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Europa



giovedi 01 agosto

La Polonia verso l'occidentalizzazione

Il Paese est europeo al centro di un cambiamento culturale che investe anche il vino


La Polonia verso l'occidentalizzazione
La Polonia è un mercato a cui guardiamo da tempo e che sta attraversando un importante cambiamento culturale e di trend di consumo. Per approfondire meglio queste dinamiche abbiamo intervistato Wojciech Bońkowski, wine writer polacco, autore di quattro libri di vini e redattore capo della più grande testata di vino in Polonia, Winicjatywa, nonché co-fondatore della rivista Ferment e contributor regolare di Meininger's Wine Business International e www.timatkin.com oltre che giudice di Decanter World Wine Awards. 


Come definiresti il mercato polacco?
È un mercato in piena espansione. Dopo il cambio di regime politico negli ultimi decenni, abbiamo sperimentato una crescita costante sia di importazione che di vendita di vino, che si aggira intorno al 15%. Una percentuale molto stabile, che ha portato il mercato del vino, anche quando ci sono state delle flessioni per l’economia globale e la crescita del Pil polacco ha rallentato, ad essere sempre costante nella crescita. Le basi per questa crescita sono molteplici e molto forti, dunque ci aspettiamo che continui anche nei prossimi anni.

La Polonia può essere considerata un mercato emergente?
La Polonia è un mercato emergente in senso globale, perché rimane piccolo e il consumo pro capite è tra i più bassi dell’Unione Europea, infatti siamo tra i 5 e i 7 litri, al di sotto rispetto a molti altri Paesi nella nostra area come la Slovacchia o la Repubblica Ceca. Nonostante ciò in questi ultimi anni ha cambiato carattere: non è proprio un mercato emergente come possiamo definire i Paesi asiatici, infatti sta dimostrando alcuni tratti di maturità come una sempre più consapevole cultura del vino tra i consumatori metropolitani superiore perfino a Paesi come la Russia. La Polonia viene spesso paragonata alla Russia, ma i mercati del vino sono molto diversi. In Russia il vino viene ancora considerata una bevanda di elite fortemente collegata all’aspirazione e al prestigio, come accade anche in Cina. In Polonia stiamo sperimentando un cambio sociale e il vino si sta affermando come bevanda quotidiana, parte dello stile di vita. Ciò ha conseguenze forti sugli stili di vita popolari. Dunque riassumendo la Polonia è ancora emergente in termini globali e paragonata all’Unione Europea, ma è in forte cambiamento.

La Polonia si sta dunque occidentalizzando negli stili di consumo…
Ci sono sempre stati consumatori che adottavano stili occidentali, ma il trend degli ultimi anni, dovuto a più fattori, ha portato alla diffusione di questo stile di vita in cerchie sociali più ampie. Uno studio di qualche anno fa della KPMG ha rilevato che negli ultimi 5-8 anni il consumo occasionale si è diffuso dal 15% al 45% della popolazione. Ed è proprio questa occidentalizzazione che ha influito sul consumo del vino.

Hanno un ruolo i Millennials in questo processo?
Decisamente. I Millennials sono una categoria molto ampia, con un approccio ambiguo agli alcolici: sono interessati non solo al vino, ma anche alle birre e agli altri alcolici. Ciò era considerata la causa di un calo dei consumi del vino. Ma abbiamo visto negli ultimi anni che non è necessariamente vero. Sicuramente i Millennials hanno un approccio al vino diverso dai loro genitori, sono più interessati ai vini autentici, biologici, naturali, artigianali e di piccoli produttori. Magari consumano meno, ma sono disposti a pagare di più. Sono tante piccole consuetudini di consumo che sono diverse dal passato e ciò lo vediamo anche in Polonia.
Il nostro consumatore viene da un’altra cultura rispetto a quella italiana. Non si deve opporre ai genitori bevendo altre bevande come può accadere in Italia, al contrario la scelta alternativa è proprio il vino.

Chi sta trainando il cambiamento?
Sono le giovani donne che oggi definiscono il cambio di cultura. Semplificando e usando un parallelismo, fino a ieri il mercato del vino veniva definito dal maschio tra i 35 e i 50 anni, oggi viene definito dalla donna tra i 20 e i 25 anni.

