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Oceania



lunedi 18 febbraio

Nuova Zelanda: l’educazione al vino italiano partendo dalla GDO

Intervista a Richard Alderson, appassionato ed esperto di vino in Nuova Zelanda, che ci svela i "segreti" di questo piccolo ma interessante mercato del vino che presenta anche buone opportunità di sviluppo per le nostre imprese


Nuova Zelanda: l’educazione al vino italiano partendo dalla GDO

Richard Alderson


La Nuova Zelanda è un piccolo mercato, ma con le azioni giuste il vino italiano ha grande margine di crescita. Ce lo conferma in questa intervista Richard Alderson, un grande appassionato che vive, respira vino e istruisce le persone sul tema da oltre 10 anni. Ha un background lavorativo nel settore dell’hospitality, dove ha iniziato ad insegnare di etichetta e arte della miscelazione nei bar. Esplorare e scoprire il vino nelle varie regioni della Nuova Zelanda è diventata quindi una sorta di progressione naturale. Lavora con molti pubblici diversi ed ha molta familiarità con i vini neozelandesi. Per lui l'educazione al vino prevede l’aprirsi sempre a nuovi vini, per questo appena può corre ad esplorare le nuove possibilità, e fra queste il grande bacino del vino italiano.

Qual è il principale suggerimento che daresti ai produttori di vino italiani per vendere i loro prodotti in Nuova Zelanda?
Educazione è la parola chiave, occorre mostrare i favolosi vini italiani ai consumatori neozelandesi. L’unico modo per aumentare la domanda e in definitiva il consumo di vino italiano. Purtroppo la cultura neozelandese non prevede l’abbinata classica cibo-vino, come in Italia. Pertanto un buon suggerimento sarebbe quello di promuovere anche il cibo italiano, non solo il vino.

Qual è l'immagine dei vini italiani in Nuova Zelanda?
La Nuova Zelanda è un piccolo mercato. A causa della geografia del Paese, siamo dall'altra parte del mondo, quindi l'esposizione della Nuova Zelanda ai vini italiani è limitata. Con una storia del vino di quasi 4000 anni in Italia, i 100 anni della Nuova Zelanda impallidiscono a confronto. La Nuova Zelanda inoltre è limitata a sole 30 varietà rispetto alle oltre 500 in Italia.
Le importazioni italiane di vino sono cresciute costantemente ai massimi livelli (dietro Sud Africa, Cile, Francia e Australia) a 1,7 milioni di litri da 800.000 litri nel 2012. Con una netta preferenza sui rossi italiani, rispetto ai vini spumanti.
La prima esposizione della Nuova Zelanda al vino italiano fu con il Chanti alla fine degli anni '70, e lo spumante piemontese Asti. Il Prosecco sta bussando alla porta d'ingresso nel mercato neozelandese negli ultimi 5 anni al seguito delle tendenze oltreoceano. 

Quali vini preferisci personalmente? 
Personalmente, sono un grande fan dei vini rossi italiani e il clima invernale più fresco in Nuova Zelanda si adatta a questi stili, da un Sangiovese e Primitivo a un Super Tuscan. I vini italiani hanno un prezzo non troppo elevato, che va dai $ 13 NZD per un Prosecco a $ 175 NZD per un Vermentino di alta qualità.

Quali azioni e attività ritieni che i produttori italiani dovrebbero fare per vendere meglio i loro vini in Nuova Zelanda?
Mi ripeterò: l'educazione, è la chiave.
La Nuova Zelanda ha una particolare tavolozza di vini, infatti la maggior parte dei vini coltivati qui sono classificati come "freschi" e "fruttati". Alcuni vini italiani si adattano a questa ampia categoria, ma altri sono piuttosto unici in Italia e devono essere affrontati in modo diverso.
Poiché la maggior parte del nostro vino viene acquistata attraverso le catene di supermercati rispetto alle enoteche specializzate, è necessario disporre di vini italiani sugli scaffali, quindi è necessario lavorare per educare i più grandi negozi del vino.

La Nuova Zelanda ha eventi del vino molto importanti durante tutto l'anno in diverse parti della nazione, mi concentrerei su questi eventi anche con i vini italiani. Se si riesce a creare una storia dietro ai vini (una storia che parli dell’Italia, del bel clima, della cultura), sarà possibile trasmettere un’esperienza ai consumatori che intendono acquistare i vini italiani.

