia di migliaia; sono tutti molto specializzati (dalla difesa criminale alla proprietà intellettuale agli infortuni sul lavoro, ad esempio), per cui in realtà sono veramente molto pochi gli studi specializzati nella stesura e analisi di contratti specifici per il settore vinicolo. Questo numero molto limitato crea inevitabilmente possibili conflitti di interesse per gli studi legali, che spesso non solo rappresentano aziende vinicole in diretta concorrenza tra loro, ma anche importatori e distributori i cui obiettivi sono in diretto contrasto con quelli dei produttori.

Consigliamo quindi alle aziende vinicole italiane di valutare con la
massima attenzione la scelta dello studio legale, e di verificare eventuali conflitti di interesse, chiedendo senza problemi (è pratica normale negli Stati Uniti) quali clienti siano già rappresentati dai legali dello studio, se tra i loro client ci sono anche importatori e distributori, e se esistano conflitti di interesse diretti con l’azienda vinicola stessa.
I produttori italiani devono infine tener presente che per gli studi legali USA, specie i più utilizzati dai produttori italiani, e che hanno tra i managing partners quasi sempre italiani trasferitisi negli USA, i clienti più importanti e fonte continuativa di parcelle sono gli importatori e distributori, non le cantine: in questo esiste un chiaro conflitto di interesse che gli studi legali stessi si guardano bene dal divulgare.

Benedetto Cico

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martedi 22 maggio

I vostri vini piaceranno in Giappone?

Piccolo test pratico in quattro punti. Per entrare nel mercato giapponese, prima di qualsiasi passo, quello che occorre capire è se i vini hanno la potenzialità necessaria per piacere a quel mercato.


I vostri vini piaceranno in Giappone?
Spesso le aziende mi chiedono progetti per entrare nel mercato giapponese, ma prima di qualsiasi passo, quello che occorre capire è se i vini hanno la potenzialità necessaria per piacere a quel mercato, come sempre molto caratteristico, in modo da poter partire sin da subito con il piede giusto. I gusti stanno cambiando, evolvendo e diventando più specifici, allontanandosi finalmente da quei gusti internazionali che non ci vedono vincitori nei mercati mondiali. Il nostro punto di forza è, e sarà sempre di più, la tipicità. Ma non solo quello che si trova dentro la bottiglia conta, anche tutto quello che c’è intorno gioca un ruolo importante. 

Facciamo quindi un piccolo test in quattro punti:

1 Storia aziendale. I Giapponesi apprezzano molto la storia, dietro un vino è sempre bene ci sia un percorso. Premesso questo, sono tre le tipologie che più li attraggono, con pari capacità di accendere l’interesse, in ordine puramente casuale. 
La prima è una storia secolare da poter raccontare; quindi antiche famiglie toscane o piemontesi, che producono vino da generazioni e generazioni, oppure tradizioni territoriali portate avanti da lunghissimo tempo (penso all’appassimento sui graticci per esempio). Ancora, poter citare almeno il bisnonno come già produttore di vino, aiuta parecchio. 
La seconda una storia di successo; ebbene si, anche in Giappone, pur nella sua apertura e cultura, una cantina che ha preso tre bicchieri per dodici annate consecutive accende un interesse decisamente maggiore di un produttore altrettanto buono, ma ignorato dalle guide. Anche avere iniziato da pochi anni, ma già avere ricevuto apprezzamenti in termini di premi e punteggi ha un buon effetto. 
La terza una storia di visione imprenditoriale; precursori, visionari, persone che si sono innamorate di un luogo, di una cultura, e ne hanno fatto un’azienda. Imprenditori che hanno visto lungo e hanno per primi iniziato percorsi, che si sono poi rivelati lungimiranti; penso ai primissimi che hanno pensato alla sostenibilità, non solo al biologico, o che hanno riscoperto zone di produzione dimenticate che si sono poi rivelate particolarmente vocate, o hanno anche semplicemente rivitalizzato una regione, elevandola e valorizzandola con un ruolo da capofila.

2 Biologico.
Qualche anno fa il biologico faceva la differenza sul mercato, specialmente dopo la svolta salutista seguita al disastro di Fukushima del 2011; oggi la differenza la fa il non esserlo. La grande maggioranza dei produttori è certificata, totalmente o in parte, e non è più una particolarità che aiuti in modo sensibile. Ma il non esserlo ormai un poco penalizza, passa un immagine di azienda in qualche modo non al passo con i tempi, essendo dato per scontato che questa tipologia di conduzione delle vigne è l’unica via percorribile per un buon futuro di produzione di qualità. Non chiude tutte le porte, ma servono di sicuro altri punti di forza a compensazione.