I vini italiani come sono accolti e considerati dal consumatore polacco?
Globalmente parlando, l’Italia è un attore molto importante sul nostro mercato: è l’esportatore numero uno per il vino sfuso e il numero tre per quello imbottigliato. C’è una storia d’amore che dura da anni, molti italiani che vivono in Polonia e molti polacchi che viaggiano in Italia, e la ristorazione italiana è molto forte qui.
Questo legame è sempre stato fortissimo. In questi ultimi anni, però, questa posizione si è indebolita commercialmente a causa di alcuni fattori. Il primo è il prezzo: l’Italia non è più così competitiva come prezzi entry-level, ha patito una serie di vendemmie piccole e l’aumento dei prezzi del vino italiano ha sofferto la competizione della Spagna e della California, che è molto forte qui con un brand che si chiama Carlo Rossi.
Inoltre sta soffrendo il calo di consumo del vino rosso e l’aumento dei bianchi e dei rosati, segmento in cui l’Italia è meno presente in Polonia e ha un’immagine meno costruita.
Il momento di flessione continuerà con i vini più economici, dove soffre la competizione di una proposta molto interessante di vini spagnoli e sudafricani.

Ci sono delle categorie che vanno comunque molto forti?
Sicuramente. La prima è il Prosecco che sta vivendo una dinamica positiva con quasi il 50% di aumento rispetto all’anno scorso. Altre categorie stanno andando molto bene, come i vini rossi fruttati tra tutti il Primitivo. Il Prosecco si rivolge maggiormente alla fascia di consumatori delle donne giovani, mentre il Primitivo a quella dell’uomo sopra i 35 anni, che apprezza l’alcol elevato e il gusto molto fruttato.
La visione dell’Italia sta cambiando anche a causa del cambiamento sociale. Prima i consumatori erano più interessati a denominazioni tradizionali di prestigio, mentre oggi sicuramente la tendenza è verso i vini più leggeri, bianchi, monovarietali e magari di varietà emergenti. Vini come Grillo o Verdicchio, che qualche anno fa non avrei mai pensato di proporre, oggi stanno vivendo un crescente successo.

Qual è il canale distributivo più performante?
In Polonia la GDO occupa l’80%, mentre il 20% è occupato dal canale tradizionale. Dell’80% della GDO circa i 2/3 e dunque il 50% del mercato è dominato dagli Hard Discount, tra cui i principali attori sono Lidl (20% del mercato) e Biedronka (più del 30%). Il restante è controllato da supermercati tradizionali tra cui Auchan, Tesco e Carrefour. Il modello di vendita degli hard discount negli ultimi anni sta funzionando molto bene, ma questa è una tendenza diffusa. Per il canale tradizionale, le enoteche specializzate vendono una percentuale molto piccola. L’Horeca invece sta crescendo recentemente ed esponenzialmente grazie ad una grande concorrenza dei maggiori ristoranti che fanno scendere i prezzi e ad un potere economico sempre più forte dei consumatori che finalmente possono spendere anche mangiando fuori e pagando il vino due o tre volte di più del prezzo al dettaglio.

Se dovessi dare un consiglio ai produttori italiani, cosa diresti loro?
Per entrare in un mercato bisogna essere presenti, capirne le dinamiche, partecipare a manifestazioni. Qui abbiamo sempre più eventi rivolti anche ai consumatori finali, dunque b2b e b2c insieme, che permettono di trovare nuovi partner commerciali ma di iniziare anche a comunicare il proprio brand. Inoltre, scegliere il partner giusto per affinità di grandezza e scegliere le categorie di prezzo che vanno sul mercato. Non bisogna aspettarsi di entrare subito con il vino di punta con prezzo più alto, ma qui bisogna andare per gradi con pazienza.
Il marketing è molto importante sia in sintonia con distributore che attraverso influencer per fare comunicazioni in polacco rivolte ai consumatori.

Cosa funziona a livello comunicativo in Polonia?
Semplificando e pensando all’evoluzione del mercato che sta andando verso vini più leggeri e freschi, per agevolare i consumatori giovani bisogna legare il vino allo stile di vita e alle occasioni sociali, la cucina, il viaggio e il divertimento. Accentuare meno le tecniche e le zone di produzione, che non vanno tralasciate, ma sottolineare altri aspetti come il carattere organolettico del vino o le unicità del territorio. Dunque chi prima arriva a comunicare bene anche in termini organolettici e non produttivi, chi riuscirà a comunicare in lingua polacca allo stesso livello del consumatore (anche attraverso i nuovi mezzi di comunicazione) e non dal di sopra per formare, riuscirà ad avere il giusto successo tra le nuove generazioni, che sono il futuro. 
Agnese Ceschi

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lunedi 29 luglio

Graham’s Port, ovvero l’arte di fare il Porto

Intervista ad Emanuele di Renzo, Marketing Manager di Graham's Port, una delle cantine di produzione di Porto più note al mondo.


