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Oceania



lunedi 19 agosto

Il 2020 di Wine Australia indossa un abito a stelle e strisce

Mentre i vini australiani crescono in export negli Stati Uniti, Wine Australia investe 79 milioni di dollari in ricerca e sviluppo del settore vitivinicolo.


Il 2020 di Wine Australia indossa un abito a stelle e strisce
“L’export sta dando buoni risultati? Allora investiamo subito!” Questo il brillante ragionamento di Wine Australia, il principale sostenitore dei membri del comparto vitivinicolo nel Paese, che, dopo aver riscontrato un sensibile aumento delle proprie esportazioni, ha deciso di accrescere la propria presenza nei mercati più interessati, con un sostanzioso investimento di 79 milioni di dollari nei comparti di ricerca e sviluppo e regolamentazione delle esportazioni. A sostenere questa strategia, Andreas Clark, l’amministratore delegato di Wine Australia, che ritiene che sia la costante attenzione al miglioramento della percezione del vino australiano a livello internazionale a pagare davvero i dividendi.

Tanto per dare qualche numero in merito alla crescita, nel periodo dal 1 ° luglio 2015 al 30 marzo 2019, il valore totale delle esportazioni free on board è aumentato del 47%, passando da $1,9 miliardi a $ 2,78 miliardi. Allo stesso tempo, il valore medio di tutte le esportazioni è aumentato del 31% da $2,61 al litro a $3,41 al litro con una crescita del valore in tutti i segmenti di prezzo.
Questo aumento del valore medio delle esportazioni è stato accompagnato da un aumento del 32% del prezzo medio nazionale di acquisto di uva da vino da $463 per tonnellata nell'annata 2015, a $609 per tonnellata nell'annata 2018.

L’Australia del vino sta cavalcando a velocità sostenuta: la salute del settore riflette infatti l'impegno dei viticoltori australiani a produrre uve di qualità in modo sostenibile ed efficiente e l'impegno del sistema di esportazione nei mercati in crescita, che vede necessari investimenti in promozione e presenza sul mercato. Ecco perché la decisione di Wine Australia di investire ben 79 milioni di dollari in ricerca e sviluppo e in regolamentazione delle esportazioni per il 2019 e 2020.

Anche secondo i dati riportati da Shanken News Daily, fra i paesi in cui l’export ha segnalato una crescita importante, ci sono sicuramente gli Stati Uniti dove, nonostante le preoccupanti condizioni climatiche degli ultimi anni a sfidare i trasporti, le esportazioni di vino australiano negli USA sono cresciute del 2% a $ 432 milioni (rispetto ai precedenti $ 305 milioni) nei 12 mesi fino a giugno, con una crescita concentrata tra marchi premium e super premium. Secondo Aaron Ridgway, il direttore generale regionale per le Americhe di Wine Australia, le varietà di Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Grenache con un prezzo superiore a $ 10 hanno ottenuto risultati particolarmente positivi sul totale.
"Sappiamo che un drastico cambiamento nel mercato del vino degli Stati Uniti è piuttosto difficile da realizzare", afferma Ridgway “ma un cambiamento lento e costante, con un volume in lieve calo e un valore in lieve aumento, è un’andatura assolutamente coerente con la strategia di Wine Australia.
Inoltre, nell'anno in corso fino al 16 giugno, i vini australiani sono stati approssimativamente piatti dal punto di vista del volume nei canali IRI, ma hanno registrato una crescita dell'1,3% sul valore finale.

Wine Australia sostiene inoltre la forza dei rivenditori
Per rafforzare ulteriormente la categoria negli Stati Uniti, Wine Australia sta lanciando una nuova campagna da 5 milioni di dollari dal nome "Far from ordinary" ovvero “lontani dall’ordinario”, che includerà eventi e degustazioni ospitate dai rivenditori volte a mantenere le loro offerte in primo piano sia con i consumatori finali che con il trade. All’interno del progetto, sembrano essere già inclusi nomi molto conosciuti fra i rivenditori USA, come ABC Wines and Spirits in Florida, Binny’s Beverage Depot in Illinois e rivenditori nazionali come Total Wine e Wine.com.


Noemi Mengo

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giovedi 20 giugno

Asia, Africa e Oceania: termina qui il nostro viaggio fra le bollicine

Terzo focus sull’andamento della categoria sparkling sui mercati mondiali. Molto bene l’Asia, mentre Africa e Oceania viaggiano a giri di motore più bassi.


Asia, Africa e Oceania: termina qui il nostro viaggio fra le bollicine
Terza e ultima fermata del nostro viaggio alla ricerca dei Paesi più “frizzanti” del mondo: ci spostiamo in Asia, Africa e Oceania, tre continenti che, negli ultimi anni, stanno lentamente soffiando via i riflettori da Vecchio e Nuovo Mondo, per puntarli dritti sopra loro stessi, soprattutto nel caso dell’Asia. Sappiamo che i consumatori di questi continenti si sono evoluti in maniera molto rapida dagli anni ’90 in poi, aprendo le loro papille gustative ai sapori occidentali, apprezzandone sempre di più le caratteristiche.

