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Africa



lunedi 07 gennaio

Perché dovremmo imparare dall'enoturismo sudafricano?

Ce lo spiega Su Birch, esperta di marketing e CEO di Wines of South Africa per 13 anni


Perché dovremmo imparare dall'enoturismo sudafricano?

Stellenbosch, Sudafrica


Il Sud Africa è nella mente di molti un Paese da sogno, noto per paesaggi incredibili e risorse naturali uniche, dove il vino trova da tempo un terreno favorevole grazie allo sviluppo di una rete enoturistica tra le più virtuose al mondo, che ha visto una forte implementazione e un enorme sviluppo negli ultimi anni.
I dati del turismo segnalano un trend in aumento, contando che già nel 2011 la regione di Cape Winelands, regione a ridotto di Cape Town, ha registrato più di un milione di visitatori.
Abbiamo esplorato le strategie che hanno portato questa regione ad essere un paradigma da seguire nel campo delle offerte che le aziende vitivinicole mettono a disposizione dei consumatori, rivolgendo alcune domande a
Su Birch, esperta di marketing, direttrice di Thinking Seahorses e CEO di Wines of South Africa (WOSA) dal 2000 al 2013.

Quali sono le strategie enoturistiche che le cantine in Sud Africa hanno messo in campo?
In termini di strategia, la prima mossa da parte delle aziende è stata attrezzarsi con una sala degustazioni per poter offrire ai clienti un’esperienza. Parallelamente si è sviluppata la consapevolezza che ogni consumatore è diverso, alcuni di loro hanno una conoscenza approfondita del vino, altri cercano invece un’esperienza divertente e il vino è semplicemente una parte di questa. Perciò le cantine hanno iniziato a diversificare la loro offerta e a offrire esperienze in più, dall’abbinamento col cibo ai picnic, ai pasti, ai percorsi di trekking, alle gallerie d’arte etc.
Le aziende hanno anche iniziato a segmentare i propri mercati di riferimento: locale e internazionale, giovani e anziani, mercato di massa ed elite, etc. Tutte le cantine di successo che attraggono maggiormente turisti si sono focalizzate su uno staff che punti molto sulle relazioni con il cliente e il servizio attento.
Un altro punto strategico è la collaborazione tra aziende. Le strade del vino giocano un ruolo cruciale nel successo del Sud Africa.

Quali sono i punti chiave dello sviluppo dell’enoturismo in Sud Africa?
Ci devono sicuramente essere le basi: cartelli, parcheggio, una varietà di offerte, free wifi, uno staff in grado di relazionarsi col pubblico, giochi per bambini, aperture nel weekend, etc. Poi le cantine devono dare un valore aggiunto in base ai propri obiettivi e al target di riferimento.
Così, per esempio, per Vergelegen è la possibilità di visitare liberamente gli stupendi giardini, o cenare in uno dei due ristoranti (uno formale, l’altro informale). In un’altra cantina potrebbe essere semplicemente offrire piatti di affettati ma con la possibilità di fare trekking, o percorsi in mountain bike, o giocare a bocce.
Inoltre, c’è sempre maggior consapevolezza dell’importanza di creare momenti “instagrammabili”, data la rilevanza dei social media.

In che modo anche le cantine più piccole possono implementare il loro business attraverso l’hospitality? Quali sono i suoi suggerimenti in questo senso?
Le cantine più piccole possono offrire cestini da pic-nic in luoghi particolarmente scenografici. Questo non significa che debbano avere una cucina, ma possono preparare i cestini che vengono prenotati in precedenza.
Un esempio di successo è l’azienda Springfield, che ha messo a disposizione del pubblico i propri cortili per fare dei picnic. Le piccole aziende possono offrire cene con il produttore, degustazioni, e vendita di prodotti locali come olive, birra artigianale, marmellate…

Quali sono le attività più gettonate in base al target?
Le cantine tarano le loro offerte in base al target di riferimento. Alcune di loro offrono l’abbinamento vino-cibo con cioccolato, o torrone, o cupcakes o macarons perché cercano di attrarre turisti locali che non sono molto addentro la conoscenza del vino.
Anche l’arredamento riflette quest’idea.
Una cantina di più alto livello avrà degli arredamenti sofisticati, farà pagare di più le degustazioni e si focalizzerà di più sul terroir e sul processo di vinificazione durante la presentazione dei vini.
Un esempio che coniuga tutte queste cose? JC Le Roux winery ha scelto degli arredamenti accattivanti e glamour, e per questo attrae gruppi di donne, offre degustazioni di torrone e spumante, vende ostriche, organizza sessioni di mixology… Ma le combinazioni possibili sono molte.