Graham’s Port, ovvero l’arte di fare il Porto
Abbiamo intervistato Emanuele di Renzo, Marketing Manager di Graham’s Port, cantina fondata nel 1820 e, ad oggi, una dei più importanti produttori di Porto. Prima azienda al mondo nel 2014 a ricevere da Wine Spectator, il riconoscimento di migliore vino al mondo per il Porto Vintage. Una realtà che si estende su un’area di 580 ettari di cui 254 di vigneto: 70 ettari corrispondono all’estensione di vigna Touriga Franca, seguono con 60 ettari i vigneti di Touriga Nacional. Parliamo della Valle del Douro, luogo unico caratterizzato da suoli di scisto e un clima le cui importanti escursioni termiche regalano uve mature, sane e ricche di profumi. Qui nasce il Porto, un vino liquoroso prodotto da un processo di fermentazione interrotta con l’aggiunta di distillato di vino e reso così fortificato.

Graham’s Port, Family Estate Symington, rappresenta un’azienda leader per la produzione di Porto, vino conosciuto ed esportato in tutto il mondo. Che cosa significa oggi per il Portogallo una realtà importante come la vostra? Che posizione ha, e cosa rappresenta questo segmento del mondo vino?
“Sono il Responsabile Marketing di un’azienda che è il fiore all’occhiello della famiglia Symington. Seguo personalmente circa 20 diversi mercati: siamo leader, ovvero primi nella produzione mondiale e fonte di orgoglio per il Portogallo in virtù anche della grande qualità che ci contraddistingue. Siamo presenti in 90 paesi compresa naturalmente l’Italia, dove il Porto Graham’s è parte del catalogo di Sagna S.p.a., distributore storico con un rapporto di collaborazione che ci permette di lavorare molto bene su un mercato che riteniamo fondamentale. Il vino liquoroso di Porto, un po’ snob e un po’ popolare, ha perso molto terreno negli ultimi vent’anni; pian piano stiamo recuperando l’interesse attraverso anche un’offerta diversificata e decisamente peculiare”. 
Quant’è il valore dell’export?
“A livello generale siamo il secondo esportatore in volumi in tutta l’industria del vino Porto, i primi a livello di valore. Ci interessa portare avanti un discorso “premium”, pertanto i nostri obiettivi non sono i volumi ma la qualità, desideriamo che il nostro cliente degusti un vino Porto incomparabile. I punteggi di questi anni di degustatori come Jancis Robinson (19/20), James Suckling (96 points), Derek Smedley (99 points) per Graham’s 2011 Vintage Port confermano che abbiamo raggiunto un livello di riconoscibilità cesellato nei parametri dell’eccellenza. In Italia, ad esempio, abbiamo volumi di mercato ridotti interfacciandoci con una ristorazione prestigiosa o enoteche interessanti e prestigiose, soprattutto nelle grandi città”.

A livello di gusto, qual è il più venduto nel mercato europeo e in particolar modo in quello italiano?
“Lo stile Ruby Port, in particolare LBV “Late Bottled Vintage” è un prodotto che si vende molto bene in Italia: il consumatore, abituato a un gusto piu fruttato e fresco, lo trova piacevole e facilmente comprensibile, vino peraltro molto gradito e preferito fino a quando non si conosce il Tawny, magari proprio dopo una visita nella nostra Cantina. Il Tawny Port è frutto di un lungo affinamento in botti da 550 ettolitri; di grande complessità olfattiva e gustativa ha costi più impegnativi rispetto al Ruby proprio per la tipologia di invecchiamento”. 

