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martedi 09 luglio

Cantina Vinchio-Vaglio Serra festeggia i 60 anni all'insegna della qualità e della salvaguardia del territorio

I festeggiamenti di sabato 13 e domenica 14 luglio inaugurano il percorso "I nidi" tra le suggestive colline del Monferrato


Cantina Vinchio-Vaglio Serra festeggia i 60 anni all'insegna della qualità e della salvaguardia del territorio

La Cantina Cooperativa di Vinchio-Vaglio Serra, fondata nel febbraio del 1959 ha, fin dalla sua nascita, preso a cuore la valorizzazione del paesaggio agrario delle verdi colline del Monferrato. “Avevano visto giusto quei 19 viticoltori di Vinchio e Vaglio Serra che decisero di fondare, dopo una non facile trattativa riguardante il luogo di edificazione dell’impianto nella regione San Pancrazio, la Cantina Cooperativa individuando nella sua nascita l’opportunità di accrescere l’allora bassissima remunerazione dell’uva regina della zona, la Barbera, garantendo al contempo un futuro alle proprie aziende e al territorio” ci racconta Ernestino Laiolo, direttore generale della cantina che oggi conta 185 soci per 420 ettari di vigneto in coltura specializzata. Avevano visto giusto quei 19 viticoltori perchè sessant’anni dopo, la loro “creatura” è diventata uno degli insostituibili punti di riferimento del mondo del vino di qualità piemontese (confermato nel 2017 dalla prestigiosa rivista Weinwirtschaft, che ha eletto la Cantina Vinchio Vaglio Serra la miglior cantina cooperativa italiana).

Oggi la cantina si appresta a festeggiare i suoi 60 anni di storia, con due giorni di festeggiamenti, il 13 e 14 luglio 2019, che vedranno come momento principe l’inaugurazione del percorso “I nidi” di Vinchio - Vaglio Serra.
Proprio la salvaguardia del territorio, infatti, è la vera mission da sempre di questa cantina cooperativa, fin dal 1959 quando c’era la necessità di non perdere i lavoratori che a grandi masse si trasferivano in città per lavorare alla Fiat, e farli invece rimanere a lavorare nelle campagne per raccogliere le uve, vinificarle e metterle sul mercato, e far salire il valore dei vini del Monferrato.

Una sfida quella della salvaguardia del territorio che, secondo le abitudini operative dei vertici della Cooperativa si è rapidamente trasformata in virtuoso esempio, prima con l’organizzazione di visite ai vigneti ed incontri con i vignaioli e proprio in occasione del sessantennio, con l’apertura del Sentiero dei Nidi di Vinchio e Vaglio Serra che si snoda sulle pendici della collina alle spalle della Cantina e risale fino alle porte della Riserva Naturale della Val Sarmassa. “Agevolmente percorribile a piedi, il sentiero è dotato di alcuni punti sosta - i Nidi per l’appunto - con area pic nic da cui si gode un’affascinante vista sui vigneti e sulle alture dove sorgono i centri di Vinchio e Vaglio Serra. Il sentiero si chiude sulla sommità della collina, al Nido del Presidente, con magnifico panorama ed una solo apparentemente stravagante sorpresa che richiama alla composizione sabbiosa dei terreni, un tempo assai lontano, ondulati fondali marini” spiega Laiolo. È l’Alto Monferrato, caratterizzato da terreni poco fertili sistemati su pendii molto ripidi, che se da un lato rendono la loro lavorazione particolarmente ardua, dall’altro offrono il vantaggio di esposizioni ottimali. Viticoltura faticosa, quindi, che presenta però i vantaggi di basse rese ed elevate gradazioni zuccherine, condizioni indispensabili per avere l’uva madre di grandi vini.

È il vitigno Barbera la vera anima “eterna” della Cantina Cooperativa di Vinchio-Vaglio Serra, anche se poi ha scelto di allargare nel tempo la propria missione produttiva alle più importanti tipologie viticole ed enologiche del Piemonte e, in tempi recenti, anche ad alcuni vitigni internazionali di grande fama e ineccepibili caratteristiche qualitative come Chardonnay e Pinot nero.
Proprio il Barbera sarà protagonista di una degustazione guidata il 13 luglio, una verticale delle prime 6 annate prodotte (2 0 0 1 - 2 0 0 3 - 2 0 0 4 - 2 0 0 6 - 2 0 0 7 - 2 0 0 9) dell’esclusiva selezione assoluta di Barbera d'Asti D.O.C.G. Superiore “Sei Vigne Insynthesis”. Il programma del giorno successivo, invece, prevede un percorso enogastronomico lungo il sentiero dei Nidi con dei banchi di degustazione dei vini dell’azienda in abbinamento ai prodotti tipici della zona nella splendida cornice dei gazebo immerso nel verde parco della Cantina.

