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Oceania



martedi 25 ottobre

Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

L’Italia del vino vista dalla Nuova Zelanda, da un expat arrivato per lavorare tra le distese vitate di Marlborough e oggi Wine Specialist per il motore di ricerca Wine-Searcher


Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

Marlborough (fonte Vino.it)


Una passione per il vino nata in famiglia, con il nonno che possedeva una piccola vigna dove il vino si produceva per uso domestico e la vendemmia più che un lavoro era una festa. Poi questa passione è cresciuta fino a diventare un lavoro: una laurea in Enologia e undici anni passati tra i filari della Franciacorta. Un crescendo perfetto quello di Angelo Minelli, 33enne bresciano. Forse troppo perfetto. La voglia di rimettersi in gioco e di ampliare i propri orizzonti lo ha portato circa due anni fa a trasferirsi in Nuova Zelanda. Dopo un’esperienza tra le distese vitate della regione di Marlborough, dove ha avuto inizio la sua avventura kiwi, oggi è Wine Specialist per il motore di ricerca Wine-Searcher.

Angelo, in Italia avevi una carriera ben avviata e un lavoro a tempo indeterminato. Perché hai deciso di andartene?
Non è stata una scelta facile. Amavo il mio lavoro e avevo un ottimo rapporto con i miei colleghi. Però ero arrivato ad un punto in cui sentivo la mancanza di un'esperienza internazionale. Nel 2014 sono stato a Melbourne in Australia, poi ho avuto l'opportunità di lavorare per un'importante cantina nella regione di Marlborough ed è così che sono arrivato in Nuova Zelanda.

Qual’è la realtà delle aziende vinicole neozelandesi?
Qui le realtà produttive sono tendenzialmente più grandi, il lavoro è estremamente meccanizzato e specializzato e la fase di imbottigliamento raramente viene seguita dall'azienda, ma ci si affida a centri di imbottigliamento condivisi da più aziende. Sicuramente è un approccio più industriale, che rispecchia una tendenza comune in Australia e Nuova Zelanda di non fare vintage, vini predisposti all'invecchiamento, ma prodotti di pronta beva.

Wine-Searcher è un motore di ricerca molto conosciuto. Com'è visto dall'interno?
Wine-Searcher ad oggi conta circa 8,5 milioni di offerte provenienti da 63,000 distributori. I nostri tecnici informatici raccolgono tutte le offerte per passarle a noi Wine Specialist che abbiamo il compito di controllarle e inserirle nel database. Disponiamo di una preziosa enciclopedia che comprende circa 1,000 varietà di uve, 3,500 regioni vitivinicole e 1,000 produttori. Il team di lavoro è internazionale, perché ogni Wine Specialist ha una profonda conoscenza di regioni vitivinicole diverse, ed è un'esperienza davvero straordinaria per me farne parte.

Quali sono i vini per i quali ricevete il maggior numero di offerte?
I vini varietali di cui riceviamo più offerte sono il Pinot Nero e lo Chardonnay (circa il 10% delle ricerche degli utenti), a seguire il Cabernet Sauvignon (circa il 6%). Varietà autoctone, sia pur molto conosciute, come il Sangiovese e il Nebbiolo entrano nel ranking delle prime 15 varietà più richieste.

Qual'è la percezione che si ha in Nuova Zelanda del vino italiano?
Sicuramente il consumatore generico ancora non conosce bene il vino italiano, invece quello abituale lo conosce e lo apprezza. Purtroppo la Nuova Zelanda è piccola, la popolazione scarsa e quindi gli investimenti in promozione sono minori. Tuttavia il prodotto italiano nell'immaginario comune è legato allo stile ed alla qualità, che gli vengono riconosciuti ovunque nel mondo.

Secondo te, cosa bisognerebbe fare per migliorare il nostro posizionamento?
Dal mio punto di vista serve maggiore progettualità e imprenditorialità. Qui, ad esempio, i francesi si sono ritagliati una buona fetta di mercato, sono arrivati prima e hanno investito.
All'estero c'è il problema della mancanza di un'immagine unitaria dell'Italia, che non vuol dire appianare le differenze, e che è legata a quella famosa incapacità di "far sistema”.
Inoltre, quando vivi in Paesi "nuovi" come la NZ ti rendi conto che tutto quello che per noi è normale - la storia, la cultura, la tradizione - qua è davvero straordinario. Le nostre eccellenze produttive, tra cui ovviamente il vino, sono frutto di una naturale "cultura del bello" (nel nostro caso anche del "buono"). Forse si dovrebbe partire proprio da qui, dal non dare mai per scontato ciò che ci rende straordinari.

Per il consumatore generico e poco esperto, non credi che l'immensa varietà della produzione italiana possa in un certo senso "spaventare" o creare confusione?
Per me preservare e far conoscere la nostra identità e varietà viticola è un punto di forza, poiché è parte indissolubile della nostra storia. Sono convinto che facendo squadra si possa far conoscere i nostri vini autoctoni ai consumatori di tutto il mondo e allo stesso modo sono pienamente convinto che il consumatore, se ben informato, non sarebbe confuso bensì interessato alla scoperta.