Visitando la vostra cantina abbiamo potuto constatare come la tradizione si associa alla modernità mantenendo intatte caratteristiche che rendono unico il vostro lavoro. Mi riferisco ai manutentori di botte. Ci racconta di questo antico mestiere e della sua preziosa figura storica?
“Proprio l’anno scorso abbiamo pensionato il nostro “maestro bottaio” dopo 55 anni di attività, Eravamo preoccupati, pensavamo fosse un lavoro che stesse scomparendo, caratterizzato da elevata specializzazione e soprattutto di scarso interesse da parte dei giovani. Invece con grande sorpresa abbiamo riscontrato che è un mestiere che piace fare ancora. Le botti sono fondamentali per il corretto invecchiamento dei vini: possedendone alcune di 80 anni di età, la manutenzione diventa un momento fondamentale. Abbiamo sette bottai che lavorano in modo permanente in cantina, occupandosi della riparazione e manutenzione di tini e botti”. 

Il Douro è un luogo unico per la coltivazione della vite, un’altra caratteristica che contraddistingue il vino di Porto, frutto di una vera e propria viticoltura eroica che ancora oggi si pratica.
“Qui non abbiamo scelta, la nostra geografia e geologia strettamente connessa ai pendii terrazzati che si affacciano sul fiume Douro, ci permette di lavorare solo manualmente. Non esiste il terreno, qui vi è solo roccia solida. Per mettere a dimora un nuovo vigneto è necessario far “saltare” la roccia con la dinamite e solo in un secondo momento, grazie alla tecnologia, è possibile preparare i suoli ad accogliere la vite. Capite bene le difficoltà del nostro lavoro, che viene svolto quasi tutto a mano su pendenze che raggiungono il 30%. Fattori determinanti per il costo delle nostre uve e del prodotto finale, che diventa più oneroso rispetto a vini del nuovo mondo con i quali difficilmente si riesce a competere in termini di prezzi. È fondamentale comprenderne il valore intrinseco”. 

I progetti di Graham’s Port nel breve termine?
“Siamo pronti a lanciare a settembre il nostro più importante prodotto: Graham’s Port vendemmia 1940. Sarà l’unica immissione in commercio, qualcosa di estremamente pregiato e numericamente molto piccolo derivando da due sole botti, parliamo in tutto di 1000 bottiglie. Verranno distribuite sul mercato, sulla base dell’importanza degli stessi, in relazione alle nostre vendite, parlo di 90 paesi in cui siamo presenti come Graham’s Port. Alcuni non ne riceveranno, in Italia saranno solo una decina”.


Giovanna Romeo

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giovedi 25 luglio

Un italiano a Londra incoronato miglior sommelier UK

Abbiamo intervistato Matteo Furlan, Head Sommelier del prestigioso ristorante del The Ritz di Londra


Un italiano a Londra incoronato miglior sommelier UK

Matteo Furlan nella suggestiva sala del ristorante del The Ritz Hotel di Londra


Siamo alla ricerca continua di italiani nel mondo che raccontino storie di vino e così ci siamo imbattuti in una recente notizia che riguardava Matteo Furlan, Head sommelier del ristorante stellato del Ritz di Londra, un giovane italiano che è andato a cercare fortuna all’estero, come hanno fatto tanti, e che la fortuna l’ha trovata proprio nella città inglese, dove è stato recentemente nominato miglior sommelier del Regno Unito 2019. Lui la passione per la ristorazione e il vino l’ha ereditata, o ce l’ha nel sangue, come ci ha rivelato. “La mia carriera è iniziata scorrazzando sin da piccolo nel ristorante di famiglia, a Concordia Sagittaria. La passione per il vino e la buona cucina me la sono ritrovata nel sangue”. Dopo esperienze in hotel a 5 stelle a Venezia, la scelta di fare il sommelier arrivata un po' per caso. “Ho iniziato i corsi da sommelier per migliorare la mia conoscenza sul mondo del vino e mi sono reso conto di quanto fosse piacevole ed interessante quel mondo poi ho deciso, su consiglio di un ex collega, di trasferirmi a Londra”. 
 
Come è approdato al Ritz? 

Dopo tre anni di duro lavoro e sacrifici e con varie esperienze come bagaglio e dopo aver lavorato per alcuni stellati con cucina asiatica, contattai il Wine and Beverage Manager, Giovanni Ferlito, che ricercava personale per il periodo invernale. Dopo una serie di colloqui molto duri ottenni il lavoro come Deputy Head Sommelier. Ora dopo due anni e mezzo sono stato recentemente promosso ad Head sommelier e sono responsabile delle operazioni quotidiane del ristorante con una stella, supportato da un fantastico team di sei sommelier. 
 
