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Nord America



lunedi 29 aprile

Quale comunicazione per raggiungere gli States?

Diversità da comunicare, nuovi Stati da conquistare e nuovi linguaggi da utilizzare. Di questo abbiamo parlato con Maurizio Forte, Direttore Ufficio ICE di New York e Coordinatore Uffici ICE Rete USA


Quale comunicazione per raggiungere gli States?

Maurizio Forte


Conoscere e farsi conoscere. Questo potremmo definirlo il mantra da tenere sempre a mente secondo Maurizio Forte, Direttore Ufficio ICE di New York e Coordinatore Uffici ICE Rete USA, che abbiamo raggiunto a New York qualche settimana fa e a cui abbiamo chiesto un punto sul mercato a stelle e strisce. “In un mercato così ampio e diversificato come quello americano, il lavoro di promozione da fare è ancora tanto” ci spiega. Così è nato il Progetto Vino Usa: avviato nel 2018 con l'obiettivo di ampliare la diffusione e diversificazione dei vini italiani negli States, cavalcando l'onda dei nuovi canali di comunicazione con i quali è possibile meglio incontrare i consumatori finali.

Gli Usa continuano ad essere il mercato del vino più importante al mondo, ma dal vostro osservatorio quali sono le potenzialità di ulteriore crescita di un mercato già così apparentemente affollato?
I prodotti italiani sono ben posizionati nel mercato americano, occupando circa il 25% delle esportazioni, ma vengono venduti ad un prezzo nettamente inferiore rispetto a quello dei principali concorrenti. Questo è stato il punto di partenza per far nascere il Progetto Vino USA. L'82% del vino italiano esportato negli USA proviene solo da Toscana, Veneto, Trentino e Toscana. E le altre regioni? Uno dei nostri obbiettivi è focalizzare una parte della comunicazione sulla diversità dei vini italiani, introducendo nuove denominazioni anche in quelle aree degli USA che ancora non sono in prima linea sull'importazione Made in Italy.

Come è noto non si può considerare gli Stati Uniti come un unico mercato del vino, ma bisogna essere coscienti che ogni Stato ha peculiarità molto diversificate. Sapreste indicarci quali sono, a vostro parere, oggi gli Stati meno “noti” che hanno ancora ampi margini di crescita e come è possibile per le nostre aziende intercettarli?
Ogni stato degli USA rappresenta un mercato a sé stante, con specifiche peculiarità. La nostra strategia si concentra, oltre che sugli Stati citati precedentemente, sui 5 stati "emergenti" - Massachussetts, Pennsylvania, Ohio, Colorado e Virginia - che offrono buone prospettive di crescita perché ricercano tra i vini importati anche quelli italiani. Prevediamo di organizzare eventi proprio in queste località, con supporti alle cantine italiane che vogliano farsi conoscere.

Una volta c’erano “solo” Wine Spectator, Wine Intelligence, Wine Advocate, oggi anche negli Usa sono presenti nuovi “influencer” ma è difficile però capire come coinvolgerli, con quali contenuti, con quali modalità. Avete suggerimenti da dare alle imprese italiane al riguardo?
Molta comunicazione si sta spostando sulle piattaforme digital. Anche il Progetto Vino USA ha realizzato una grande campagna di comunicazione intitolata "Italian Wine - Taste the Passion". I consumatori hanno reagito positivamente alla campagna: l’Italia ha incrementato l’esportazione di vino del 6,8% in valore e dell’1,2% in quantità. Nello stesso anno la quota di mercato è salita dal 31,4% al 32% ed i prezzi medi sono aumentati del 5,4%. Acquista poi sempre più rilevanza la comunicazione tramite gli influencer, consigliati ai brand già ben conosciuti e distribuiti sul territorio. Per le aziende entrate da poco nel mercato è meglio ancora investire sulla promozione commerciali in coordinamento con l'importatore ed i distributori.