Potresti parlarci dei Lifestyle Brand, tendenza emergente soprattutto in Nuova Zelanda?
Il percorso che ha creato i cosiddetti vini Low Alcohol inizia negli anni settanta negli Stati Uniti. Inizialmente quella proposta si rivelò un insuccesso poiché quei vini vennero percepiti come poco qualitativi e naturali. Dagli anni 2000 importanti aziende australiane e statunitensi hanno ripreso a produrre vini a bassa gradazione alcolica. In realtà questa tipologia di prodotti è ben affermata ed in costante aumento, anche in NZ. Oggi giorno la scelta di vitigni, tecniche agronomiche, tecniche enologiche (come ad esempio la gestione della fermentazione) ci permettono di ottenere mosti con basso contenuto zuccherino e di conseguenza vini a basso contenuto alcolico. Questo tipo di prodotto è molto apprezzato soprattutto dalle donne e dai giovani che non rinunciano a un buon bicchiere di vino senza incorrere a problemi legati all'uso dell'alcol. I consumatori la definiscono una scelta "salutista".
Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

Angelo Minelli


Alice Alberti

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martedi 16 febbraio

Nuova Zelanda: sì o no?

Il mercato dell’emisfero sud del mondo presenta fattori di rischio business elevati, ma anche buoni margini di aumento dell’import del vino, che ha segnato un +50% negli ultimi tre anni


Nuova Zelanda: sì o no?
Nuova Zelanda sì, Nuova Zelanda no… Sono molti i fattori che pendono sulla bilancia della decisione se investire sull’export di vino nel Paese dell’emisfero australe. Primo fattore a sfavore un recente dato diffuso dal New Zealand Landscapes Report 2016 di Wine Intelligence. Con una competizione mai vista prima d'ora, il mercato neozelandese ormai è saturo a causa di una popolazione, che anche se avvezza al consumo del vino, è assai ridotta. Ma quali possono essere dunque le potenzialità del vino italiano in un mercato apparentemente saturo e così lontano? Prima di trarre risposte affrettate ed avventate, vediamo assieme alcune informazioni di interesse sul mercato neozelandese.

Secondo un recente report sulla Nuova Zelanda de Il Mercato del Vino, la Nuova Zelanda è un mercato complicato e di piccole dimensioni per quanto riguarda l’export. La lontananza non aiuta sicuramente sia dal punto di vista culturale che delle spese logistiche e commerciali da sostenere. Dunque per ragioni di vicinanza geografica e culturale, sia in seguito ad un accordo di libero scambio, l’Australia con i suoi vini, domina praticamente il panorama vinicolo neozelandese, dove il 60% dei vini importati sono rossi, anche se i neozelandesi consumano in prevalenza vini bianchi. Un dato molto interessante, e rincuorante, è che i consumatori sono molto attenti verso il prodotto vino che è ben conosciuto ed apprezzato e, disponendo di redditi medi piuttosto elevati, possono permettersi di prestare attenzione ai prodotti di qualità.

Cattive notizie per i vini italiani, che sono presenti ancora in misura limitata in questo mercato, dove sono molto più presenti quelli francesi e tedeschi, tra gli europei. Il vino italiano ancora poco conosciuto, si vende comunque prevalentemente nella zona di Auckland, la capitale e l’area più cosmopolita del paese. Fattori che penalizzano il Bel Paese (ma del resto anche gli altri Paesi europei) sono gli elevati costi di importazione, determinati da un sistema di tassazione elevato e dai costi di trasporto. Tuttavia le ultimi analisi sul mercato ci dicono che negli ultimi tre anni sono aumentate di oltre il 50% le importazioni di vini, soprattutto vini rossi francesi, argentini e italiani. 

Secondo la recente indagine di Wine Intelligence, il 55% della popolazione adulta neozelandese beve vino almeno una volta al mese, dandoci un pool di 1.9 milioni di consumatori abituali.
I wine drinkers neozelandesi consumano volumi relativamente alti di vino sia nazionale, sia internazionale. Ci sono inoltre bevande e vitigni che stanno mostrando una crescita e categorie di nicchia che stanno mostrando di essere di interesse per i wine drinkers abituali della Nuova Zelanda. Negli ultimi anni infatti hanno acquisito popolarità il Prosecco e il Cava, insieme alla birra artigianale. Inoltre, le varietà di nicchia come Malbec, Tempranillo e Sangiovese mostrano una crescita a lungo termine.

