Utilizziamo i cookie per migliorare le funzionalità di questo sito Web.

Accetto Leggi di più

WineMeridian
lunedi 24 aprile 2017 logo winemeridian.com
Italian daily news for key players and wine lovers


HKIWSC IWSC registration Wine Monitor Fondazione Edmund Mach Social Meter Analysis Michele Shah Imageline Siddura Tommasi winethics Bixio 209 http://www.principedicorleone.it/ mackenzie Iron3 Consorzio Soave InternationalWineTraders IWSC YouWine

Highlight wine producer

Listening to a winemaker telling his story is the most fascinating and captivating way to get to know wines and territories.



mercoledi 22 marzo

Gianni Tessari: un vignaiolo senza schemi

Abbiamo intervistato Gianni Tessari, il produttore che ha da poco preso in gestione l'azienda Marcato Vini


Gianni Tessari: un vignaiolo senza schemi

Gianni Tessari e la moglie Anna Maria Dal Bosco (Foto: Giò Martorana)


Si definisce un vignaiolo senza schemi, perché per fare il vino non esiste una ricetta. Lui è Gianni Tessari, storico produttore della zona del Soave, che recentemente, da poco più di un anno, ha preso in gestione l’azienda Marcato. Allo storico brand del Durello, Gianni Tessari ha aggiunto anche il suo personale brand, che porta letteralmente il suo nome, perché, nonostante sia un uomo un po' schivo e non ami la luce dei riflettori, ha voluto metterci la faccia e puntare alla credibilità che ha acquisito in questo settore con anni di esperienza. A lui abbiamo chiesto che scelte ha fatto intraprendendo questa nuova avventura, definendo una nuova identità tra le radici del passato e le idee per un futuro che lo rappresenti in pieno. 
Come è entrato nel mondo del vino?
Come succede nella maggior parte dei casi, mi sono avvicinato al mondo del vino per successione famigliare. Mio padre ha iniziato la sua avventura dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo essere scappato dalla prigionia in Francia, ha attraversato i vigneti francesi ed è stato accolto dai contadini che gli hanno fatto assaggiare i loro buoni vini. Infatti quando è tornato ha deciso di immergersi con attenzione nel mondo del vino e per onorare questo prodotto ha cominciato a piantare vigne nella zona del Soave. Io mi sono trovato semplicemente a seguire le sue orme.

Lei ha quindi raccolto la sua eredità. Suo padre vinificava ed imbottigliava?
No, mio padre vendeva vino sfuso in damigiane e fusti. L’imbottigliamento l’abbiamo iniziato io e mio fratello in un’azienda diversa da questa, dove abbiamo fatto il nostro percorso con successo. Ad un certo punto, però, il percorso famigliare con mio fratello si è diviso e io mi sono trovato sul mercato da solo. Ho deciso di continuare questa avventura e mi sono imbattuto nell’azienda Marcato Vini. Era un brand ed un marchio abbastanza conosciuto con un grande potenziale e storia alle spalle, che aveva necessità di un rilancio e di una nuova organizzazione.

Che situazione ha trovato al suo arrivo?
Ho trovato un marchio storico fortemente focalizzato sullo spumante, in particolare il Durello. Su questo settore effettivamente siamo tuttora molto conosciuti, ma venivano sottovalutate tutte le altre tipologie di vino che potenzialmente potevano produrre ottimi risultati. Noi adesso abbiamo un’azienda che è strutturata su tre denominazioni dal punto di vista produttivo: Soave, Colli Berici e Monti Lessini. Due di queste denominazioni vengono ora valorizzate al meglio con il nuovo brand. Con la mia impostazione, ho fatto in modo che il marchio Marcato e la storicità del Durello fosse confermata e riaffermata. Per questo motivo tutti i vini spumanti, viaggiano ancora con il nome Marcato. 