In questo terzo focus (il primo sul’Europa lo trovate qui, mentre il secondo sulle Americhe lo trovate qui) ci concentriamo quindi sull’osservare l’andamento delle bollicine nei mercati asiatici, africani e oceanici e per farlo ci affidiamo a Dossier Spumanti rilasciato da UIV e Corriere Vinicolo e dal report di previsione di IWSR per i mercati del mondo. Iniziamo!

Mercati Asiatici
Seguiamo la sapiente suddivisione apportata dal Dossier, per andare ad esporre le performance dei mercati nella maniera più dettagliata possibile ed osserviamo i blocchi di: Giappone e Coree, Medioriente, Area Cinese, Sud Est asiatico, Ex Urss, Area Indiana.
Guardando alle quote in ettolitri presenti, Giappone e Coree occupano la fetta più ampia, con un 43% nel 2017, ed una quota sul mondo del 5% (sul totale di 12% occupato dall’Asia rispetto agli altri continenti). Dal 2010 al 2017, c’è stato un aumento per un totale di 15.808 ettolitri di differenza tra i 25.046 iniziali e i 40.854 al 2017. Al secondo posto il Medioriente, con una quota del 20%, ed un CAGR che continua a scendere in negativo: il calcolo dal 2010 al 2013 lo vedeva a -1%, mentre nel calcolo 2014/2017 scende ancora a -4%. Segue ancora l’area cinese, al 19% e 18 mila ettolitri al 2017, il Sudest asiatico al 15%, Ex Unione Sovietica a 2% e l’area indiana ad un misero 1%, con però un aumento rispetto al 2010 di 1248 ettolitri di quota.

Africa
Il continente africano sembra aver perso smalto negli ultimi anni: i rallentamenti evidenti dei due principali mercati, Nigeria e Angola, pesano su tutto il blocco, facendolo precipitare da +12% a -5%. In crescita tra i maggiori Paesi Ghana, con un CAGR 2014/2017 che schizza a +116%, rispetto al +9% del triennio di calcolo precedente, ovvero 2010/2013, e Sudafrica, che resta stabile in positività a +15%.
Oceania
Prospettive interessanti su Australia e Nuova Zelanda, che insieme fanno il 94% delle quote al 2017. Secondo IWSR il Prosecco rimarrà la categoria vincente in questo paese per i prossimi anni, le varianti locali occupano al momento la gran parte del mercato, ma è stata registrata una forza di crescita non indifferente per le importazioni dall’Italia, pertanto il report suggerisce che questa tendenza prosegua anche negli anni a venire. Per la Nuova Zelanda la situazione non è altrettanto rosea, secondo il Dossier infatti le performance di questo Paese sono calate, scendendo infatti a -13% di CAGR 2014/2017, che scende oltre misura rispetto al +36% registrato nel triennio precedente. Anche gli altri due Paesi rientranti nel continente, Nuova Caledonia e Polinesia Francese, perdono quote. Secondo IWSR, nelle previsioni al 2022, l’Italia resta stabile come terzo importatore, con un CAGR quinquennale in aumento.

Noemi Mengo

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lunedi 18 febbraio

Nuova Zelanda: l’educazione al vino italiano partendo dalla GDO

Intervista a Richard Alderson, appassionato ed esperto di vino in Nuova Zelanda, che ci svela i "segreti" di questo piccolo ma interessante mercato del vino che presenta anche buone opportunità di sviluppo per le nostre imprese


Nuova Zelanda: l’educazione al vino italiano partendo dalla GDO

Richard Alderson


La Nuova Zelanda è un piccolo mercato, ma con le azioni giuste il vino italiano ha grande margine di crescita. Ce lo conferma in questa intervista Richard Alderson, un grande appassionato che vive, respira vino e istruisce le persone sul tema da oltre 10 anni. Ha un background lavorativo nel settore dell’hospitality, dove ha iniziato ad insegnare di etichetta e arte della miscelazione nei bar. Esplorare e scoprire il vino nelle varie regioni della Nuova Zelanda è diventata quindi una sorta di progressione naturale. Lavora con molti pubblici diversi ed ha molta familiarità con i vini neozelandesi. Per lui l'educazione al vino prevede l’aprirsi sempre a nuovi vini, per questo appena può corre ad esplorare le nuove possibilità, e fra queste il grande bacino del vino italiano.