Un’altro dato interessante riguarda una recente tendenza di consumo. La Nuova Zelanda, Paese produttore di vino che cerca di farsi largo nel mercato mondiale, riserva particolare attenzione alle richieste dei consumatori. Cosa vorrebbe chi beve vino oggi? A quanto pare uno dei nuovi trend di consumo (che non riguarda solo il vino) soprattutto dei mercati nordamericano, nordeuropeo, australiano e neozelandese è la ricerca di un prodotto buono e corposo, fatto con metodi tradizionali, ma con meno alcol e meno calorie.
Per questo nel 2015 il ministero per le Industrie primarie del Paese, insieme a NZ Winegrowers, l’associazione nazionale dei produttori di vino, e a 15 cantine private hanno messo in piedi un progetto imponente per creare i Lifestyle wines: nome che sta ad indicare una serie di vini profumati e buoni al palato, come i tradizionali, ma con meno contenuto di alcol ed ottenuti non chimicamente, naturali. Un trend di consumo che sta investendo sempre più Paesi del mondo che forse andrebbe preso in considerazione…
Agnese Ceschi

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giovedi 11 febbraio

Difficile per l’Australia recuperare posizionamento nel Regno Unito

Nonostante nel 2015 l’export australiano sia cresciuto del 14%, cosa che non succedeva dal 2007, e il prezzo medio bottiglia sia aumentato del 7%, nel Regno Unito gli incrementi sono molto più bassi e ascrivibili solo alle categorie inferiori


Difficile per l’Australia recuperare posizionamento nel Regno Unito
Difficile la vita per il vino australiano nel mercato del Regno Unito. Quello che rappresentava il mercato d’elezione (inevitabilmente) per il vino made in Australia oggi si dimostra quello più difficile nonostante gli sforzi di recupero di immagine e posizionamento che il sistema vitivinicolo australiano ha avviato da circa un paio d’anni.
A rivelare queste difficoltà è Rob Harrison, general manager di Accolade nel Regno Unito e in Irlanda (uno dei maggiori importatori di vini premium del Nuovo Mondo), che ha dichiarato al recente Australia Day Tasting di Londra, come riportato dal magazine The Drink Business, che il vino australiano sta recuperando immagine e posizionamento in gran parte del mondo ma è ancora molto indietro nel Regno Unito al punto che rischia di non essere "fit for the future", adeguato per il futuro.
In estrema sintesi, a fronte di una crescita complessiva nel 2015 di circa il 14% del valore dell’export del vino australiano (che ha raggiunto complessivamente quasi 1,4 miliardi di euro) " il più elevato aumento dal 2007 " con un incremento del 7% del valore medio di una bottiglia esportata (3,4 euro bottiglia), nel Regno Unito le evoluzioni sono state decisamente meno incoraggianti.
Le vendite complessive, infatti, del vino australiano sono cresciute solo dello 0,2%, e la crescita del prezzo medio delle bottiglie australiane importate ha riguardato solo le fasce di prezzo più basse.
In sostanza, ha spiegato Harrison, tuttoggi nel Regno Unito permane la percezione che il vino australiano mediamente rappresenti un prodotto di posizionamento medio basso. E ciò è testimoniato dalla difficoltà attuale del vino australiano di crescere nella fascia di prezzo sopra le 5 sterline (circa 6,5 euro).
Ma la storia dell’Australia del vino deve essere di utile monito anche per il sistema vitivinicolo italiano.
La politica di dumping che per molti anni l’Australia del vino ha attuato, soprattutto nel loro principale mercato d’elezione (la casa madre del Regno Unito), sta dimostrando ancora oggi le nefaste conseguenze.
Modificare il percepito di un mercato è una cosa difficilissima e purtroppo non sono sufficienti politiche promozionali istituzionali ma serve uno sforzo enorme da parte di tutti componenti di una filiera produttiva.
Per molti anni i vini australiani si sono posizionati ben al di sotto del prezzo medio di altri vini importati da altri Paesi.
Per almeno due decenni la politica di sviluppo del vino australiano nel Regno Unito si è concentrata sull’off-trade (grande distribuzione) e oggi gli sforzi per trovare una presenza e un posizionamento adeguato nell’horeca continuano a fallire.
E’ tutto perduto quindi?
Probabilmente no, come ha spiegato sempre su The Drink Business, la master of wine Laura Jewell, direttore generale di Wine Australia per Regno Unito e Europa.
Oggi l’Australia sta cercando, ad esempio " ha spiegato la Jewell " di far capire che esistono diverse regioni vinicole in Australia, ognuna con le sue caratteristiche. Abbiamo una storia, un’evoluzione e anche una rivoluzione vitienologica; non siamo di fatto solo un progetto di marketing vitienologico, aggiungeremmo noi.
La Jewell ha anche citato il nostro Paese, ricordando come sia andata straordinariamente bene una degustazione di vini nello scorso mese di settembre di varietà autoctone italiane e simile successo l’ha avuta una successiva fatta con vini australiani frutto di varietà alternative.
A noi sembra che le vicende australiane siano veramente un grande insegnamento per noi che da un lato testimoniano come il mercato del vino può essere affrontato solo con politiche di marketing senza avere alle spalle una identità produttiva chiara, solida e credibile.
Dall’altro questo benedetto legame con il territorio alla fine non lo si può considerare oggi solo un residuato bellico della vecchia Europa ma uno strumento di riconoscibilità e autorevolezza ancora oggi (anzi forse più che nel passato) molto importante.

Fabio Piccoli

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