E per le altre tipologie di vini?
I vini fermi, li ho compresi in un nuovo marchio che ho chiamato “Giannitessari”, il mio nome. Con questo brand che oggi è diventato il nome dell’azienda, sto cercando di valorizzare i vini a seconda delle zone da cui provengono. Invece di cercare compromessi e strategie per adattare il prodotto alle esigenze del catalogo o del mercato, semplicemente raccolgo quello che le potenzialità e le predisposizioni territoriali permettono. In sostanza se devo proporre o produrre un vino, scelgo la tipologia di uva e il territorio più vocati per le caratteristiche di quel vino.

Come nasce l’idea del nome e del logo della nuova azienda?
L’idea di mettere il mio nome all’azienda non è stata mia. Non sono mai stato una persona che ama la luce dei riflettori, ma l’idea è quella di metterci la faccia e di puntare alla credibilità che ho acquisito in questo settore con la mia esperienza. Il logo, invece, è la rappresentazione della chiesetta storica di Brognoligo realizzata da un mio amico pittore. Della chiesetta, ahimè, è rimasto solo il campanile e poco altro, ma l’ho scelta come logo perché Brognoligo è il paese dove sono nato. E l’ho fatto in onore alle mie radici.

Quali sono state le nuove scelte produttive, dunque?
Io produco vini bianchi a Soave, vini rossi dei Colli Berici e spumanti dei Monti Lessini. Nella precedente gestione i due vitigni internazionali, Chardonnay e Pinot Nero, erano stati piantati con l’idea di integrare il metodo classico, io invece ho cambiato rotta. La mia visione è molto più territoriale. Da quando ho preso in mano le redini dell’azienda utilizziamo come base per gli spumanti solo il Durello in purezza (parlando del metodo classico) e i due vitigni che erano stati piantati per questo scopo, li utilizzo per il vino fermo. Queste, in poche parole, sono state le mie scelte produttive.

Che tipo di produttore è Gianni Tessari?
Il mio approccio è quello di non avere schemi. Come produttore devo riuscire ad adattarmi alle situazioni più varie che possono presentarsi, per portare a casa, in quel momento, il risultato migliore. Va molto di moda nel mondo del vino e soprattutto degli enologi il “protocollo di vinificazione”, ma secondo me non si può fare il vino con una ricetta! Dobbiamo affrontare il vino con umiltà e rispetto, tenendo sempre a mente di sfruttare quello che la natura e il momento ci offrono. L’assenza di regole fisse mi permette di gestire la materia prima come credo meglio … ma non dimentico che il vino ha la sua storia e potenzialità che va anche indirizzata verso una collocazione commerciale che lo valorizzi. 



www.marcatovini.it
Gianni Tessari: un vignaiolo senza schemi

I vigneti


Agnese Ceschi

Download scheda formato PDF



wednesday 15 february

Tenute Orestiadi: the Mediterranean spirit of Sicily

Cantine Ermes created Tenute Orestiadi, the iconic brand exclusively dedicated to Ho.Re.Ca channel, to promote local identity.


Tenute Orestiadi: the Mediterranean spirit of Sicily

Il paesaggio mediterraneo



The story of Cantine Ermes and its most iconic brand, Tenute Orestiadi, digs its roots in a past of destruction. It is the story of the Phoenix, the mythical bird that rises from the ashes. Even though in this case instead of ashes we'd better talk about ruins, ruins of what was left from a terrible earthquake that in the night between the 14th and 15th of January 1968 destroyed Belìce Valley, a wide portion of western Sicily. Almost 400 people died that night, over a 1.000 were injured and more than 70.000 were forced to leave their homes. A catastrophe that brought a land to its knees.

But it was from that same land, so cruel yet so generous, that a group of young vine growers decided to start again, undertaking a process of social and economic rebirth completed in 1998 when Cantine Ermes was founded, right in the wounded heart of Belìce Valley, between the towns of Gibellina and Santa Ninfa. Today Cantine Ermes is one of the most important producers in Sicily, with its 5.000 hectares of vineyards, spread across the province of Trapani, Agrigento and Palermo, and its 1.200 members, who every day with passion and sacrifice cultivate both local and international grape varieties.