Come è composta la lista vini?
Al momento la nostra lista conta 1100 referenze con collezioni storiche e nomi famosi e piccoli produttori da regioni come Giappone, Uruguay, Cina, Turchia. La lista ha un’impronta classica, con attenzione per Champagne, Borgogna e Bordeaux. L'Italia è molto ben rappresentata con circa 150 referenze, tra cui una collezione di Barolo Borgogno dal 1947, varie verticali tra cui Ornellaia, Masseto e Sassicaia con alcune bottiglie del famosissimo 1985.

Come seleziona i vini da inserire in carta e con che criteri?
Il vino è selezionato dal nostro team con un criterio molto democratico. Tutti i sommelier sono invitati ad esplorare zone vinicole e frequentare degustazioni per portare nuove idee. I vini vengono poi degustati alla cieca dal team e si decide se il vino può essere aggiunto alla lista. 
I criteri sono vari: abbiamo una grande attenzione alla sostenibilità e preferiamo cantine e produttori che hanno una loro storia da raccontare tramite il vino che producono. 
 
Qual è l’esperienza del cliente al tavolo del vostro ristorante? L'esperienza che offriamo al tavolo è di prima classe: il personale di sala mantiene le divise storiche e l’arredamento è il medesimo di quando l’albergo venne aperto nel 1906. Offriamo oltre 100 vini al calice, da diverse regioni nel mondo, vini senza alcol o a ridotta gradazione e creiamo abbinamenti su misura. Il servizio vino avviene al tavolo: decantiamo utilizzando la candela, apriamo bottiglie di Porto con pinze e piuma, serviamo al cucchiaio uno Sherry del 1860.

Che conoscenza del vino italiano hanno i consumatori inglesi?
La conoscenza del vino italiano del cliente in Inghilterra si basa generalmente sulle regioni più famose e conosciute: Barolo, Toscana, Valpolicella. Per cercare di dare una più ampia visibilità al nostro Paese offriamo al calice stili meno convenzionali. Al momento proponiamo un Etna Rosso, un Timorasso Derthona, un Carema. In questo modo possiamo instaurare un dialogo con il cliente e possiamo raccontare di regioni meno conosciute aprendo i loro orizzonti.
 
Che consiglio darebbe alle aziende vinicole italiane per approdare nella carta vini di un ristorante di lusso come quello del Ritz?
Il consiglio che do è quello di concentrarsi sulla qualità e sul territorio. Valorizzare le proprie radici e cercare di condividere quella che è la bellezza del nostro Paese con il mondo. Vini autoctoni ed uvaggi locali sono difficili da vendere ma hanno molto più successo con i clienti poiché offrono un’espressione unica. Molte volte i clienti ricordano vini che hanno provato in vacanza in Italia e ci mostrano foto per poter bere lo stesso stile di vino.
 
Quali sono i limiti del vino italiano oggi nel mondo della ristorazione di lusso e quali le potenzialità?
I limiti probabilmente derivano da un ampio ventaglio di qualità e un sistema di legislazione piuttosto complesso che non aiuta il cliente a capire stile e valore del vino. Molte, forse troppe docg che a volte non rappresentano qualità e quindi diminuiscono la credibilità della denominazione. Le potenzialità sono infinite: l’Italia dispone di moltissime uve autoctone, paesaggi bellissimi, grandi talenti e le migliori tecnologie. Vediamo un grande numero di giovani e talentuosi produttori con ottime idee e molto spesso sono loro che hanno grande successo nel mercato estero.
 
È stato recentemente nominato migliore sommelier UK 2019: come ha accolto questo riconoscimento? 
È stato un grande riconoscimento, un’enorme soddisfazione, arrivata quasi inaspettata, poiché alla competizione dell’anno precedente ero uscito malamente senza arrivare alla finale. Mi ha aiutato molto la preparazione del WSET livello 4 Diploma ed i corsi Court of Master sommelier. Il supporto della mia famiglia e della mia compagna sono stati fondamentali.

Progetti futuri?
Sto considerando se intraprendere il percorso per diventare Master of Wine, stiamo lavorando con degli amici ad un progetto vinicolo tutto nostro e magari, perché no, avere un piccolo ristorante tutto mio.
 
Un italiano a Londra incoronato miglior sommelier UK
Agnese Ceschi

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