Il passo successivo sarebbe aumentare la gamma di prodotti nei distributori di vino neozelandesi. I pochi che ci sono hanno un grande controllo su ciò che è immagazzinato sugli scaffali dei supermercati neozelandesi. Attualmente il "vino internazionale" rappresenta solo il 3% della gamma totale di supermercati, e di questo vino italiano ne è una fetta ancor più piccola. Una bella idea sarebbe creare una "settimana italiana" per promuovere i vini italiani nei supermercati.
 
Punti critici e positivi sui vini italiani in Nuova Zelanda.
Nel complesso, credo che il vino italiano sia sottovalutato in Nuova Zelanda. Il vino italiano deve essere esplorato, i consumatori hanno bisogno di spiegazioni. Sarebbe il caso di iniziare con la somiglianza in varietali come il Sauvignon Blanc, il Pinot Grigio (Pinot Grigio) e lo Chardonnay piuttosto che passare attraverso lo spettro dei rossi. Questi vini italiani possono essere abbastanza attraenti per il consumatore medio di vino della Nuova Zelanda. Alcuni rossi sono concepiti negativamente perché hanno "poca luce" o sono "poco brillanti" o sono eccessivamente "corposi e carnosi". Questo perché i consumatori non riescono a comprendere il clima e la geografia di dove vengono coltivati i vini, senza una corretta educazione.

Un altro consiglio è di rivolgersi ai grandi importatori già presenti, ad esempio Sapori D'Italia Import Ltd, che importa vino italiano dal 1989, Fine Wine Delivery Company (Auckland NZ) e Fino Vino in Christchurch (NZ).

Sicuramente c’è ancora spazio per il vino italiano in Nuova Zelanda, ma è necessario che venga capito dai consumatori per ottenere successo. 

Noemi Mengo

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martedi 25 ottobre

Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

L’Italia del vino vista dalla Nuova Zelanda, da un expat arrivato per lavorare tra le distese vitate di Marlborough e oggi Wine Specialist per il motore di ricerca Wine-Searcher


Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

Marlborough (fonte Vino.it)


Una passione per il vino nata in famiglia, con il nonno che possedeva una piccola vigna dove il vino si produceva per uso domestico e la vendemmia più che un lavoro era una festa. Poi questa passione è cresciuta fino a diventare un lavoro: una laurea in Enologia e undici anni passati tra i filari della Franciacorta. Un crescendo perfetto quello di Angelo Minelli, 33enne bresciano. Forse troppo perfetto. La voglia di rimettersi in gioco e di ampliare i propri orizzonti lo ha portato circa due anni fa a trasferirsi in Nuova Zelanda. Dopo un’esperienza tra le distese vitate della regione di Marlborough, dove ha avuto inizio la sua avventura kiwi, oggi è Wine Specialist per il motore di ricerca Wine-Searcher.

Angelo, in Italia avevi una carriera ben avviata e un lavoro a tempo indeterminato. Perché hai deciso di andartene?
Non è stata una scelta facile. Amavo il mio lavoro e avevo un ottimo rapporto con i miei colleghi. Però ero arrivato ad un punto in cui sentivo la mancanza di un'esperienza internazionale. Nel 2014 sono stato a Melbourne in Australia, poi ho avuto l'opportunità di lavorare per un'importante cantina nella regione di Marlborough ed è così che sono arrivato in Nuova Zelanda.

Qual’è la realtà delle aziende vinicole neozelandesi?
Qui le realtà produttive sono tendenzialmente più grandi, il lavoro è estremamente meccanizzato e specializzato e la fase di imbottigliamento raramente viene seguita dall'azienda, ma ci si affida a centri di imbottigliamento condivisi da più aziende. Sicuramente è un approccio più industriale, che rispecchia una tendenza comune in Australia e Nuova Zelanda di non fare vintage, vini predisposti all'invecchiamento, ma prodotti di pronta beva.