Belìce Valley takes its name from the river that flows through its territory, characterised by different soils, microclimate and elevation. “There are three main types of soil here.” says Alessandro Parisi, Marketing Manager of Cantine Ermes “Red soil, typical of the southwest coast of Sicily, rich in sand, stones and ferric elements. A dry microclimate makes it perfect for growing white grapes like Zibibbo and Grillo and red grape like Frappato. We find black soil in Trapani inland, up to 350mt; it is solid and can resist long periods of dryness, ideal for growing all type of grapes, red ones like Nero d'Avola, or white ones like Catarratto, Grillo and Grecanico. Lastly white soil, typical of the hills around Belìce Valley, up to 350-500mt, rich in limestone and chalk. Thanks to its minerals, it's the best option for growing Grillo, Zibibbo and Catarratto, but also reds like Perricone”.

A crucial step in Cantine Ermes evolution was the year 2008. That was the moment when Cantine Ermes started its collaboration with Fondazione Orestiadi and created Tenute Orestiadi, the iconic brand exclusively dedicated to Ho.Re.Ca channel. However Tenute Orestiadi is much more than a simple company brand, it's the result of the dialogue between two worlds, the one of wine and the one of art. This is why the partnership with Fondazione Orestiadi, one of the most important art and culture institutes in the Mediterranean, is fundamental in order to promote local identity through the bond between art and wine, two elements that have found their home in Belìce Valley since a long time. Indeed Tenute Orestiadi derives its name from ancient myths and legends brought to life here in Sicily by the Greek dramatist Aeschylus, who took to the stage the myth of Orestes in his famous trilogy, the Oresteia (also Orestiadi in Italian).

“Tenute Orestiadi wines represent the Mediterranean spirit of both company and Sicily itself. They are authentic expressions of the territory where vines are full of life and grow up breathing warm wind of Sirocco and cold Tramontane.” Parisi adds “From a strict selection of best crù and best grapes six single grape wines are created, three whites, Grillo, Catarratto, Zibibbo, and three reds, Nero d'Avola, Frappato and Perricone. The newborn Pacènzia is the result of a late harvest Zibibbo. Though the most iconic wine of Tenute Orestiadi is the Ludovico, 90% Nero d'Avola and 10% Cabernet Sauvignon. It is dedicated to Ludovico Corrao, Mayor of Gibellina in the years right after the earthquake, founder of Fondazione Orestiadi, who gave a new, contemporary identity to the town. He was a strong man, eclectic, in love with his own land yet projected into the world. These same characteristics can be found in the Ludovico”.

The story of Cantine Ermes and Tenute Orestiadi is complex and fascinating. It talks about rebirth, love and respect for land and traditions. Most of all we agree with Alessandro Parisi when he says that this is a story that talks about “a viticulture done by authentic men who, with daily passion, grow their vines as if they were leading actors in the most authentic play of all, directed by Nature”. 

http://www.tenuteorestiadi.it


http://www.cantineermes.it

Tenute Orestiadi: the Mediterranean spirit of Sicily

La tenuta


Alice Alberti

Download sheet PDF format



mercoledi 04 gennaio

Antiche Vigne: una piccola gemma nel cuore della Valle del Savuto

Annalisa Pironti ci racconta la storia e le caratteristiche dell'azienda vitivinicola cosentina, una tradizione che si tramanda di padre in figlio


Antiche Vigne: una piccola gemma nel cuore della Valle del Savuto

I vigneti nella Valle del Savuto


Un'azienda famigliare. Una terra di vocazione vinicola già al tempo dei romani. La voglia di abbracciare una grande tradizione del passato e accompagnarla nel futuro, senza alterare la propria identità e senza scendere a compromessi sulla qualità. Questa è l'azienda Antiche Vigne di Gianfranco Pironti, una piccola gemma nel cuore della Valle del Savuto in provincia di Cosenza. Per conoscere meglio questa realtà calabrese unica nel suo genere, abbiamo intervistato Annalisa Pironti, sales manager dell'azienda.