Gli eventi b2b continuano a rappresentare il principale strumento di comunicazione e di incontro con i potenziali buyer anche sul mercato americano. Dal vostro punto di vista come si potrebbe evolvere la promozione del made in Italy su un mercato così importante?
Per far conoscere la diversità dei prodotti sono importanti gli eventi, le relazioni con gli importatori e il turismo eno-gastronomico. Un'altra importante attività può essere quella relativa alla formazione per gli operatori del settore. Noi abbiamo organizzato due corsi per Italian Wine Ambassador e 10 corsi di base in altrettante città americane. 
L’Italia del vino ha sicuramente visto aumentare nel tempo il suo appeal sul mercato americano, ma quali sono i valori del nostro Made in Italy enologico più importanti apprezzati oggi dai consumatori americani, e in particolare dalle generazioni più giovani?
L'Italia risulta la destinazione più desiderata dagli americani, quindi l'appeal del nostro Paese resta forte. Valori come la varietà, l'unicità, la sostenibilità, la tradizione e il territorio sono parole chiave delle nuove generazioni. La ricerca della novità, di sapori sconosciuti, l'impegno per la sostenibilità guidano in particolar modo l'interesse dei consumatori Millennials. Per questo è importante utilizzare il giusto linguaggio e i giusti canali di comunicazione.



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venerdi 12 aprile

Allarme “riconoscibilità origine” anche negli Usa

Sono solo cinque negli Usa i territori del vino italiani nella classifica delle prime 45 regioni vitivinicole riconosciute dai consumatori regolari di vino statunitensi


Allarme “riconoscibilità origine” anche negli Usa
Lo scriviamo con onestà, ci auguriamo che i bravi ricercatori di Wine Intelligence abbiano “sbagliato” il campione sul quale hanno realizzato l’indagine della cosiddetta “Regions of origin awareness” e cioè la conoscenza delle regioni vitivinicole riconosciute dai consumatori americani.
Avevamo già riportati i dati riferiti alla Germania in un articolo di un paio di giorni fa (link) che erano stati sconfortanti ma anche quelli riferiti al mercato americano sono alquanto deprimenti. Sarebbero, infatti, solo 5 le regioni vitivinicole italiane che rientrano nella classifica dei 45 territori maggiormente riconosciuti dai consumatori regolari di vino negli Usa (cioè quelli che bevono vino almeno una volta al mese).
E più precisamente in questa classifica ritroviamo solo la Toscana (per fortuna al secondo posto subito dopo Napa Valley con un indice di riconoscibilità del 60%), la Sicilia (al nono posto con il 42% di indice di riconoscibilità) e a pari merito il Chianti (sempre con il 42%), il Prosecco (al 13° posto con il 37%) e, infine, il Piemonte (al 17° posto con il 22%).
Una miseria, ci viene da dire, considerando che la Francia è presente in questa classifica con ben 18 regioni vitivinicole. Più o meno nella nostra condizione troviamo anche Spagna e Portogallo ma questo non ci può consolare. Mentre è abbastanza scontato il migliore indice di notorietà di territori vitivinicoli statunitensi.
Non possiamo non dirci sorpresi di questo risultato perché pensavamo che brand territoriali/produttivi come Barolo, Brunello di Montalcino, Amarone della Valpolicella fossero oggi facilmente riconosciuti dai consumatori americani.
Se dovessimo dare fede alla ricerca di Wine Intelligence e, allo stato attuale, nulla ci fa pensare al contrario, dovremmo seriamente riflettere su quanto stiamo facendo per promuovere la notorietà dell’origine dei nostri vini.
Probabilmente la grande proliferazione delle nostre denominazioni non aiuta alla comprensione ma certo il problema non è da ascrivere solo al nostro affollamento di territori produttivi.
C’è indubbiamente un’emergenza promozione delle nostre regioni produttive. Dobbiamo riuscire a “semplificare” alcuni nostri messaggi per dare una migliore percezione (awareness) sulle nostre denominazioni, almeno quelle più importanti.
Su questo fronte fondamentale è il “gioco” di squadra. Lo ripetiamo da tempo ma lo sforzo dei Consorzi di tutela deve concentrarsi maggiormente non tanto sulla partecipazione ad eventi b2b quanto sulla “comunicazione”, “educazione” sui nostri territori produttivi.
Anche in quest’ultima edizione di Vinitaly sembra che i tasting “educativi” di una volta siano diventati fuori moda. Si dà per scontato che tutti conoscano ormai tutto. Invece è fondamentale il lavoro di base, fatto con strumenti agili, moderni, semplici.
Lasciare sulle spalle delle aziende anche questo lavoro di comunicazione di base dell’identità dei nostri territori produttivi è assolutamente sbagliato.
Ma dobbiamo trovare presto soluzioni perché se oggi, nel mercato del vino più importante al mondo - quello che conta 108 milioni di consumatori di vino (bevono vino almeno una volta all’anno), di 84 milioni di consumatori regolari (bevono vino almeno una volta al mese) e di 61 milioni di consumatori settimanali di vino" solo cinque nostre regioni vitivinicole sono ampiamente riconosciute, figuratevi cosa succede in mercati emergenti come la Cina.
Fabio Piccoli