“La sfida del terzo millennio è per la Viticoltori Associati di Vinchio e Vaglio Serra quella di proporre ai consumatori ed ai visitatori dell’accogliente Punto vendita, la storica selezione dei propri vini ed una struttura aziendale al passo con i tempi (moderna linea di vinificazione, linea di imbottigliamento dell’ultima generazione, barricaia per l’affinamento dei vini di maggior pregio), ma soprattutto la conoscenza “sostenibile” delle colline Unesco della Barbera. Li aspettiamo dunque il prossimo week end per apprezzarne le bellezze” conclude Laiolo. 

Agnese Ceschi

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mercoledi 29 maggio

Bosco Viticultori pensa in grande, senza rinunciare alla qualità

Paolo Lasagni ci racconta il successo e la crescita di una cantina che ha tutti i numeri giusti per affrontare il mercato odierno.


Bosco Viticultori pensa in grande, senza rinunciare alla qualità
Vignaioli si nasce, non si diventa? Sbagliato. Non è certo il caso di Bosco Viticultori, non solo un’azienda, bensì un team ed un progetto aziendale lungimirante, cresciuto nel giro di poco tempo, cavalcando l’onda giusta, il boom del Prosecco, per crescere in numeri e qualità dei prodotti.
A parlarcene,
Paolo Lasagni, Managing Director, in questa intervista che ci ha permesso di conoscere a fondo Bosco Viticultori e cominciare ad osservare la new entry Vigna Dogarina, due realtà del Gruppo Vi.v.o. Cantine da non perdere di vista.

Come nasce Bosco Viticultori e come si articola?
Tutto nasce dalla Cantina Sociale di Jesolo ad inizio anni '80, una piccola realtà vitivinicola in provincia di Venezia, che nel corso degli anni si è fusa con altre cantine sociali della zona. Il completamento di questi processi di fusione si è perfezionato del 2012, anno in cui la componente veneziana del Gruppo si è unita, sempre per fusione, alla Cantina Produttori Campodipietra, che al suo interno già comprendeva la gestione dei due enopoli di Roncade e Motta di Livenza. Dall’unione di queste due realtà ha origine la Cooperativa Vi.v.o. (Viticoltori del Veneto Orientale) Cantine, che ad oggi si estende nelle provincie di Treviso e Venezia con un vigneto complessivo pari a circa 4.500 ettari, oltre 2.000 soci conferenti, sette centri di conferimento e vinificazione ed un volume di raccolta complessivo pari a 830.000 quintali relativi alla vendemmia 2018. Già prima di completare il processo di integrazione, le due realtà cooperative decisero di procedere con l’acquisto in sinergia di Casa Vinicola Bosco Malera, operazione perfezionata nel 2009. Lo scopo principale dell’operazione era quello di creare uno sbocco diretto ad una parte dei grandi volumi di vino sfuso prodotto, in modo da non essere completamente dipendenti dall’andamento, a volte turbolento, del mercato del vino all’ingrosso. Nel corso degli anni successivi all’acquisizione, la Capogruppo ha continuato a investire in Bosco Malera e, contestualmente, è iniziato il boom del Prosecco. Già nel 2014 Bosco produceva circa 16 milioni di bottiglie, più del doppio del volume confezionato al momento dell’acquisizione: una parte Prosecco, il resto Pinot Grigio e altre varietà della zona, quali, ad esempio, Verduzzo, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Qual è stata la chiave di volta che ha fatto compiere il salto di qualità e di immagine di Bosco?

Trainati un po’ dal boom del Prosecco, si ha avuto la possibilità di approcciare sempre più clienti e mercati. Noi lavoriamo principalmente in modo diretto, limitando al massimo agenzie e intermediari, il tutto con una struttura molto snella e, soprattutto, reattiva; nel corso degli ultimi anni, siamo passati dai 16 milioni di bottiglie del 2014 ai circa 32 milioni dell'ultimo esercizio, delle quali il Prosecco rappresenta più o meno la metà. In termini più economici, Bosco ha chiuso l’ultimo esercizio con un fatturato pari a circa 64 milioni, mentre a livello consolidato, il Gruppo Vi.v.o. ha superato per la prima volta i 100 milioni di euro.

