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giovedi 07 febbraio

Accordini Stefano: l’azienda di montagna che sfida gli stereotipi classici della Valpolicella

La prima azienda della Valpolicella a produrre vini di montagna, vuole farsi conoscere al mondo per le proprie unicità. Una sfida accattivante per il 2019.


Accordini Stefano: l’azienda di montagna che sfida gli stereotipi classici della Valpolicella
La Valpolicella è un territorio estremamente vocato alla produzione di vini, ed è una delle regioni italiane più conosciute ed apprezzate al mondo per i prodotti enologici che può offrire. Ciò che molti non sanno è che questo territorio non vanta solamente vini provenienti da territori pianeggianti o collinari. La produzione di montagna c’è e va elevata per l’alta qualità che la contraddistingue. Certo, dissociarsi dalla classica immagine dei vigneti della Valpolicella, una fotografia tatuata nella mente di tutti i wine lovers di questa zona, non è un compito semplice. Questa è la sfida che ha nel cuore la quarta generazione Accordini, composta da Giacomo, Paolo e Marco. Ce ne ha parlato, durante questa intervista, Marco Accordini dell’Azienda Accordini Stefano, la prima azienda di montagna della Valpolicella a produrre vini di alta qualità.

Come è nata l’azienda?

L’azienda nasce a fine ‘800 con Gaetano Accordini, che era un mezzadro, quindi ancora non possedeva terreni ma lavorava per un proprietario terriero. Solamente Stefano, mio nonno, negli anni ‘70 con la fine della mezzadria, ha potuto acquistare 1.4 ettari di terreni, grazie al diritto di prelazione che aveva. Acquistò l’azienda e continuò a produrre vino valpolicella (un tempo non si produceva Ripasso, o Amarone come ora, si produceva Valpolicella Classico, un vino comune, vino sfuso venduto in damigiana, nel nostro caso soprattutto nella città di Verona). Mio nonno Stefano proseguì il lavoro iniziato da Gaetano fino al 1984 circa, quando il figlio Tiziano iniziò a produrre vino di qualità e lo indirizzò nei mercati del Nord Europa. La svolta vera e propria è stata negli anni 2000, quando vennero acquistati i vigneti a Cavalo (Fumane , VR) sui quali oggi sorge l’azienda. È stata una vera scommessa, poiché in quegli anni nessuno credeva che fosse possibile coltivare le varietà autoctone della Valpolicella, in un territorio a 550 metri di altitudine, a causa di un clima leggermente più freddo di adesso. L’azienda, inaugurata nel 2011, oggi è composta da circa 25 ettari vitati, la maggior parte situati in zona montana, fattore che ci conferisce unicità sia dal punto di vista del suolo che del clima.

Che vini producete?
La produzione si basa sui vini rossi classici della Valpolicella: Classico, Classico Superiore, Ripasso, Amarone Classico, Recioto Classico, e poi si estende su gli IGT freschi, quindi “Tempus” e un IGT ottenuto da uva appassita che è il “Paxxo”. L’intenzione nel produrre questi vini è quella di fare un blend che sposi i vantaggi delle varietà autoctone, molto delicate e dagli eccellenti profumi, che ricordano il frutto maturo, con la complessità e la morbidezza al palato delle varietà internazionali. Nel Tempus utilizziamo infatti il 90% di vitigni autoctoni Corvina, e un 10% di Merlot; mentre nel Paxxo utiliziamo il 70% di Corvina e Rondinella ed il restante 30% di Cabernet Sauvignon e Merlot in parti uguali.

Quale vino vi rappresenta maggiormente?
Il vino che più ci identifica a livello mondiale è il Ripasso Acinatico, è quello per cui siamo più noti, ma quello che invece rappresenta più il cuore dell’azienda è il Paxxo, ossia quello che rappresenta maggiormente la nostra impronta enologica.

Qual è la filosofia dell’azienda?
La nostra filosofia è “produrre vini in alta Valpolicella”, ci consideriamo infatti un’azienda di montagna, ed è questa la nostra unicità che ci distingue dal resto delle circa 300 aziende presenti in Valpolicella. Inoltre, parte della nostra filosofia si concretizza nella produzione biologica, con un occhio attento per l’eco sostenibilità intesa come vigneto biologico, ma anche come sostenibilità energetica.

In quali mercati siete più presenti e qual è la percentuale di export?
La percentuale di export è sopra il 90%, i mercati di maggior interesse sono quelli del Nord Europa in generale, ma se dovessi fare una classifica direi Svizzera, Olanda, Norvegia e Danimarca. Poi siamo presenti in Russia, Germania, Usa, Canada, Cina, Giappone, Australia, Svezia e Vietnam.