Quali miglioramenti futuri vede all’orizzonte?
C’è stato già da tempo uno spostamento verso la sostenibilità da parte di molte cantine, e questo aspetto sta diventando sempre più importante anche per i consumatori. Tutte le cantine inoltre lavorando per sensibilizzare verso il consumo dell’acqua, e molte stanno sradicando la vegetazione estranea. Spero che questi trend continuino in futuro.


www.wineland.co.za/wine-tourism-the-way-to-go/
www.visitwinelands.co.za
Perché dovremmo imparare dall'enoturismo sudafricano?

Su Birch


Michela Mozzanica

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La frammentazione vero limite allo sviluppo dell’export made in Italy

Intervista a Stevie Kim, managing director di Vinitaly International. Il 3 febbraio si inaugura a New York Vinitaly International Academy, spiegare, divulgare e trasmettere le caratteristiche del vino italiano, per tutti i livelli di conoscenza, dal novello all’esperto.


La frammentazione vero limite allo sviluppo dell’export made in Italy

Stevie Kim con Ian D'Agata


Spesso ci si rammarica che il vino italiano non abbia una vera cabina di regia per la promozione del sistema enologico nazionale sui mercati internazionali. Su questo fronte vi sono numerosi punti di vista tra gli addetti ai lavori: chi considera indispensabile una regia per coordinare al meglio le iniziative internazionali e definire una strategia collettiva del brand "vino made in Italy"; chi invece pensa che non sia poi così fondamentale e che le aziende ormai sono mature per organizzarsi in maniera autonoma.

Su questo tema, molto complesso per la verità, siamo intervenuti più volte in questi primi mesi di Wine Meridian, e sicuramente ci torneremo ancora, ma, approfittando dell’intervista a Stevie Kim, senior advisor della direzione generale di VeronaFiere, nonché la managing director di Vinitaly International (www.vinitalyinternational.com), noi consideriamo il brand "Vinitaly" il potenziale, straordinario contenitore dell’immagine del vino italiano nel mondo.
Per questo riteniamo molto interessante il punto di vista di Stevie Kim che ormai da quasi cinque anni è infaticabile manager di Vinitaly International che accompagna centinaia di aziende vitivinicole italiane su numerosi mercati mondiali del vino.
Conosciamo Stevie fin dall’inizio della sua "avventura" con VeronaFiere Vinitaly e di lei abbiamo sempre apprezzato entusiasmo e passione e, pur non essendo italiana, un assoluto coinvolgimento nel destino della nostra enologia.

Innanzitutto Stevie, alla luce della tua ormai importante esperienza di Vinitaly International nell'accompagnamento delle imprese del vino italiano nei mercati internazionali, quale è dal tuo punto di vista la capacità attuale del sistema vino Italia nel proporsi al mondo? E sempre dal tuo osservatorio privilegiato come vedi lo stato di salute del vino italiano sui mercati internazionali? Ritieni che in questi anni l'immagine del vino italiano nel mondo sia cresciuta?
Il vino, insieme alla cultura e alla storia di questo Paese, sono elementi che hanno sempre suscitato ammirazione ed interesse oltre confine. Il vino italiano, infatti, non ha avuto grosse difficoltà a ritagliarsi una fetta di mercato in Paesi vicini come Germania, ma anche oltreoceano, in America dove il nettare di bacco è molto conosciuto ed apprezzato. Paesi invece come Russia e Cina, hanno un gran potenziale ma purtroppo mancano ancora di conoscenza sufficiente del nostro prodotto, così da portare i consumatori a scegliere dell’altro (es. vino francese o addirittura spagnolo o australiano in Cina). Ma i numeri promettono bene.
La nostra debolezza, soprattutto nei Paesi emergenti, sta nella mancanza di un vero e proprio sistema Paese. I nostri produttori spesso tendono a muoversi in modo frammentato senza tenere conto del fatto che un’azione unitaria potrebbe portar maggiori risultati.