Dunque, il Prosecco rimane il protagonista?
In realtà non siamo “prosecchisti”, ma produciamo anche tanti vini frizzanti e fermi, tra i quali il pinot grigio è di gran lunga la varietà principale. In ogni caso, è inutile negare che il Prosecco sia il nostro prodotto principale, in tutte le sue declinazioni, rappresentando circa la metà dei volumi di vendita.

Qual è la filosofia aziendale che perseguite? In cosa vi differenziate?

Noi, prima ancora di essere industria alimentare, siamo produttori. Abbiamo alle spalle una capogruppo con più di 2.000 soci e un vigneto complessivo da 4.500 ettari. Siamo caratterizzati da una forte produzione alle spalle e possiamo fornire prodotti in grande volume ma con una qualità costante, perché ogni anno li selezioniamo al termine della vendemmia dalle cantine della nostra capogruppo e, di conseguenza, possiamo garantire qualità e costanza; tale caratteristica è indubbiamente la norma per un piccola realtà, ma per un'azienda con le nostre dimensioni è molto più difficile. Un altro aspetto che ci caratterizza e ci aiuta è la possibilità di disporre di sette cantine in sette territori diversi, ciascuno con le proprie peculiarità in termini di vigneto, terreno e microclima. La diversificazione delle fonti da cui Bosco può reperire la materia prima ogni anno rappresenta un vantaggio molto importante ed allo stesso tempo esclusivo.

Qual è la percentuale di export? In quali mercati siete presenti attualmente?
L'export rappresenta circa il 70% del fatturato. In Italia, con Bosco, non abbiamo un grandissimo interesse, in quanto non vogliamo diventare “competitor” dei principali clienti di vino sfuso della nostra Capogruppo. Al contrario, i mercati esteri sono la principale destinazione dei nostri prodotti: tra questi, ad oggi il principale è quello inglese, il secondo è quello americano e a seguire la Germania e oltre trenta paesi nel mondo..

E i mercati asiatici e, più in generale, dell’emisfero Sud?
In Asia lavoriamo principalmente con Cina e Hong Kong e da poco siamo entrati anche in Giappone. In Australia e Nuova Zelanda abbiamo un ottimo posizionamento, in Sud America siamo presenti da molti anni in Brasile, mentre in Africa c’è ancora molto da lavorare.

Qual è la sfida più grande per voi? Quali obbiettivi vi ponete a breve e lungo termine?
Ora che abbiamo raggiunto una dimensione importante, l'obiettivo principale è quello di farci conoscere non più solo come imbottigliatori ma anche come brand, spingendo un po' di più i nostri marchi. Pur non tralasciando i marchi privati, che comunque sono fondamentali per assorbire volumi di produzione, vorremmo creare un marchio commerciale che abbia una certa riconoscibilità a livello di immagine.

Quali sono le attività che potrebbero farvi raggiungere questo risultato
?
Non c'è una ricetta predefinita per creare un marchio. Il percorso che potrebbe farci perseguire questo obiettivo è l'aumento dell'attività di comunicazione e di promozione dell'immagine del nostro marchio e dei nostri prodotti. L’obiettivo principale di Bosco è quello di avere una forte identità nella categoria dei marchi commerciali denominati “value for money”; al momento non abbiamo interesse a penetrare il segmento premium, in quanto quella fascia è di competenza dell’azienda agricola Vigna Dogarina, la cui conduzione è stata rilevata dal Gruppo Vi.v.o. nel 2016 e la cui strategia di prodotto deve essere complementare a quella di Bosco.