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mercoledi 13 marzo

In Messico il rapporto con la ristorazione è la chiave di successo per il vino italiano

L’Italia è sinonimo di eccellenza e i consumatori vanno educati seguendo questa filosofia. Come? Partendo delle carte vini dei ristoranti.


In Messico il rapporto con la ristorazione è la chiave di successo per il vino italiano
Dopo il successo della tappa a Città del Messico del Simply Italian Great Wines Americas Tour, torniamo a parlare del Messico, concentrandoci però su un aspetto molto importante per il vino italiano in questo Paese: il rapporto con la ristorazione.

In Messico il mercato vinicolo è in generale in piena crescita, il vino viene considerato uno status symbol e un prodotto di tendenza soprattutto tra i giovani e il ceto medio-alto, più acculturato e cosmopolita. l’Italia è al quarto posto nel ranking delle importazioni a livello di valori (oltre 42 milioni di dollari), con una quota di mercato del circa il 16,5%. Anche se è bene ricordare che tra i primi quattro competitor (Spagna, Francia, Cile e Italia)
l’Italia è il Paese che è cresciuto di più nell’ultimo triennio, andando oltre il 10%.

L’HORECA è il canale principale nelle importazioni di vino in Messico, infatti copre l’80% delle vendite, mentre la GDO e i negozi specializzati coprono solamente il 20%.Grazie al dialogo con alcune figure chiave del comparto agroalimentare in Messico, abbiamo però constatato però che c’è un’altra grande chiave di successo per l’export italiano, ovvero la ristorazione, che è un mezzo potentissimo per entrare in contatto con i consumatori messicani, molto influenzati dalla cultura spagnola, ed ancora troppo distanti dal vino italiano. Nel termine “troppo distanti” però vogliamo vederci solo grandi speranze, gli eventi b2b ci confermano ogni anno che
la curiosità verso tutto ciò che riguarda il Made in Italy è grande, ed il margine di educazione al vino italiano di qualità tende ogni anno ad estendersi di più.

Ce lo conferma anche
Rolli Pavia, noto chef e titolare di una catena di ristoranti in Messico, raccontandoci come è riuscito a rendere importante il vino italiano attraverso il rapporto con la cucina. Partendo da una piccola carta di vini selezionati, di grande qualità, ha cercato di mantenere fedeltà presso alcuni marchi, inserendo ogni tanto qualche nuova realtà, magari di regioni meno conosciute, andando a non confondere o bombardare di novità il consumatore. Un lavoro certosino per il quale, sottolinea Rolli, ci sono volute e sempre ci vorranno passione e lavoro sodo. La sicurezza è fondamentale, così come il proporre con decisione la propria identità. Aggiunge poi che sono ancora tante le volte in cui il consumatore chiede “Perché non avete vini messicani?”, ma la risposta deve essere detta con orgoglio, il vino italiano in carta vini è una scelta, ed è un’arma, può sembrare difficile all’inizio, ma tramite lavoro ossessivo e tanta educazione sia ai consumatori che ai sommelier del Messico, la fiducia e l’apprezzamento sono assicurati.

Il vino italiano, e noi lo sappiamo bene, è un’eccellenza, e come tale deve essere insegnata. Ai produttori pertanto, ci sentiamo di consigliare di instaurare dei buoni rapporti con i ristoratori, incontrarli e concordare una selezione di vino italiano che promuova le varietà e le regioni, per dare modo ai consumatori di imparare le provenienze, le caratteristiche e le differenze, fino ad avere conoscenza a sufficienza da eleggere un prodotto preferito. In fondo è conveniente per entrambe le parti, produttori e ristoratori. Troppo spesso la ristorazione viene sottovalutata, ma in alcuni mercati, come questo, è una chiave di volta essenziale che, nonostante un grande sforzo iniziale, garantirà un ottimo ritorno in termini di fedeltà al brand e di acquisti. 
Noemi Mengo

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