Sempre alla luce della tua esperienza quali sono gli errori da non commettere da parte delle imprese italiane sui mercati internazionali, soprattutto nei confronti di buyer e media?
Prima di tutto i nuovi mercati, ad esempio quello cinese, dovrebbero essere affrontati con prospettive realistiche. Popolazioni numerose come quella cinese sembrano offrire infinite possibilità di vendita, si dovrebbe, tuttavia tenere conto del fatto che qui la classe media è ancora in via di sviluppo, soprattutto se si parla di approccio al vino; non è interessata al vino importato, ma soprattutto non lo compra perché ancora non lo conosce abbastanza. In Paesi come la Cina, quindi, è importante far conoscere la cultura italiana, insegnare ai consumatori locali come apprezzare il nostro vino, che essendo più complesso di quello francese è anche più complicato da capire e quindi da vendere. Solo chi è pronto ad un continuo lavoro ed investimento a lungo termine può penetrare questo mercato e consolidare qui la propria posizione. I punti di forza dell’Italia sono la moda e la cucina e quindi il famoso "stile italiano" che oltremare suscita forte interesse ed ammirazione. Dovremmo dunque usare questo come leva per introdurre il vino italiano nei mercati esteri.

Quali sono a tuo parere i mercati internazionali oggi più favorevoli e pronti al vino italiano?
Sicuramente quello degli Stati Uniti è il mercato dove il vino italiano è meglio radicato (il vino italiano negli Usa è leader tra i vini stranieri con una quota di mercato del 26,8% in volume e del 32,6% in valore). Paesi invece che stanno attraversando in questo periodo una forte crescita economica, come per esempio la Russia, la Cina, e certi paesi di Sud America, sono degli ottimi sbocchi per il mercato del vino italiano. In questi Paesi insieme con una crescita economica molto forte, aumentando repentinamente anche l’interesse verso il nostro paese e i suoi prodotti.

Tra i mercati emergenti quali sono realmente i più interessanti, quali azioni si potrebbero realizzare su questi mercati per accelerare le possibilità di sviluppo per il vino Italiano e le sue imprese?
In Russia, per esempio, il vino è di moda come abbiamo potuto appurare dai ristoratori e distributori locali in occasione dell’ultimo Vinitaly Russia a Mosca. I russi hanno sicuramente una conoscenza maggiore del vino italiano rispetto al popolo cinese, il quale, pur essendo ancora molto affezionato al prodotto francese sta cambiando atteggiamento. Durante Vinitaly China ad Hong Kong i primi due giorni erano interamente dedicati al pubblico trade. L’impressione che abbiamo avuto è che l’affluenza fosse maggiore nel padiglione italiano rispetto a quello francese. Il terzo giorno invece, dedicato ai consumatori, l’interesse era maggiormente rivolto al vino francese. Questo ci fa capire che il consumatore, che rappresenta il presente, ancora preferisce ciò che conosce. Il trade, invece, che programma le tendenze di mercato future, guarda al vino italiano. Ogni territorio va dunque valutato singolarmente in base alla conoscenza che la popolazione ha sul vino e dal suo potere d’acquisto.