Vigna Dogarina: ci introduce questa realtà?
È il fiore all'occhiello di tutto il gruppo. Ne è stata rilevata la conduzione nel 2016 con un duplice obiettivo: da un lato completare il portafoglio prodotti del Gruppo andando a coprire anche il segmento premium e, dall’altro, creare una sorta di università sperimentale e centro didattico per i nostri viticoltori. Infatti, all’interno del vigneto di oltre 80 ettari coltivati direttamente dalla stessa azienda agricola, sono in corso alcuni importanti progetti sperimentali in collaborazione con l’università di Padova e di Conegliano, prevalentemente finalizzati a migliorare la sostenibilità ambientale.
Vigna Dogarina deve rappresentare la vetrina del gruppo a livello di immagine e di qualità dei propri prodotti. A tal fine, all’interno del Gruppo, abbiamo deciso di tenerla come azienda indipendente al 100%, dalla campagna al prodotto finito.. Un ulteriore obiettivo di Vigna Dogarina è quello di dare un po’ di visibilità anche ad alcuni vigneti autoctoni un po' dimenticati quali, ad esempio, il Manzoni.
Uno dei principali valori del nostro Gruppo è l’identità territoriale, rappresentata da un lato da una cooperativa con oltre 2.000 soci e, dall’altro, dalla conduzione diretta di un’azienda agricola fortemente vocata alle eccellenze autoctone.

“Tutto il percorso di crescita intrapreso dal nostro Gruppo, sebbene molto veloce, è stato fatto sempre con una grandissima attenzione ai conti e garantendo un forte equilibrio patrimoniale e finanziario sia nel breve che nel medio lungo periodo” ci tiene a sottolineare in conclusione Lasagni.


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lunedi 11 marzo

Siddùra progetta il vino del futuro

Una stazione meteo personalizzata e studi sui campi: così nasce la strategia per affrontare i problemi determinati dai cambiamenti climatici


Siddùra progetta il vino del futuro
Le mani nei campi e gli occhi sullo schermo di un computer. Siddùra viaggia al passo coi tempi, ma soprattutto col tempo, nello specifico quello meteorologico. Il vino del futuro nasce nelle campagne di Luogosanto, grazie alla visione di un’azienda che è stata capace di anticipare i tempi. Il vino del futuro, infatti, deve, e sempre di più dovrà, fare conti con gli effetti del riscaldamento globale. Piogge copiose e improvvisa siccità. Gelate e alluvioni. Temperature impazzite. Il vino si costruisce in cantina, grazie a sistemi avanzati, come la stazione meteo creata all’interno dell’azienda, capace di mappare e prevedere le variazioni climatiche della settimana sul campo e nei campi, nelle celle specifiche, non più basandosi sui fallaci modelli previsionali dei siti web. Per saperne di più a riguardo, abbiamo chiacchierato con Massimo Ruggero, Amministratore Delegato di Siddùra.

In che misura Siddùra si impegna per garantire la costante qualità a fronte dei cambiamenti climatici in atto?
Per Siddùra i cambiamenti climatici sono uno dei fenomeni più importanti da monitorare e analizzare. L’azienda conduce una costante ricerca in questo settore e sviluppa nuove tecnologie da applicare in campo e in cantina.
Il lavoro di mappatura con lo studio dei microrganismi presenti nel suo terroir, ci ha confermato come l’analisi del microclima sarà sempre più importante nella previsione del cambiamento delle zone climatiche. Siddùra si è dotata di un sistema di controllo meteorologico che consente di studiare il microclima, compresa la misurazione delle escursioni termiche che incidono sulla qualità dei vini. Il sistema influisce anche sulla prevenzione dei trattamenti fitosanitari: le temperature e il grado di umidità incidono sullo sviluppo delle nevrosi in campo. Poi c’è la stazione meteo con la quale giornalmente valutiamo l’area di lavoro sui vitigni, visualizzando le previsioni meteorologiche e climatiche giornalmente e nell’arco della settimana.

Il senso della tecnologia applicata alle conoscenze umane della terra è quello di trasformare i mutamenti climatici in vantaggi, prevenire i rischi di malattia della pianta e usufruire di un sistema di supporto decisionale nell’affrontare eventuali situazioni limite. In questo Siddùra è decisamente all’avanguardia, tanto da aver avviato una collaborazione con l’Università del Sacro Cuore di Piacenza per lo studio dell’incidenza di una stazione meteo personalizzata che offre una panoramica reale sul territorio dove si trovano le vigne.