Qual è la sfida più grande per voi?
La sfida è quella di farci conoscere a livello mondiale come un’azienda di montagna della Valpolicella, come produttori di vini di alta qualità. Vorremo far capire ai consumatori che siamo l'unica azienda a produrre vini di montagna, di qualità, in una zona tanto nota come la Valpolicella.. L’unicità del nostro territorio, e la produzione che esso ci regala sono i nostri punti di forza, ed il nostro obiettivo è renderlo chiaro a tutti. 






Accordini Stefano

www.accordinistefano.it 
Noemi Mengo

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venerdi 11 gennaio

Gotto D’Oro: il Lazio che rivendica la qualità in Italia e all'estero

La storica cantina sociale dei Castelli romani vuole andare oltre i preconcetti, per affermare la bontà e le potenzialità delle sue produzioni


Gotto D’Oro: il Lazio che rivendica la qualità in Italia e all'estero

Luigi Caporicci - Presidente di Gotto D'Oro


Per troppo tempo e troppo spesso il vino della regione Lazio è stato associato ad un vino di scarsa qualità, vino da tavola e non da grandi occasioni.
“L’obiettivo è invertire questa tendenza e far scoprire ai wine lovers di tutto il mondo che le denominazioni laziali sono denominazioni di qualità, e possiamo farlo solo investendo in una migliore comunicazione”. Ce lo ha spiegato
Luigi Caporicci, presidente di Gotto D’Oro, che in questa intervista ci ha raccontato l’azienda, la sua storia e l’obiettivo di elevare e rendere merito alla sua attività, una produzione di qualità, quella romana, che necessita di essere conosciuta, sfatando i falsi miti che la circondano.

Come è nata l’azienda?
Nasce dall’unione sapiente degli agricoltori di Marino, in provincia di Roma, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, un momento storico in cui collocare il vino nella vicina Capitale era difficile a causa della forte crisi. Questi produttori decisero di unire le forze per cercare di allargare i propri orizzonti e provare a portare il vino dei Castelli Romani al di fuori dei confini, in tutta Italia e nel mondo. Così nacque l’azienda, nel 1945, composta da circa 40 agricoltori unitisi in cooperativa prendendo in gestione l’ex monopolio di Ciampino, andato distrutto durante la guerra, e rimesso in piedi per stabilire la sede della cantina.
Tra gli obiettivi dell’unione, quello di svincolarsi dai commercianti di zona che spesso dettavano regole scomode e andare oltre, portare i vini soprattutto nelle regioni del nord, quelle che ancora oggi per l’azienda sono strategiche: Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna.

Che vini producete?
Sono tutti quelli dei castelli romani: Doc Frascati, Doc Marino, Doc Castelli Romani, Doc Roma e IGT Lazio. I nostri vigneti si estendono da Frascati fino a Coli e raccogliamo uve da circa 1400 ettari di vigneti: un grande polmone verde intorno alla Capitale, dove i nostri produttori coltivano le uve che verranno conferite.

Qual è il vino che maggiormente rappresenta la vostra realtà?
Sicuramente il vino per cui siamo conosciuti maggiormente è il Marino, tanto è vero che fino agli anni ’80 eravamo conosciuti più come “La Marino”, piuttosto che “Gotto D’Oro”. Però quell’identificativo, Marino, lo dobbiamo ringraziare, è per via della sua fama che siamo riusciti in pochi anni ad esportare negli USA fino a 2 milioni di galloni da 2 litri di Marino. Possiamo sicuramente considerarlo il nostro cavallo di battaglia, un vino a cui siamo legati e che ci ha resi orgogliosi di diversi riconoscimenti, fra cui quello di Luca Maroni per l’ottimo rapporto qualità/prezzo.

Come descriverebbe l’azienda e la vostra filosofia?
Noi siamo una filiera corta, che consente al produttore di vedere le sue uve raccolte, trasformate, vinificate e consegnate in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia.
Questa modalità ci ha permesso di far conoscere il nostro territorio e dare ai nostri agricoltori la certezza di poter conferire le uve senza sottostare alle leggi di mercato. Ci piace definirci “la certezza del contadino”.

In che mercati siete più presenti, e qual è la percentuale di export?
La percentuale di export attualmente è bassa, perché noi negli anni passati abbiamo puntato sull’Italia e non abbiamo curato molto l’export. La percentuale si aggira attorno al 7-8%. Però siamo presenti da sempre con continuità in Canada, in Germania, Inghilterra e negli USA, dove stiamo cercando di allargare il mercato, e in Cina, mercato interessante ma che ci dà alcune difficoltà.