Quali sono le strategie attuali e future di VeronaFiere Vinitaly per sviluppare ulteriormente le opportunità di export per le imprese del vino made in Italy?
La nostra strategia sta nel far diventare Vinitaly sempre più internazionale. Per raggiungere questa meta cerchiamo di far partecipare sempre più opinion leaders, importatori, buyers e giornalisti stranieri. Ci teniamo a creare rapporti di comunicazione e co-marketing con i key players e gli opinion makers locali, non limitandoci all’evento singolo, ma mantenendo aperto il dialogo durante il corso dell’anno. Lo scopo è quello di scambiare le rispettive opinioni al fine di comprendere il modo migliore per ottimizzare il servizio fornito ai produttori, soprattutto per quanto riguarda la visibilità: far vendere una bottiglia in più rimane sempre il nostro obiettivo! Quest’anno, in occasione di Vinitaly Usa a New York il 3 febbraio lanceremo due nuove iniziative:
- VIIC: "Vinitaly International Importer Connect" progetto B2B in partnership con Beverage Trade Network, una delle più grandi piattaforme che mette in rete tutti attori del beverage, acquirenti, distributori, importatori e produttori e che fa base negli States.
- VIA " Vinitaly International Academy, che aprirà per la prima volte le proprie porte in occasione di Vinitaly Usa il 3 febbraio a New York presso il Metropolitan Pavilion. Si tratta di un’innovativa serie di masterclass che combinerà degustazioni mirate con lezioni specifiche su i principali vitigni italiani. L’accademia, la cui direzione scientifica è stata affidata ad uno dei maggior giornalisti ed opinion leader internazionali, Ian D’Agata, è stata creata per spiegare, divulgare e trasmettere le caratteristiche del vino italiano, per tutti i livelli di conoscenza, dal novello all’esperto, in base al mercato a cui si rivolgerà.

Fabio Piccoli

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Professione Brand Ambassador

Vi è un ruolo sempre più strategico nella promozione dei vini in particolare sui mercati internazionali.
Intervista ad Alberto Ugolini, brand ambassador del Gruppo Santa Margherita.


Professione                                                                                                                                                                                                           Brand Ambassador

Alberto Ugolini


Conosco Alberto Ugolini da molti anni, non so quanti esattamente, si perde il conto quando un rapporto professionale si trasforma in vera amicizia. L’ho conosciuto nelle vesti di uno dei maggiori esperti di analisi sensoriale. Ma già in quel ruolo si capiva che Alberto aveva una caratteristica particolare, tipica di chi difficilmente può rientrare in categorie professionali precise: la curiosità. Affrontava, infatti, anche l’affascinante, ma per certi aspetti "molto tecnico" mondo dell’analisi sensoriale, con modalità molto particolari, con uno sforzo continuo di rendere divulgativa, semplice, immediata la comunicazione del vino.
Mi ha insegnato molto Alberto riguardo a come affrontare la degustazione di un vino. Lo ha fatto sempre con grande discrezione, mi verrebbe da dire umiltà, tipica di chi conosce bene ciò che dice e non ha bisogno di particolari arricchimenti.
Per questa ragione quando è stato scelto da una grande impresa enologica come Santa Margherita di diventare brand ambassador non ho avuto dubbi sulla bontà della scelta ma al tempo stesso mi incuriosiva molto capire come Alberto Ugolini avrebbe interpretato questo ruolo.
Ruolo "misterioso" per certi aspetti, fondamentale ma al tempo stesso non sempre facilmente decifrabile. E allora perché non chiederlo direttamente a lui dopo ormai oltre cinque anni di esperienza in Santa Margherita.

Da un po’ di tempo ormai nel mondo del vino si parla di brand ambassador, tu da tempo svolgi questo ruolo all’interno del Gruppo Santa Margherita, potresti darci una tua definizione di questa attività?
Vi è in effetti confusione sul significato di tale ruolo, dato che la semplice traduzione in "ambasciatore del marchio o della marca" non specifica nulla delle attività che ne conseguono. Conosco personalmente brand ambassador (o persone con definizioni similari) che altro non sono che venditori, o comunque impegnati con dedizione esclusiva all’attività commerciale, altri con prevalente attività di PR, altri ancora impegnati a tempo pieno nell’accoglienza presso le relative strutture oppure alla partecipazione di eventi e degustazioni. Nella mia attività cerco di coordinare un po’ tutti questi aspetti, supporto alle vendite, contatti con opinion leaders, incontro con i consumatori e clienti, formazione degli agenti e clienti "strategici", reportistica alla produzione, aggiungendo quel qualcosa di personale, appreso da una lunga militanza nell’analisi sensoriale, ossia la passione per la narrazione dei singoli vini, dei territori di provenienza, degli uomini che li hanno plasmati. Mi piace pensarmi, probabilmente con il solo piacere illusorio di esserlo e senza meritarlo, come un "enoico Cupido", uno che prova a far innamorare chi lo ascolta dei vini e delle storie che propone. Ma questo lo si può ottenere solo se alle spalle vi sono vini e storie di valore come quelli, nel mio caso, delle aziende del Gruppo Santa Margherita.