Quali saranno i cambiamenti necessari a livello produttivo?
Più che cambiare ci si deve adattare attraverso sistemi di allevamento personalizzati. Una cartina diffusa da Conservation International, organizzazione no profit statunitense attiva nella salvaguardia dell’ambiente e la protezione della biodiversità, mostra le zone vinicole che potrebbero essere seriamente danneggiate per effetto dei cambiamenti climatici entro il 2050. Gran parte delle zone interne della Sardegna sono circoscritte col colore rosso, quello che indica il maggior rischio. Arrivare a soluzioni innovative prima degli altri è condizione fondamentale per mantenere un alto livello di qualità dei propri vini. Noi pensiamo che il microclima di Siddùra e l’adattamento delle piante del vermentino e del cannonau, siano la migliore risposta a quello che sta succedendo. Ripercorriamo la storia: il vitigno del vermentino fu scelto anticamente per la sua resistenza al salmastro e ai mutamenti climatici e per questo facilmente coltivabile nelle fasce costiere.
In futuro potrebbero esserci zone non più adatte ad accogliere un vitigno. In questo caso, ci si dovrà interrogare sulla possibilità di cambiare i disciplinari che consentono la coltivazione di alcuni vitigni solo in determinate zone. Per non arrivare impreparati di fronte a questi cambiamenti, le cantine devono studiare il proprio microclima e raccogliere moltissimi dati. Dobbiamo lavorare sulla mutazione genetica e creare la pianta perfetta che, attraverso innesto e porta innesto, si possa adattare a quel microclima particolare ed esaltare ancor più le qualità del terroir. Sarà compito degli agronomi captare la resistenza di una pianta. In futuro, il team perfetto nei campi sarà composto da meteorologi, agronomi ed enologi.

L’uva cambierà. Cambierà anche la comunicazione dei cambiamenti in atto all’utente finale?
Il cambiamento climatico porterà anche un cambiamento del gusto. É stato già confermato da uno studio francese, nella zona della Borgogna: attraverso alcune simulazioni si è scoperto come saranno i Borgogna nel 2050, diversi da quelli di oggi a causa dei cambiamenti climatici. Anche in Sardegna ci sarà questa mutazione: stiamo andando incontro al Vermentino e al Cannonau del domani. Anche in questo caso si verificherà un cambiamento del gusto, né migliore né peggiore. Semplicemente diverso. Non è detto che lo stravolgimento sarà negativo, potrebbero svilupparsi fenomeni che esaltano le qualità dei vitigni. D’altronde, l’uva cambia sempre, ogni anno è diversa come resa e come zuccherina. Non ci dobbiamo dimenticare che si tratta di un prodotto della natura e a questa dobbiamo rispondere. La comunicazione fa parte della filosofia di un’azienda: amplieremo l’informativa verso il consumatore facendogli prendere coscienza del fenomeno dei mutamenti climatici e degli effetti sul prodotto finale.

Siddùra progetta il vino del futuro

Massimo Ruggero




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venerdi 08 marzo

La Sicilia di Castelluccimiano: un’isola nell’isola

Una produzione di montagna che viene sapientemente valorizzata, così come il territorio incontaminato su cui sorge


La Sicilia di Castelluccimiano: un’isola nell’isola
Ritorniamo in Sicilia, precisamente a Valledolmo, in provincia di Palermo, sul pittoresco versante interno delle Madonie. Piccoli giardini botanici, al di sotto di un ettaro di estensione (con all'interno anche alberi da frutto, vecchie vigne ad alberello, alcune di esse pre fillossera) colorati di un verde brillante e cullati dal sole intenso, tipico del panorama isolano. Si estendono tra gli 800 e i 1100 m di altitudine e subito si aprono agli occhi di chi viene in contatto con l’Azienda Castelluccimiano. Un progetto relativamente giovane, creato dall’unione delle contrade di Castellucci e Miano appunto, ed un patrimonio di vigneti recuperato dalla storia di questa terra. Dei quasi 570 ettari che crescevano rigogliosi fino ai primi del ‘900, 75 ettari oggi tra terreni di proprietà e doni da parte di conferitori.

Piero Buffa, responsabile commerciale dell’azienda, ci descrive il territorio, con la passione e l’orgoglio di chi ha tra le mani un tesoro, che desidera mostrare a tutti. Mentre chiacchieriamo al telefono, lo sentiamo sorridere, fiero del lavoro svolto fino ad ora, entusiasta per gli obiettivi futuri, mentre ci invita a vivere, anche solo per un breve soggiorno, la magia che la sua Sicilia sa regalare. Ce lo immaginiamo così, dentro agli occhi la fotografia di quei vigneti a cui è legato, mentre ci racconta dettagli e profumi che invogliano ad essere scoperti, solo al sentirne parlare.