Qual è attualmente la sfida più grande per voi, soprattutto all’estero?

La sfida maggiore è sfatare una leggenda che si è creata in questi anni, ovvero che il Lazio non sia una regione di grandi vini, che i Castelli Romani non ne producano di alta qualità e che le cantine sociali siano invece legate a vini di bassa qualità. Il nostro obiettivo è quello di andare oltre a questi preconcetti, dimostrando che i vini laziali hanno ottime carte da giocare, e che i nostri vini partono dal produttore e arrivano al consumatore, sono prodotti tracciabili, la cui qualità deve essere resa chiara. Certo, si tratta di uno sforzo grande, ma vogliamo vincere questo modo di pensare, in Italia e all'estero. 


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venerdi 21 dicembre

L’enoturismo? Uno strumento per portare il vino nella vita di tutti i giorni

Intervista a Silvia Dal Maso, che insieme ai fratelli Anna e Nicola conduce l’omonima azienda di famiglia vicentina che si appresta a festeggiare i 100 anni di storia


L’enoturismo? Uno strumento per portare il vino nella vita di tutti i giorni

Silvia Dal Maso


Da quanto tempo avete investito sull’enoturismo?
L’enoturismo è parte integrante della nostra filosofia aziendale ormai da cinque anni.
Inizialmente siamo andati per step, con l’organizzazione in cantina di eventi per i consumatori locali con degustazioni ed approfondimenti legati al territorio.
Poi ci siamo rivolti anche all’estero e tutt’oggi collaboriamo con agenzie turistiche che ci portano visite di winelovers italiani e stranieri. Inoltre, abbiamo coinvolto, e continuiamo a farlo, le associazioni locali Ais e Fisar per farci conoscere agli addetti del settore, ospitando lezioni e momenti educational qui in azienda. Per scelta abbiamo investito tanto in questa cosa con un grande sforzo iniziale, e ad oggi è una buona fetta del nostro impegno quotidiano.

Come è cambiato il profilo dell’enoturista in questi anni?
All’inizio l’enoturista aveva un profilo standard: una conoscenza medio bassa del mondo del vino e grande curiosità verso l’azienda e i prodotti in generale. Colpire quel wine lover all’inizio è stato abbastanza semplice.
Le cose si sono poi un po' complicate. Per spiegare questa maggiore complessità, abbiamo creato una sorta di targhettizzazione:
- l’enoturista stop and go: quelli che arrivano tramite le agenzie, in genere in gruppo e hanno un interesse più rivolto al prodotto enogastronomico oltre che una conoscenza del vino molto elementare;
- il wine lover appassionato: è il target a cui ci rivolgiamo maggiormente. Questo consumatore tipo ha una conoscenza del vino più approfondita o da autodidatta o più tecnica, avendo partecipato magari a dei corsi, oltre che una grande curiosità per il vino.
- l’enoturista che ha un approccio più goliardico, di svago al prodotto;
infine negli ultimi anni si sta facendo strada un enoturista di lusso: principalmente straniero, con una conoscenza media del vino ma con la percezione del vino come un prodotto di nicchia: Questi entusiasti provengono principalmente da un’area geografica europea che coincide con l’Olanda, il Belgio e la Germania.

Che differenza notate tra l’enoturista italiano e quello straniero?
L’italiano è propenso a tutto quello che si trova fuori da casa sua, non si rende conto di quello che ha sotto casa. Inoltre segue spesso le mode, viaggia sui luoghi comuni del vino.
Il consumatore straniero è più aperto verso ciò che non conosce o alle nicchie di mercato, che approccia con curiosità. Noi cerchiamo per questo di adattare il nostro approccio a chi ci troviamo davanti.

Come si posiziona il Veneto a livello enoturistico?
Devo ammettere che per definire la nostra strategia enoturistica abbiamo guardato ad altre Regioni italiane come la Toscana, il Piemonte, o addirittura all’estero: siamo andati alla ricerca di cantine sudafricane, neozelandesi e australiane, che hanno un approccio più innovativo.
Tutto questo per dire che il Veneto è ancora molto legato a questo modello italiano di autoreferenzialità, più che vivere il vino come un momento esperienziale e di condivisione.
Il nostro obiettivo è fare in modo che questo momento di condivisione rimanga nella testa e nel cuore dell’enoturista che passa da noi.