Wine-Searcher è un motore di ricerca molto conosciuto. Com'è visto dall'interno?
Wine-Searcher ad oggi conta circa 8,5 milioni di offerte provenienti da 63,000 distributori. I nostri tecnici informatici raccolgono tutte le offerte per passarle a noi Wine Specialist che abbiamo il compito di controllarle e inserirle nel database. Disponiamo di una preziosa enciclopedia che comprende circa 1,000 varietà di uve, 3,500 regioni vitivinicole e 1,000 produttori. Il team di lavoro è internazionale, perché ogni Wine Specialist ha una profonda conoscenza di regioni vitivinicole diverse, ed è un'esperienza davvero straordinaria per me farne parte.

Quali sono i vini per i quali ricevete il maggior numero di offerte?
I vini varietali di cui riceviamo più offerte sono il Pinot Nero e lo Chardonnay (circa il 10% delle ricerche degli utenti), a seguire il Cabernet Sauvignon (circa il 6%). Varietà autoctone, sia pur molto conosciute, come il Sangiovese e il Nebbiolo entrano nel ranking delle prime 15 varietà più richieste.

Qual'è la percezione che si ha in Nuova Zelanda del vino italiano?
Sicuramente il consumatore generico ancora non conosce bene il vino italiano, invece quello abituale lo conosce e lo apprezza. Purtroppo la Nuova Zelanda è piccola, la popolazione scarsa e quindi gli investimenti in promozione sono minori. Tuttavia il prodotto italiano nell'immaginario comune è legato allo stile ed alla qualità, che gli vengono riconosciuti ovunque nel mondo.

Secondo te, cosa bisognerebbe fare per migliorare il nostro posizionamento?
Dal mio punto di vista serve maggiore progettualità e imprenditorialità. Qui, ad esempio, i francesi si sono ritagliati una buona fetta di mercato, sono arrivati prima e hanno investito.
All'estero c'è il problema della mancanza di un'immagine unitaria dell'Italia, che non vuol dire appianare le differenze, e che è legata a quella famosa incapacità di "far sistema”.
Inoltre, quando vivi in Paesi "nuovi" come la NZ ti rendi conto che tutto quello che per noi è normale - la storia, la cultura, la tradizione - qua è davvero straordinario. Le nostre eccellenze produttive, tra cui ovviamente il vino, sono frutto di una naturale "cultura del bello" (nel nostro caso anche del "buono"). Forse si dovrebbe partire proprio da qui, dal non dare mai per scontato ciò che ci rende straordinari.

Per il consumatore generico e poco esperto, non credi che l'immensa varietà della produzione italiana possa in un certo senso "spaventare" o creare confusione?
Per me preservare e far conoscere la nostra identità e varietà viticola è un punto di forza, poiché è parte indissolubile della nostra storia. Sono convinto che facendo squadra si possa far conoscere i nostri vini autoctoni ai consumatori di tutto il mondo e allo stesso modo sono pienamente convinto che il consumatore, se ben informato, non sarebbe confuso bensì interessato alla scoperta.

Potresti parlarci dei Lifestyle Brand, tendenza emergente soprattutto in Nuova Zelanda?
Il percorso che ha creato i cosiddetti vini Low Alcohol inizia negli anni settanta negli Stati Uniti. Inizialmente quella proposta si rivelò un insuccesso poiché quei vini vennero percepiti come poco qualitativi e naturali. Dagli anni 2000 importanti aziende australiane e statunitensi hanno ripreso a produrre vini a bassa gradazione alcolica. In realtà questa tipologia di prodotti è ben affermata ed in costante aumento, anche in NZ. Oggi giorno la scelta di vitigni, tecniche agronomiche, tecniche enologiche (come ad esempio la gestione della fermentazione) ci permettono di ottenere mosti con basso contenuto zuccherino e di conseguenza vini a basso contenuto alcolico. Questo tipo di prodotto è molto apprezzato soprattutto dalle donne e dai giovani che non rinunciano a un buon bicchiere di vino senza incorrere a problemi legati all'uso dell'alcol. I consumatori la definiscono una scelta "salutista".
Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

Angelo Minelli


Alice Alberti

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martedi 16 febbraio

Nuova Zelanda: sì o no?