Una comunicazione basata sul racconto, sull’esperienza, che Piero dona ai consumatori nell’atto della degustazione. Ci siamo emozionati noi, figurarsi un appassionato straniero, caduto a piè pari nell’innamoramento per l’Italia.
“Il territorio lo si sente, lo si osserva nel bicchiere che, dopo un po’ comincia a parlarti” sostiene Piero. “Gli sforzi, le difficoltà ci sono, ma il nostro obiettivo è questo: farli passare in secondo piano con un sorso” continua.

Catarratto e Perricone, sono le varietà che Castelluccimiano, per prima, ha posto in cima alla propria filosofia aziendale, ovvero quella di esaltarne le caratteristiche, di pulirle dalle concezioni comuni e renderle di assoluta qualità. Una scelta che ha ottenuto riconoscimenti e consensi sui mercati internazionali, che oggi esigono qualità, trasparenza ed originalità.
Ed i consumatori? Un wine lover prevalentemente giovane, quello di oggi, affascinato dalle emozioni che suscitano uve come queste, ed intrigato dall’idea che si tratti di una produzione totalmente all’insegna del biologico. Le principali produzioni dell'azienda sono il Catarratto Miano, che nasce a 800 metri, lo Shiarà, le cui vigne sorgono a ben 1050 metri e il Catarratto Brut, sempre ad 800 metri, prodotto che con la nuova vendemmia assumerà il nome di Miano Brut, in onore alla contrada da cui provengono le sue uve.

Certo, la nuova proposta per la denominazione del Catarratto con il sinonimo Lucido non è sempre ben vista, raccogliamo infatti la testimonianza di Piero, per dare voce anche a chi contesta questa scelta dall’alto, in quanto toglie personalità ad una varietà tipica, tanto particolare quanto è la sua pronuncia all’orecchio del consumatore estero. Siamo sempre forti sostenitori della comunicazione unificata, delle reti di impresa, del presentare la forza delle regioni, o meglio, prima dell’Italia, per non creare confusioni, ma ha senso andare a discapito di un nome ed un’identità? Siamo certi che non si ottenga lo stesso risultato?

In conclusione, Castelluccimiano è Sicilia nella Sicilia, un’isola nell’isola, poiché i vigneti di cui abbiamo parlato, non solo si trovano ad un’altura non comune nel territorio siciliano, ma anche perché parte di un territorio incontaminato, immune da fonti di inquinamento visivo ed ambientale, dove l’escursione termica tra la costa e l’interno non fa altro che esaltare le caratteristiche delle vigne.

In attesa della presentazione a Vinitaly delle nuove annate, concludiamo la nostra chiacchierata in allegria, incuriositi e stimolati dalle potenzialità che un territorio ed un’azienda come questi potranno sfruttare negli anni a venire.
Castelluccimiano, non vi perdiamo di vista!

Noemi Mengo

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giovedi 21 febbraio

Interpreti del Brunello

Focus su un grande interprete del Brunello: a tu per tu con Giacomo Neri di Casanova di Neri.


Interpreti del Brunello
Casanova di Neri fu fondata nel 1971 da tuo padre, Giovanni Neri. Ci racconti un po’ la vostra storia?
Mio padre fu un grande uomo, pragmatico e dotato di un notevole intuito, quello che potremmo definire un visionario. Montalcino era per lui un luogo unico per fare vino, diceva che qui “madre natura” regalava il meglio di sé: il clima e il terroir. Alla costante ricerca della qualità, il suo pensiero fu da sempre: “Solo grandi vigne possono permettere di produrre grandi Brunelli, unici e riconoscibili”. Filosofia che guidò l’acquisto del primo vigneto: Cerretalto, posto in una delle zone tra le più vocate, un anfiteatro naturale lungo il torrente Asso. Seguirono i vigneti di Le Cetine, Pietradonice e Podernuovo, collocati nelle migliori esposizioni, sempre sui migliori terreni. Mi ha trasmesso la sua grande passione, il suo pensiero e la sua filosofia, insegnamenti che mi hanno permesso di condurre l’azienda dal 1991 (anno in cui gli succedetti) ad oggi. 
Sin dagli anni ’70 avete puntato al mercato internazionale con molto interesse, mercato che avete consolidato sempre di più. Come mai questa scelta?
Si, abbiamo guardato sempre con molto interesse alle esportazioni sin dagli anni ’70, tempi in cui viaggiare, muoversi, uscire dai nostri ambiti territoriali non era semplice come oggi. Io stesso ho avuto la possibilità di formarmi e fare esperienza all’estero. A 19 anni feci la mia prima fiera a Londra. Il mercato internazionale è sempre stato importante per una realtà come Casanova di Neri che ha investito sulla qualità e ha prodotto vini non cari ma costosi. Non abbiamo mai nemmeno perso di vista il mercato italiano. Oggi anche in Italia è più semplice trovare appassionati che abbiano una buona formazione e un buon palato, che sappiano interpretare un certo tipo di gusto, con le possibilità economiche di poter spendere cifre più significative per una bottiglia di vino. Anni fa questo tipo di consumatore lo si trovava più facilmente all’estero, dove vi erano fruitori di Bordeaux e Borgogna, di Nuova Zelanda e Napa Valley, clienti più pronti ad apprezzare i nostri vini impostati su un concetto di altissima qualità. 