E la vostra zona?
Vicenza e provincia sono un territorio ancora poco conosciuto ed apprezzato dal punto di vista enogastronomico, nonostante abbia un potenziale altissimo. Rimane purtroppo ancora una zona di passaggio tra Venezia e Verona. Noi stiamo cercando di valorizzare l’enorme potenziale anche culturale che essa nasconde.

Qual è l’identità che volete trasmettere?
Dal Maso è famiglia e questo è il pilastro attorno a cui ruota tutto. Per questo ai wine-lovers cerchiamo di far respirare l’aria della nostra famiglia. Grazie al prezioso aiuto del nostro staff accogliamo sempre con calore gli ospiti e se possiamo io, mia sorella Anna e mio fratello Nicola facciamo capolino per raccontare loro la nostra storia, che l'anno prossimo festeggia 100 anni.

Che approccio adottate?

Partiamo dal presupposto che l’enoturista contemporaneo non vuole più sovrastrutture che si avevano nel passato, sia a livello di linguaggio, che a livello pratico.
Sostanzialmente vuole meno teoria e più pratica, dunque più esperienza. Per questo noi oltre che far degustare il vino con un approccio più colloquiale e una terminologia adatta al livello di conoscenza del prodotto, facciamo anche toccare con mano la terra da cui proviene questo vino e diamo delle idee per gli abbinamenti. Insomma diamo quello che chiede: portare il vino nella vita di tutti i giorni. 
Agnese Ceschi

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martedi 18 dicembre

Il valore aggiunto di un vino? Nasce dal cuore della terra e cresce sotto il sole

Principe di Corleone punta al marketing del territorio con il nuovo San Loè Metodo Classico Brut


Il valore aggiunto di un vino? Nasce dal cuore della terra e cresce sotto il sole
Una storia che parla di un prodotto e del gusto di un pubblico che sta diventando più ricettivo che mai, ma la differenza, quando si parla di vitigni autoctoni, la fa il “sapore del territorio”, unico al mondo.

Siamo nel cuore della Sicilia, terra che grazie alle condizioni meteo peculiari di cui gode durante tutto l’anno, regala alle proprie uve caratteristiche inconfondibili, che permettono la creazione di vini strutturati e spumanti freschi senza pari.
Fra i vitigni che elevano la bellezza e l’unicità dell’isola troviamo anche il Nerello Mascalese, vitigno autoctono storico, originario della piana di Mascali, da cui deriva il suo nome. Le pendici nord orientali dell’Etna godono di un clima unico rispetto al resto della Sicilia; la brezza del mare tocca il vulcano e ne mitiga le temperature, mentre i terreni, frutto del susseguirsi di eruzioni, presentano una forte componente minerale.

San Loè Metodo Classico Brut, l’intuizione dell’azienda Principe di Corleone, nasce proprio da questo vitigno dalle caratteristiche generose che il territorio così vocato alla produzione gli dona. Il nome evoca la località, per l’appunto la contrada di “San Loè” (San Lorenzo), a pochi chilometri da Palermo, delimitata da presenze naturalistiche quali la Riserva della Ficuzza e Rocca Busambra.

Vincenzo Pollara, il titolare dell’azienda, ci ha raccontato la storia che lo ha portato a creare un prodotto, che possa penetrare i mercati, ma sempre portando alto il valore della Sicilia, un vino che attraverso l’assaggio porti al naso e alla bocca l’essenza della sicilianità, creando immagini suggestive per chi è nuovo alla sua degustazione, e ricordi preziosi a chi ha vissuto il territorio siciliano nei suoi sapori e nelle sue tradizioni.

Emozionato e orgoglioso del proprio lavoro, ci ha portato con sé in un viaggio a ritroso nel tempo, fino a 50 anni fa, quando già accompagnava il nonno tra i filari a raccogliere le uve. Vincenzo, allora giovane enologo con la voglia di sperimentare, si è lasciato travolgere da un’intuizione, ovvero quella di provare a cambiare la storica produzione delle uve di mascalese per poi scoprire che si prestavano benissimo alla spumantizzazione.
San Loè Metodo Classico Brut nasce da uve raccolte in cassetta, pigiate e lavorate con mosto bianco. Il risultato viene poi imbottigliato con tutti i lieviti e lasciato fermentare in bottiglia ad una temperatura controllata di 15 gradi. Un vino maturo, con un perlage delicato, fine e continuo.

Un riscontro positivo, che si percepisce nei mercati in cui Principe di Corleone esporta, in particolare Germania e Stati Uniti che si sono dimostrati colpiti dalla limpidezza e la gradevolezza di un vino proveniente da uve genericamente dedicate alla produzione di rossi importanti.