3 Vitigni & vinificazione. Porte aperte, se non spalancate, agli autoctoni. L’Italia viene vista come territorio di magnifici vitigni, e di buoni produttori. Pochi saranno seriamente interessati ad un Cabernet Sauvignon italiano (parlando di vitigni internazionali, forse l’unico visto come “anche” Italiano è lo Chardonnay), mentre parecchi lo saranno ad un buon Sangiovese o Nebbiolo. Poi via via a tutti i vitigni, anche molto più particolari, che abbiamo. Amano i vini puliti, se non tecnici; dando per scontata la tipicità del risultato finale, i difetti che a volte vengono dati per necessari nella produzione di certi vini estremamente naturali (piccole ossidazioni, per esempio), qui non hanno mai trovato particolare apprezzamento, se non in ristrettissime nicchie di consumatori. In genere è apprezzata la pulizia e la continuità, pur nel rispetto delle caratteristiche dell’annata.

4 Gusto.
Qui devo per forza generalizzare, ma alcuni tratti fondamentali vanno capiti. Gusti internazionali, piacevoli, banali ma conosciutissimi (ciliegia, vaniglia e via di questo passo; sappiamo di cosa stiamo parlando), non sono il nostro mercato. Non dico che non piacciano, anzi, ma qui Cileni e tutto il nuovo Mondo sono imbattibili, anche perché arrivano al consumatore a prezzi dimezzati rispetto agli Italiani. Piacciono i gusti caratteristici, tipici dei nostri vitigni, per i quali sono disposti a pagare di più per l’unicità; e devono avere una certa energia, una certa forza. Pur nell’evoluzione positiva che li porta ad apprezzare sempre più la particolarità, l’intensità gioca ancora un ruolo fondamentale; non è raro che mi dicano che un tal vino è interessante, ma piuttosto scarico in bocca e quindi un poco deludente. Sempre in termini generali: non gradiscono particolarmente alcuni vini giovani, leggeri, bianchi o rossi che siano, che noi invece beviamo con piacere. Questo probabilmente perché per noi il vino è bevanda quotidiana, e quindi in certi momenti apprezziamo la leggerezza e la facilità di beva; per loro, pur nei loro grandi consumi, resta comunque una bevanda da momenti particolari, serate con amici, ristoranti di buon livello, dove cercano impatto gustativo. Quindi: tipici, intensi, lunghi i tratti di gusto maggiormente apprezzati.

Questi i punti fondamentali. Come detto all’inizio, non è indispensabile soddisfare tutti i requisiti, ma il farlo in tutto o in parte faciliterà la ricerca dell’importatore giusto. Ci sono poi altri dettagli che possono aiutare. Una etichetta molto sobria, elegante e pulita piacerà molto di più di una tempestata di falsi brillanti (per quella abbiamo la Cina). Il tappo di sughero piacerà di più del tappo a vite (abbassa la percezione di qualità, ci accosta ai già citati cileni, dal costo e prestigio ben più bassi). Precisione e puntualità nelle pratiche di inizio rapporto saranno altamente apprezzate, ma questo è invece un altro capitolo, quello di come affrontare il rapporto commerciale una volta che entrambe le parti hanno deciso di collaborare.

Roberto Bosticco, corrispondente da Tokyo

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lunedi 23 aprile

Corea del Sud: gusti e preferenze di un mercato in espansione

Un report sull’orientamento sud coreano rispetto ai vini d’importazione


Corea del Sud: gusti e preferenze di un mercato in espansione
Stando alle ultime analisi mondiali del settore, è assodato che il fulcro del mercato vinicolo si stia spostando sempre più ad est, trascurando un po’ la vecchia “signora Europa”, per fare l’occhiolino ad una giovane Asia dalle grandi potenzialità. Per poter entrare a far parte dell’ondata e diventare marchi conosciuti ed amati anche oltreoceano, occorre però conoscere i gusti del paese di destinazione, al fine di accontentare i bisogni, pianificare gli investimenti e, perché no, prevedere le mosse della concorrenza. Ecco quindi che, dopo aver approfondito gli sbocchi di business in altri paesi del continente asiatico in altri nostri articoli (ad esempio qui), abbiamo deciso di riportare un’indagine davvero recente, che vede come protagonisti i consumatori sud coreani, con la fiducia che tra i lettori vi sia qualcuno che ne farà buon uso per i propri futuri investimenti.

L’ultimo nato di Wine Intelligence è un curioso report sui gusti e le preferenze varietali dei palati della Corea del Sud, facenti parte di uno dei mercati in espansione più succulenti di tutto il globo. Produttori, ecco a voi una panoramica delle preferenze dei consumatori della Corea del Sud per il 2018.

Le 5 cose più importanti da sapere:

1 Sauvignon Blanc e Chardonnay sono i bianchi preferiti dai consumatori della Corea del Sud (tra quelli che bevono vino importato almeno ogni 6 mesi), ma queste preferenze vanno contestualizzate e suddivise per segmenti di età, infatti, i bevitori tra i 19 e i 24 risultano nettamente orientati a preferire il Sauvignon allo Chardonnay.

2 I bevitori più giovani dichiarano una preferenza per il vino dal sapore più dolce, ad esempio il Moscato, risultante il preferito tra tutti come varietà.