Iniziamo dal vostro territorio di antichissima tradizione vitivinicola.
E' il fiume Savuto, che da il nome alla Valle e al nostro vino, l'elemento fondamentale che dona a questa zona un microclima favorevole per la viticoltura, già dal tempo dei romani. A partire dagli anni '70 del Novecento in questa zona c'è stata una ripresa della coltivazione della vite a lungo abbandonata e il vino Savuto è diventato Doc nel 1975, una delle Doc più antiche della Calabria, che si divide in tre aree, montana, collinare e marittima, ognuna delle quali ha delle peculiarità specifiche. Noi ci troviamo nel cuore della zona collinare.

Come nasce Antiche Vigne?
La viticoltura è una tradizione che si tramanda di padre in figlio. Mio padre, che la ereditò da suo padre, fin da giovane aveva desiderato acquistare un suo vigneto. Quel sogno è oggi il cuore pulsante della nostra azienda, la vigna Britto, dove troviamo vitigni che hanno più di sessant'anni, ancora coltivati secondo la tradizionale tecnica ad alberello. Originariamente il vino veniva prodotto da un'associazione che univa i viticoltori della zona collinare della Valle del Savuto, di cui mio padre era presidente. Tuttavia nel corso degli anni non tutti i partecipanti all'associazione seguirono il progetto con la stessa passione di mio padre. Per questo nel 2004 mio fratello decise di trasformare il marchio da associazione ad azienda a carattere famigliare.

Quali sono le caratteristiche che rendono unica Antiche Vigne?
Sono tre i punti di forza sui quali abbiamo deciso di puntare. Per prima cosa produciamo e imbottigliamo solo le nostre uve, che in annate positive possono arrivare ad un massimo di 70.000 bottiglie. In questo senso l'obiettivo è quello di creare un prodotto di alta qualità che si distingua dagli altri e per farlo non abbiamo voluto miscelare gli autoctoni con le uve internazionali. Proprio per rimanere perfettamente in linea con gli obiettivi di valorizzazione del territorio e della tipicità delle uve, abbiamo deciso di investire in quello che oggi è uno dei nostri maggiori punti di forza: una tecnologia di vinificazione unica in Calabria che ci permette di conservare in maniera intatta il profilo aromatico e varietale delle uve.
Infine un aspetto per noi molto importante è quello del packaging. Volevamo proporre qualcosa di diverso e curare in maniera particolare l'aspetto grafico e di presentazione del prodotto. Perciò abbiamo optato per una serigrafia in bottiglia invece della classica etichetta. Siamo particolarmente orgogliosi della bottiglia del nostro rosato, Gida, che mio fratello ha voluto dedicare a nostra madre, perché è una rivisitazione in chiave vintage di un'immagine di nostra madre in abito da sposa.

Ci parli un po' dei vostri vini e di qual'è il vino che più vi caratterizza?
Come detto, i vini rispecchiano pienamente il territorio. Nei nostri 15 ettari di proprietà coltiviamo solo vitigni autoctoni: Magliocco dolce (localmente conosciuto come Arvino), Greco nero, Pecorello, Greco bianco e Mantonico bianco. Questi vitigni devono essere lavorati con molta cura perchè altrimenti potrebbero risultare aggressivi e comunque non hanno quella rotondità che si potrebbe aspettare. Sono vini particolari, che vanno scoperti con un pizzico di sana curiosità.
Il vino che è espressione del territorio per eccellenza è il Savuto, e nello specifico il Savuto Superiore Riserva, che con nostra grande soddisfazione è stato riconosciuto dall'associazione Viva il Vino tra i primi tre classificati per il premio Vino Emozione 2016.

Cosa consiglia per chi volesse venire a visitare la vostra azienda?
L'azienda è inserita all'interno dei percorsi turistici della Valle del Savuto. Abbiamo un punto vendita interno e un punto ristoro dedicati all'accoglienza, dove proponiamo le degustazioni dei nostri prodotti. Per chi ne fa richiesta in anticipo, possiamo organizzare dei percorsi di visita attraverso i vigneti che sono posizionati in diversi punti della vallata, in modo da poter disegnare un vero e proprio itinerario turistico lungo il fiume, all'insegna della storia e ovviamente della cultura del vino.

Non resta che andare alla scoperta di questo piccolo tesoro calabrese. Per ulteriori informazioni sull'azienda è possibile visitare il sito www.antichevigne.com.  