“Il consumatore, nella maggior parte dei mercati, è ancora in fase di educazione. Apprezza il vino e l’esperienza di degustazione è sempre positiva, ma ottenere la piena memorabilità è il compito più difficile” afferma Vincenzo Pollara.
“Al contrario del mercato italiano, già pronto e sul quale lavoriamo costantemente organizzando eventi, degustazioni e momenti di incontro con i consumatori, i nostri prodotti all’estero penetrano sul mercato sfidando più ostacoli.
Una sfida che, sicuramente, ci accomuna a molte aziende del territorio italiano, che soffrono di una mancata comunicazione efficace delle denominazioni e delle regioni vocate. Ciò che necessitiamo tutti, è un marketing del territorio, promosso dalle istituzioni, dai consorzi, che formi i consumatori sui territori italiani in maniera unificata, evitando la poco proficua promozione di ogni singola realtà.” Continua.

“La concorrenza c’è, ad esempio Cile e Australia fanno il loro ingresso sui mercati con prodotti dai prezzi molto competitivi, ma il valore aggiunto è con noi, ce l’abbiamo sotto gli occhi e sotto i piedi, è il nostro territorio, un elemento che nessun altro Paese può vantare e per la cui promozione credo dovremo continuare a lottare. Le speranze e le aspettative però ci sono, e sono buone” conclude Vincenzo Pollara. 
Il valore aggiunto di un vino? Nasce dal cuore della terra e cresce sotto il sole
Noemi Mengo

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giovedi 22 novembre

Cantina Tinazzi: una miscela tutta veneta di export e qualità

L’intervista alla famiglia Tinazzi, proprietari dell'azienda storica di Cavaion Veronese


Cantina Tinazzi: una miscela tutta veneta di export e qualità

La famiglia Tinazzi


Ci aggiriamo tra i vitigni della Cantina Tinazzi, un’azienda vitivinicola di conduzione familiare gestita da Gian Andrea Tinazzi e i suoi due figli Giorgio e Francesca. Guidati dalla stessa passione ed entusiasmo che li contraddistingue dal 1968, i Tinazzi hanno deciso di puntare tutto sulla qualità dei propri prodotti e sull’attenzione al cliente, mantenendo il focus sull’export e sul mercato estero.

Quando e come è nata la vostra azienda?
La cantina è stata fondata nel 1968 a Cavaion Veronese grazie allo spirito imprenditoriale di Eugenio Tinazzi e da suo figlio Gian Andrea, al tempo diciottenne. Oggi Gian Andrea gestisce il business famigliare insieme ai figli Giorgio e Francesca, spinti dallo stesso entusiasmo e passione per il vino del padre.
Qual è la vostra filosofia aziendale?
Cantine Tinazzi è un'azienda storica, famigliare, produttrice di vini veneti e pugliesi. Partendo dal legame con i territori in cui sono presenti le tenute Tinazzi, l’obiettivo è quello di garantire la massima qualità dei propri vini con una forte attenzione alla tradizione unita ad una continua ricerca di innovazione.


Qual è il vostro vino più rappresentativo? 
Per quanto riguarda il Veneto il Valpolicella Ripasso Superiore “Monteré”, mentre per la Puglia il Primitivo di Manduria “Imperio”. Entrambi i vini sono pluripremiati a livello internazionale


Se un wine lover straniero oggi Le chiedesse di dirgli chi è Tinazzi in poche parole…
Oggi Tinazzi è un’azienda produttrice di vini di alto livello in forte espansione. La cura della qualità e la particolarità dei nostri vini sono indubbiamente il nostro punto di forza.

Che percentuale fate di export e in quali mercati siete presenti?
L’export è stato sempre molto importante per noi; siamo stati una delle prime realtà a spingersi oltralpe. Ad oggi il mercato estero rappresenta circa il 90% del nostro fatturato. Siamo presenti in Russia, Germania, Danimarca, Olanda, Belgio, UK, Polonia, USA, Canada e da qualche anno stiamo riscuotendo buoni risultati anche con i mercati Asiatici

Qual è la vostra “sfida” per il futuro?
Tinazzi è un’azienda che è sempre stata attenta alle tendenze del mercato e, soprattutto, alla qualità dei prodotti proposti. Grazie a quest’ultimo aspetto e all’attenzione al cliente, in questi 50 anni l’azienda è cresciuta a livello internazionale. Siamo stati sempre al passo con i tempi e per i prossimi anni il nostro obiettivo è quello di essere sempre più presenti nei diversi mercati e di farci conoscere da chi ancora non ci conosce. La nostra sfida? Chiunque dovrebbe avere il privilegio di bere un bicchiere di vino Tinazzi!

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