Alla luce della tua esperienza quali ritieni siano i punti di forza di un brand ambassador e quali i suoi limiti attuali?
I punti di debolezza li ho elencati sopra, ossia il limitarsi a operare in una o poche delle attività che contribuiscono alla costruzione del brand (solo quella commerciale, solo quella di pubbliche relazioni ecc.); punti di forza sono l’esatto contrario, ossia l’essere il perno, magari non completamente operativo ma almeno consultivo, di tali attività, un neurotrasmettitore di conoscenze, suggerimenti, consigli verso le varie aree e funzioni aziendali grazie alle proprie esperienze e incontri sul mercato, e al tempo stesso uno chansonniere di informazioni, racconti e soprattutto passione ed emozioni dei propri vini e aziende verso l’esterno.

Hai avuto modo in questi anni di conoscere brand ambassador di altre realtà enologiche internazionali? Hai notato particolari differenze?
Di quelli che ho conosciuto ho potuto ammirare la professionalità a tutto tondo e l’approfondita conoscenza tecnica dei mercati e canali su cui operano ma, senza voler sembrare sciovinisti e retorici, l’arte della narrazione e la creatività nella presentazione dei vini e delle aziende di noi italiani è difficilmente riscontrabile altrove. Purtroppo sui mercati internazionali non solo l’improvvisazione è deleteria ma anche arte e creatività da sole non bastano, occorre programmazione e ancora programmazione. Basterebbe volerlo e noi italiani potremmo avere le une e l’altra e allora…

Hai già vissuto numerose esperienze anche sul fronte internazionale, in particolare in Cina. Ritieni che il tuo ruolo possa essere ancor più strategico sui mercati internazionali? E a proposito di Cina, nei tuoi ormai numerosi viaggi in questo grande paese che idea ti sei fatto di questo mercato?
Vorrei fosse chiaro un concetto: ogni persona dell’azienda, anche se non l’ha indicato sul biglietto da visita, è un "brand ambassador" della stessa, per cui sui mercati internazionali gli stessi export manager possono svolgere benissimo questa funzione, integrando all’attività commerciale e di conoscenza del mercato quella di relazioni con opinion leader e giornalisti, di partecipazione ad eventi con racconto del prodotto, e così via. Avere però un brand ambassador che si occupa di vari mercati, magari limitandosi agli eventi e incontri "strategici", potrebbe comunque essere focale per un maggior coordinamento e coerenza di tali attività, supportando il lavoro degli export manager, grazie alla sua potenzialmente maggiore professionalità nel ruolo, ed essendo da loro supportato nella imprescindibile conoscenza dello specifico mercato.
Per quel che concerne la Cina, dopo cinque viaggi e cinquantatre città diverse visitate, concordo totalmente con quanto scritto qualche settimana fa su Wine Meridian, ossia che occorra affrontare un mercato così complesso per differenze geografiche, sociali, istituzionali e soprattutto culturali sia con entusiasmo che con razionalità, senza lasciarsi andare a illusioni utopiche o, dall’altro lato, da uno scetticismo ingiustificato. E’ un mercato quello cinese per nulla saturo di vini e aziende di qualità, dal potenziale enorme per chi si sa muovere con programmazione e conoscenza del millenaria cultura di questa grande nazione che, seppure in rapido mutamento, mantiene nel suo DNA dei pattern di comportamento costanti su cui lavorare. E fra questi la passione per lo stare insieme, per festeggiare con amici, per godere di bevande inebrianti e salutari al tempo stesso, per ascoltare racconti e storie affascinanti possono rappresentare, nell’affollato mare di vino e aziende che sta allagando il Paese di Mezzo, le onde giuste per poter far giungere l‘italico message in a bottle…
Fabio Piccoli

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