Antiche Vigne: una piccola gemma nel cuore della Valle del Savuto

Il vino di punta che porta il nome della vallata


Alice Alberti

Download scheda formato PDF



lunedi 21 novembre

Villa Canestrari, the strength of renovating

A long history of tradition can become a great value if there's courage to renovate, avoiding the threat of being stuck in the past


Villa Canestrari, the strength of renovating

Francesco Bonuzzi


One just needs to visit the Wine Museum of Villa Canestrari (Illasi, via del Castello 20) to get a sense of the long history of the winery (more than 125 years) and to see the extraordinary evolution of winemaking in an area that comprises two af the most important Italian designations, Soave and Valpolicella.
In this strip of land, east of the city of Verona, Villa Canestrari has built over the years an experience of winemaking among the most interesting in the entire province of Verona.
Today the winery is firmly managed by Francesco Bonuzzi, who, together with his mother Adriana, since few years now took over the baton that has been passing in the hands of the family members for four generations, since when in 1888 Carlo Bonuzzi, forefather of the family and owner of the vineyards in Val d'Illasi, graduated from the Royal School of Oenology of Conegliano Veneto and gave a key contribution to the evolution of the winery. “In 1990” Francesco tells us “the winery was named “Villa Canestrari” thanks to the fusion of two wineries the one of Bonuzzi family (father side) and the one of Franchi family (mother side)”.
There is a common denominator in the long history of this winery and that is the strength and courage of renovating, of using the experience gained to constantly improve.
“It is a family trait” Francesco explains “ testified by the number of documents we still have and that can be seen in our Museum. Books, documents that say how to study and to deepen all topics regarding oenology and winemaking, all about the characteristics of our territory has always been the starting point to be able to improve our wines. For this reason we think of our Museum as testament of how development and evolution can't exist without research and innovation”.
Today the Wine Museum of Villa Canestrari represents an excellent example of an effective tool of territorial enhancement and promotion of local wine tourism.
“Direct contact with wine lovers and clients” Francesco underlines “has always been our first commitment. Actually we are investing more to make Villa Canestrari a benchmark for events and hospitality able to capture the attention of present and future tourists”.
But to Francesco Bonuzzi wine tourism also means to concretely demonstrate the difference between small artisanal producers and big industrial groups. “For us today finding tools to stress our uniqueness is crucial” Francesco explains “otherwise we might run into the biggest threat for Soave, but also for many other Italian designations, which is the threat of flattening”.
“It gets harder and harder for small/medium size wineries like ours” Francesco adds “to make people understand we are different from big producers and consequently the price of our wine can't be the same of the one of big groups, like cooperatives”.
“When we get to international markets” Francesco stresses “we always have to justify our prices somehow. It would be ideal to have tools that allow us to be actually different, starting from procedural guidelines, but we don't have them yet”.
These difficulties don't prevent Villa Canestrari from trusting Soave as a brand.
“We keep on trusting it, but at the same time we are convinced an “Operation Truth” is necessary to unveil our designation and to let Soave different souls show off clearly. This can be said for Valpolicella designation as well, because it will undergo the same threats if its different characteristics productionwise are not properly enhanced”.
“It's not about an ideological war between big and small” Francesco explains “it's about finding a way to make our differences in terms of production and territory (the role of cru is crucial) emerge in a clear and effective manner. At the moment Soave Consortium is definitely one of the most active in Italy on this matter, but this is still not enough. We need to have the courage to work on the norms that rule the designation itself”.
But Francesco Bonuzzi is not one of those who “just” wait for change to come and he is trying no matter what, year after year, to make his Soave wines more and more recognisable with a strong identity.
“We are growing and are putting a lot of efforts in making our Soave Superiore Riserva grow as well” Francesco points out “because we want to underline the quality peaks this wine can reach. There are not may of us who produce Soave Riserva and it demonstrates how there are still a lot of producers who don't realise how far we can get with Soave, in terms of quality levels. While for our entry Soave “Vigne di Sande” we marked the concept of cru, aware of the relevance of the bond between wine and its growing site”.
What is the vision Francesco Bonuzzi has for his winery?
“On marketing and communication side I can hardly imagine what more can we do to improve Soave reputation, so I think the most important front on which we have to focus is the one of an internal distinction among productive models. Probably one simple message is what we need to let people know about our differences and it might also be a mean of transparency and clarity when it comes to the market”.
Fabio Piccoli