Come è cambiato l’export dal 1971 ad oggi? Quali sono i vostri mercati?
Anche se il mercato estero negli anni ’70 e ’80 era molto più limitato, così come era circoscritta la conoscenza del Brunello, direi che più o meno le percentuali sono rimaste le stesse anche se abbiamo ampliato il numero di paesi in cui siamo presenti. Esportiamo circa il 75% delle nostre etichette in 52 paesi. Gli Stati Uniti e il Canada rappresentano da soli il 20% del nostro fatturato. Siamo stati tra i primi a penetrare questo mercato: il Brunello lo si faceva conoscere bussando porta a porta a ristoranti, enoteche, raccontando il territorio e la nostra vocazione. Gli USA sono da sempre un mercato importante fonte per noi di grande soddisfazione, che ha sempre mantenuto costante l’attenzione nei nostri confronti. Per scelta abbiamo però deciso di non concentrare tutte le nostre attenzioni su di loro ma di frazionare il nostro mercato spostando l’interesse verso paesi come Svizzera, Inghilterra, Russia, Danimarca e Germania, oggi anch’essi protagonisti con volumi significativi. 

Vini rossi importanti e strutturati come il Brunello di Montalcino sono molto apprezzati nei paesi asiatici. Com’è il rapporto di Casanova di Neri con questi potenziali acquirenti?
Per la nostra esperienza i paesi asiatici e in particolare modo la Cina sono mercati dove non c’è molta conoscenza dei vitigni italiani, del Sangiovese e del Brunello. Qualche anno fa io e altri tre produttori di Montalcino, con cui condivido il metodo lavorativo (qualità e personalità), abbiamo approcciato il mercato cinese portando con noi in degustazione quattro Brunelli molto differenti, espressione di vigneti posti in zone eterogenee di Montalcino. Un momento interessante che però non ha portato i risultati sperati quali costanza e continuità delle vendite. La Cina è un mercato nuovo e di grandissima potenzialità dove c’è ancora molto da costruire. Per Casanova di Neri e per l’Italia lo vedo possibile solo in un prossimo futuro. 

Secondo te qual’è la modalità di marketing che, ad oggi, ha ancora grande successo?
Noi produttori siamo tutti un po’ presuntuosi. Quando si pensa di fare un grande vino la cosa migliore è farlo assaggiare direttamente a chi lo proporrà: al ristoratore, al sommelier, all’enotecario. Questo è il vero marketing: l’assaggio. Ancora meglio la visita in cantina, in vigneto, la condivisione del nostro lavoro e del nostro pensiero. Toccare con mano permette di capire se dietro ad un etichetta c’è un grande viticoltore o solo una grande strategia di vendita. 

Il Brunello di Montalcino e Casanova di Neri nel futuro. Quali ambizioni? Quali progetti?
Non si è mai arrivati: ad oggi abbiamo circa 80 ettari di vigna di cui ben 50 ettari che io amo definire straordinari, dove il Sangiovese si esprime in un modo unico al mondo. Ritengo infatti che il Sangiovese sia un marcatore del territorio, se si sposta la vigna di cento metri cambia il vino. Abbiamo appezzamenti eccezionali, se dovessi pensare ad un limite direi che il nostro problema è il vincolo produttivo, impensabile produrre di più. Di recente abbiamo acquistato un vigneto di incomparabile bellezza, sette ettari di filari di 25 anni posti a 400 metri di altezza che diventeranno il nostro nuovo Cru di Rosso e di Brunello. Non prima però del 2023, a Montalcino bisogna avere pazienza. Questa è la nostra nuova grande sfida, percorrendo sempre la nostra strada: la qualità, la qualità, la qualità. 
Giovanna Romeo

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