Qual è il principale suggerimento che daresti ai produttori di vino italiani per vendere i loro prodotti in Nuova Zelanda?
Educazione è la parola chiave, occorre mostrare i favolosi vini italiani ai consumatori neozelandesi. L’unico modo per aumentare la domanda e in definitiva il consumo di vino italiano. Purtroppo la cultura neozelandese non prevede l’abbinata classica cibo-vino, come in Italia. Pertanto un buon suggerimento sarebbe quello di promuovere anche il cibo italiano, non solo il vino.

Qual è l'immagine dei vini italiani in Nuova Zelanda?
La Nuova Zelanda è un piccolo mercato. A causa della geografia del Paese, siamo dall'altra parte del mondo, quindi l'esposizione della Nuova Zelanda ai vini italiani è limitata. Con una storia del vino di quasi 4000 anni in Italia, i 100 anni della Nuova Zelanda impallidiscono a confronto. La Nuova Zelanda inoltre è limitata a sole 30 varietà rispetto alle oltre 500 in Italia.
Le importazioni italiane di vino sono cresciute costantemente ai massimi livelli (dietro Sud Africa, Cile, Francia e Australia) a 1,7 milioni di litri da 800.000 litri nel 2012. Con una netta preferenza sui rossi italiani, rispetto ai vini spumanti.
La prima esposizione della Nuova Zelanda al vino italiano fu con il Chanti alla fine degli anni '70, e lo spumante piemontese Asti. Il Prosecco sta bussando alla porta d'ingresso nel mercato neozelandese negli ultimi 5 anni al seguito delle tendenze oltreoceano. 

Quali vini preferisci personalmente? 
Personalmente, sono un grande fan dei vini rossi italiani e il clima invernale più fresco in Nuova Zelanda si adatta a questi stili, da un Sangiovese e Primitivo a un Super Tuscan. I vini italiani hanno un prezzo non troppo elevato, che va dai $ 13 NZD per un Prosecco a $ 175 NZD per un Vermentino di alta qualità.

Quali azioni e attività ritieni che i produttori italiani dovrebbero fare per vendere meglio i loro vini in Nuova Zelanda?
Mi ripeterò: l'educazione, è la chiave.
La Nuova Zelanda ha una particolare tavolozza di vini, infatti la maggior parte dei vini coltivati qui sono classificati come "freschi" e "fruttati". Alcuni vini italiani si adattano a questa ampia categoria, ma altri sono piuttosto unici in Italia e devono essere affrontati in modo diverso.
Poiché la maggior parte del nostro vino viene acquistata attraverso le catene di supermercati rispetto alle enoteche specializzate, è necessario disporre di vini italiani sugli scaffali, quindi è necessario lavorare per educare i più grandi negozi del vino.

La Nuova Zelanda ha eventi del vino molto importanti durante tutto l'anno in diverse parti della nazione, mi concentrerei su questi eventi anche con i vini italiani. Se si riesce a creare una storia dietro ai vini (una storia che parli dell’Italia, del bel clima, della cultura), sarà possibile trasmettere un’esperienza ai consumatori che intendono acquistare i vini italiani.

Il passo successivo sarebbe aumentare la gamma di prodotti nei distributori di vino neozelandesi. I pochi che ci sono hanno un grande controllo su ciò che è immagazzinato sugli scaffali dei supermercati neozelandesi. Attualmente il "vino internazionale" rappresenta solo il 3% della gamma totale di supermercati, e di questo vino italiano ne è una fetta ancor più piccola. Una bella idea sarebbe creare una "settimana italiana" per promuovere i vini italiani nei supermercati.
 
Punti critici e positivi sui vini italiani in Nuova Zelanda.
Nel complesso, credo che il vino italiano sia sottovalutato in Nuova Zelanda. Il vino italiano deve essere esplorato, i consumatori hanno bisogno di spiegazioni. Sarebbe il caso di iniziare con la somiglianza in varietali come il Sauvignon Blanc, il Pinot Grigio (Pinot Grigio) e lo Chardonnay piuttosto che passare attraverso lo spettro dei rossi. Questi vini italiani possono essere abbastanza attraenti per il consumatore medio di vino della Nuova Zelanda. Alcuni rossi sono concepiti negativamente perché hanno "poca luce" o sono "poco brillanti" o sono eccessivamente "corposi e carnosi". Questo perché i consumatori non riescono a comprendere il clima e la geografia di dove vengono coltivati i vini, senza una corretta educazione.

Un altro consiglio è di rivolgersi ai grandi importatori già presenti, ad esempio Sapori D'Italia Import Ltd, che importa vino italiano dal 1989, Fine Wine Delivery Company (Auckland NZ) e Fino Vino in Christchurch (NZ).

Sicuramente c’è ancora spazio per il vino italiano in Nuova Zelanda, ma è necessario che venga capito dai consumatori per ottenere successo. 

Noemi Mengo

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