Download scheda formato PDF



mercoledi 09 novembre

Ancora mercati da conquistare per l'Amarone della Valpolicella

Intervista a Pierangelo Tommasi, l’anima export della storica azienda della Valpolicella


Ancora mercati da conquistare per l'Amarone della Valpolicella

Pierangelo Tommasi


“In qualunque parte del mondo venga condivisa una bottiglia Tommasi, questa possiede la meravigliosa capacità di mettere in relazione e connettere le persone”. Questa è la filosofia della storica azienda della Valpolicella Tommasi che celebra quest’anno le 50 vendemmie di Amarone, prodotto che da sempre rappresenta la storia e l’identità aziendale e che viene esportato fin dagli anni ’70 e ad oggi è in 75 Paesi del mondo.
Abbiamo incontrato e intervistato Pierangelo Tommasi, direttore commerciale estero, colui che si occupa di raccontare e rappresentare i vini della famiglia nel mondo, e a lui abbiamo chiesto una visione d’insieme sull’Amarone e su come comunicare questo prodotto in modo coerente ed unitario alla platea internazionale.

Avete celebrato recentemente le 50 vendemmie di Amarone, che ha visto un’importante evoluzione nel tempo. Come è cambiato l’export dell’Amarone in questi 50 anni?
L’export dell’Amarone è stato un’escalation continua. E pensare che fino a 30 anni fa era un vino poco conosciuto… Oggi invece è simbolo del made in Italy e di un territorio, la Valpolicella, in tutto il mondo. La mia famiglia ha iniziato ad esportarlo agli inizi degli anni ’70 prima in USA, Canada, Svizzera, Germania e poi via via nel resto del mondo. È il vino che ci rappresenta e che ci ha aperto le porte di più di 75 Paesi dal Polo Nord, ai Caraibi, dagli Emirati Arabi al Giappone.
 
Cosa significa esportare l’Amarone?
L’Amarone è un vino d’élite, per cui bisogna colpire e coltivare canali con clienti target particolari.
Vini come l’Amarone ed il Brunello hanno entrambi una reputazione importante in Italia e nel mondo, per certi versi può essere facile esportarli, ma bisogna saper costruire indipendentemente la reputazione di un marchio che sia sinonimo di qualità, di eccellenza e unicità.
 
Come raccontate l’Amarone a chi non lo conosce, specie se proveniente da una cultura lontana dal mondo del vino?
Ciò che rende unico l’Amarone è la sua storia e bisogna saperla raccontare in modo semplice e chiaro, in modo che sia il più fruibile possibile. Io racconto che l’Amarone di qualità nasce in alta collina, dove grazie alla cura dei vigneti e a madre natura si possono raccogliere i migliori grappoli. Poi spiego il metodo di appassimento, un passaggio che rende il racconto ( ed il vino) ancor più unico e particolare, infine l’affinamento in legno. Inoltre mi piace anche parlare dell’assonanza del nome con Amore, piuttosto che del fatto che significhi “amaro”, ma il vino non lo è affatto… insomma l’Amarone è affascinante e interessante da raccontare. Se poi si ha anche l’occasione di poterlo assaggiare, allora le parole potrebbero venir meno, nel senso che dal punto di vista organolettico non è un vino difficile da capire ed apprezzare. È un re gentile e cordiale.
 