3 Il Cabernet Sauvignon è universalmente il favorito, tra i consumatori abituali di vino rosso, a tutte le età, anche se è stata riscontrata una tendenza fra i più giovani a preferire con decisione il Pinot Nero.

4 I consumatori di vino bianco hanno una percezione dello stesso piuttosto singolare: lo definiscono infatti più “alla mano”, ma non nel senso economico del termine, più amichevole, se si possa mai accostare un aggettivo del genere ad un vino. All’interno vi trovano equilibrio tra morbidezza, dolcezza, con una punta di “crispy”. In ogni caso, vini dai sentori più freschi e fruttati, vincono assolutamente in termini di gusto.

5 Similmente al vino bianco, il vino rosso conquista i propri consumatori quando al suo interno sono percepibili i sentori di frutta e bacche, molto più che i sentori di spezia, di invecchiamento, pelle e vaniglia.

Probabilmente si tratta di una conseguenza al solo recente approccio al vino in generale e ancor più a quello europeo, ma è importante considerare che i consumatori della Corea del Sud tendenzialmente si orientano sul consumo di prodotti dal gusto semplice, prevalentemente dolce e fruttato. In linea generale, l’invecchiamento non è tra i gusti più apprezzati e soprattutto compresi dal consumatore medio, in giovane età specialmente.

Quindi, se avete in serbo di proporre vini molto corposi, dal gusto complesso e la struttura forte, forse non è il mercato giusto in cui entrare. Se invece ritenete che il vostro prodotto di punta possa rientrare nelle caratteristiche sopracitate, preparatevi a contattare un fidato importatore, perché questo è il nostro consiglio. 
Noemi Mengo

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giovedi 29 marzo

Il grande successo dell’e-commerce nel mercato brasiliano

Raggiungere i consumatori in Brasile è più semplice tramite l'on-line


Il grande successo dell’e-commerce nel mercato brasiliano
Rispetto ai mercati internazionali più noti e sicuri, il Brasile affronta da anni diverse difficoltà economiche. La crisi non si arrende, e attanaglia una popolazione molto variegata e tenace, che si è rivelata però una buona opportunità di investimento per quanto riguarda il settore vinicolo. La situazione generale del paese non deve quindi scoraggiare i produttori italiani intenzionati a penetrare nel mercato brasiliano. Oltre ad essere la patria del carnevale più colorato al mondo, il Brasile ospita consumatori di vino interessanti che, si sono rivelati più facili da raggiungere tramite la vendita online.

A confermare queste tendenze di consumo è un recentissimo report condotto da Wine Intelligence, dal nome Online Retail and Communication in the Brazilian Market 2018. Il report, nella sua integrità, fornisce una panoramica molto precisa delle abitudini di acquisto online dei brasiliani, targettizzando il cliente medio, ovvero quello su cui orientare anche le proprie strategie di marketing. Inoltre, fornisce degli spunti interessanti su come le aziende abbiano saputo sfruttare a loro favore il mondo di internet, per raggiungere i consumatori in Brasile.

Essendo la ricerca molto dettagliata, abbiamo scelto di riportarvi i contenuti, a nostro parere, più rilevanti:
- In Brasile ci sono circa 8 milioni di compratori online, di questi, ad oggi, 1.7 milioni comprano abitualmente vino online ogni mese. Importante segnalare questa crescita, poiché le vendite online hanno fatto un salto del 40% solo dal 2016 al 2017. Certo, dal 2011 al 2015 il consumo di vino in Brasile era globalmente diminuito, a causa delle condizioni in cui riversava la nazione. Nonostante ciò la percentuale di bevitori di vino era cresciuta rispetto al 2010, crescita che aveva allora segnalato un buon 80% di consumatori che beveva vino importato almeno due volte all’anno;
- il compratore online medio è giovane, più avventuroso, tendenzialmente maschio, dal reddito piuttosto elevato e che beve vino più frequentemente degli altri consumatori di vino in Brasile, coloro che non si avvalgono della vendita online;
- dopo la Cina e il Regno Unito, il Brasile ha la più alta percentuale di consumatori di vino che acquistano vino online;
- circa tre consumatori online su quattro acquistano non più di quattro bottiglie in un singolo ordine;
- il prezzo e il valore della bottiglia sono i motivi principali che portano i consumatori alla scelta di ordinare vino online;
- wine.com.br e Evino, sono i rivenditori specializzati online dominanti, mentre il franchising Vinho & Ponto è il rivenditore più popolare tra gli acquisti online mensili;
- i mezzi di informazione più affidabili rimangono le wine apps, i siti web dei produttori e i siti di e-commerce.

Il Brasile, in conclusione, ha una buona percezione del vino importato, alcuni consumatori sembrano considerarlo più pregiato o altolocato rispetto al vino prodotto nazionalmente. Un fattore, questo, che strizza l’occhio a chi medita di orientarsi sul mercato brasiliano tramite l’e-commerce. 
Noemi Mengo

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