Il mercato dell’emisfero sud del mondo presenta fattori di rischio business elevati, ma anche buoni margini di aumento dell’import del vino, che ha segnato un +50% negli ultimi tre anni


Nuova Zelanda: sì o no?
Nuova Zelanda sì, Nuova Zelanda no… Sono molti i fattori che pendono sulla bilancia della decisione se investire sull’export di vino nel Paese dell’emisfero australe. Primo fattore a sfavore un recente dato diffuso dal New Zealand Landscapes Report 2016 di Wine Intelligence. Con una competizione mai vista prima d'ora, il mercato neozelandese ormai è saturo a causa di una popolazione, che anche se avvezza al consumo del vino, è assai ridotta. Ma quali possono essere dunque le potenzialità del vino italiano in un mercato apparentemente saturo e così lontano? Prima di trarre risposte affrettate ed avventate, vediamo assieme alcune informazioni di interesse sul mercato neozelandese.

Secondo un recente report sulla Nuova Zelanda de Il Mercato del Vino, la Nuova Zelanda è un mercato complicato e di piccole dimensioni per quanto riguarda l’export. La lontananza non aiuta sicuramente sia dal punto di vista culturale che delle spese logistiche e commerciali da sostenere. Dunque per ragioni di vicinanza geografica e culturale, sia in seguito ad un accordo di libero scambio, l’Australia con i suoi vini, domina praticamente il panorama vinicolo neozelandese, dove il 60% dei vini importati sono rossi, anche se i neozelandesi consumano in prevalenza vini bianchi. Un dato molto interessante, e rincuorante, è che i consumatori sono molto attenti verso il prodotto vino che è ben conosciuto ed apprezzato e, disponendo di redditi medi piuttosto elevati, possono permettersi di prestare attenzione ai prodotti di qualità.

Cattive notizie per i vini italiani, che sono presenti ancora in misura limitata in questo mercato, dove sono molto più presenti quelli francesi e tedeschi, tra gli europei. Il vino italiano ancora poco conosciuto, si vende comunque prevalentemente nella zona di Auckland, la capitale e l’area più cosmopolita del paese. Fattori che penalizzano il Bel Paese (ma del resto anche gli altri Paesi europei) sono gli elevati costi di importazione, determinati da un sistema di tassazione elevato e dai costi di trasporto. Tuttavia le ultimi analisi sul mercato ci dicono che negli ultimi tre anni sono aumentate di oltre il 50% le importazioni di vini, soprattutto vini rossi francesi, argentini e italiani. 

Secondo la recente indagine di Wine Intelligence, il 55% della popolazione adulta neozelandese beve vino almeno una volta al mese, dandoci un pool di 1.9 milioni di consumatori abituali.
I wine drinkers neozelandesi consumano volumi relativamente alti di vino sia nazionale, sia internazionale. Ci sono inoltre bevande e vitigni che stanno mostrando una crescita e categorie di nicchia che stanno mostrando di essere di interesse per i wine drinkers abituali della Nuova Zelanda. Negli ultimi anni infatti hanno acquisito popolarità il Prosecco e il Cava, insieme alla birra artigianale. Inoltre, le varietà di nicchia come Malbec, Tempranillo e Sangiovese mostrano una crescita a lungo termine.

Un’altro dato interessante riguarda una recente tendenza di consumo. La Nuova Zelanda, Paese produttore di vino che cerca di farsi largo nel mercato mondiale, riserva particolare attenzione alle richieste dei consumatori. Cosa vorrebbe chi beve vino oggi? A quanto pare uno dei nuovi trend di consumo (che non riguarda solo il vino) soprattutto dei mercati nordamericano, nordeuropeo, australiano e neozelandese è la ricerca di un prodotto buono e corposo, fatto con metodi tradizionali, ma con meno alcol e meno calorie.
Per questo nel 2015 il ministero per le Industrie primarie del Paese, insieme a NZ Winegrowers, l’associazione nazionale dei produttori di vino, e a 15 cantine private hanno messo in piedi un progetto imponente per creare i Lifestyle wines: nome che sta ad indicare una serie di vini profumati e buoni al palato, come i tradizionali, ma con meno contenuto di alcol ed ottenuti non chimicamente, naturali. Un trend di consumo che sta investendo sempre più Paesi del mondo che forse andrebbe preso in considerazione…
Agnese Ceschi

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