Con che attività ed iniziative promuovete l’Amarone all’estero?
Facciamo molti viaggi ed in accordo con gli importatori dei diversi Paesi partecipiamo a fiere, ma soprattutto organizziamo degustazioni guidate con i distributori e la forza vendita. Per noi è importantissimo formare ed educare le persone che ci rappresentano in Italia e nel mondo, perché siano i primi rappresentanti dell’Amarone e del vino italiano di qualità. Per saper raccontare un vino e venderlo bisogna conoscerlo, conoscere il territorio e le persone. Solo così ci si può affezionare e diventarne ottimi ambasciatori. Oltre a coltivare rapporti con i media con tasting e confronto, cerchiamo di organizzare incoming e degustazioni in azienda. Tommasi è anche uno dei membri fondatori delle Famiglie dell’Amarone d’Arte e credo che la parte più importante delle attività che svolgiamo sia l’organizzazione di seminari e walk around tastings in giro per il mondo. Sono occasioni speciali dove 12 storici produttori si confrontano e raccontano l’Amarone, dando la possibilità di avere una visione d’insieme di un territorio speciale come la Valpolicella.
 
Quali sono i Paesi dove si riesce meglio e quelli dove c’è molto lavoro ancora da fare?
I mercati storici, come Usa e Canada ad esempio, sono i più maturi, e forse si ha più facilità, ma non è sempre detto, dato che più si conosce, più si pretende per cui bisogna sempre essere sul pezzo e stare molto attenti agli equilibri o all’andamento dei mercati con i monopoli. Mercati dove c’è tanto da fare e costruire, sono certamente quelli asiatici. E torno al discorso precedente, ribadendo quanto sia importante formare, educare e avere la pazienza di costruire la reputazione di un brand di qualità, scegliendo i partners giusti.
 
Secondo la Sua esperienza: qual’è l’episodio più curioso che Le è accaduto nel comunicare l’Amarone nel mondo? 
Di episodi e racconti in 20 anni che viaggio e faccio questo lavoro ce ne sarebbero parecchi. Mi piace ripetere e raccontare un’esperienza che ho fatto in Norvegia, un Paese a cui sono anche affezionato. Eravamo a Svalbard, a pochi chilometri dal Polo Nord, l’importatore aveva organizzato per la sera una cena, ma durante il pomeriggio abbiamo fatto un giro con le moto slitte e ci siamo fermati vicino a degli igloo. Siamo entrati per ristoro in uno di questi e abbiamo trovato della gente che si godeva una bottiglia di Amarone Tommasi. E’ stata una grande sorpresa e motivo di orgoglio!
 
Potenzialità e difficoltà dell’export di Amarone…
Ritengo ci siano ancora tante potenzialità per l’Amarone e parti del mondo che si possono ancora “conquistare”. La difficoltà più grande per noi produttori però è mantenere alta l’asticella in mercati dove si trova già tanto Amarone venduto a prezzi non adeguati. Dovremmo farlo tutti non solo per il prestigio di questo vino, ma anche per tutto il lavoro e la dedizione che richiede produrlo.
 
Amarone: brand sì o brand no?
L’Amarone è l’espressione massima del territorio della Valpolicella, ne è diventato il simbolo e uno dei principali vini che rappresentano l’eccellenza del Made in Italy. Se legato alla notorietà e alla storicità di un marchio, il connubio diventa vincente! Quindi direi, che sì, l’Amarone è un brand di per sé, ma marchio di valore solo se abbinato a produttori che ne rispettano tradizione e storicità.
 
Agnese Ceschi

Download scheda formato PDF




News from homepage
Debbie Zachareas: “Le persone hanno bisogno di essere educate e ispirate nei confronti della grande varietà di vini italiani” lunedi 24 aprile

L’importanza degli educational nel mercato americano

Debbie Zachareas: “Le persone hanno bisogno di essere educate e ispirate nei confronti della grande varietà di vini italiani”

Michèle Shah
The “50+1” edition closes with 128,000 visitors from 142 countries more than 30,000 top international buyers monday 24 april

Vinitaly 2017: an increasingly international wine business platform

The “50+1” edition closes with 128,000 visitors from 142 countries more than 30,000 top international buyers

L'indagine realizzata dall'Osservatorio Paesi terzi di Business Strategies e Nomisma Wine Monitor lunedi 24 aprile

Paesi Terzi: l'Italia quarta nel mercato del futuro

L'indagine realizzata dall'Osservatorio Paesi terzi di Business Strategies e Nomisma Wine Monitor



WineMeridian