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giovedi 08 marzo

Villa Franciacorta: la storia dell’antico borgo che ha cullato il Franciacorta

Intervista a Roberta Bianchi, proprietaria di Villa Franciacorta, azienda storica sul Lago d’Iseo


Villa Franciacorta: la storia dell’antico borgo che ha cullato il Franciacorta

Alessandro Bianchi


La storia di questa azienda enologica parte da un nome: Villa.
Villa non è il nome della famiglia che ha dato origine all’azienda della Franciacorta, bensì il nome appartenuto al primo nucleo abitativo di Monticelli Brusati, un borgo medievale del 1500 nella parte nord della Franciacorta a pochi chilometri dal Lago d’Iseo. Un borgo che ha visto fino al 1960 un susseguirsi di proprietà, fino a quando in quell’anno un giovane industriale, Alessandro Bianchi, si innamorò di quel paesino semi abbandonato. Lui contribuì a dare un’identità e un nome alla Franciacorta.

“Quando arrivò in questo luogo, mio padre, si rese subito conto della condizione misera in cui vertevano le famiglie contadine: non vi era acqua corrente né elettricità; inoltre vigeva la mezzadria e, a causa di fenomeni grandinigeni piuttosto pesanti, il raccolto era compromesso” racconta Roberta Bianchi, figlia del fondatore e amministratore delegato dell’Azienda.
“Da subito la sua idea fu quella di rendere la vita di questi contadini più dignitosa, salariandoli e soprattutto risanando le loro abitazioni, fornendo luce e acqua. Decise così di riportare il Borgo agli antichi splendori e valorizzare le potenzialità dei terreni di proprietà”. 

Come è nata la passione per il vino?

La proprietà è abbracciata da cento ettari di terreno che davano un vino che già Gabriele Rosa, storico dell’Ottocento, definiva uno dei migliori vini rossi della Franciacorta.
Mio padre, avvalendosi di validi consulenti, fece una zonazione dei terreni e nel 1978 arrivò la prima bottiglia di Franciacorta, il primo brut.
In tutti questi anni abbiamo scelto di continuare a produrre vino rosso, come da tradizione, ma cercando di cambiare i tipi di impianto e lavorando sulla zona collinare, i Gradoni (la nostra collina, che raggiunge una pendenza del 45%), risanando i muretti a secco di origine etrusca, ristrutturati e resi fruibili per una viticoltura a terrazzamento di tipo “eroico”. Negli anni abbiamo aumentato il numero di ettari piantati a vigna, andando a identificare i micro-terroir più vocati per arrivare oggi a una superficie vitata di 37 ettari su 100 di proprietà; il resto è boschivo e seminativo. Abbiamo infatti selezionato i terreni più adatti, che oggi producono 250.000 bottiglie di Franciacorta e più di 50.000 bottiglie di Curtefranca, quindi vini bianchi e rossi. 

Perché ancora rossi?
Molti lo chiedono. Per noi è importante farlo al fine di valorizzare la nostra storia. Siamo riusciti a produrre perfino un Barbera in purezza.
Qual è la vostra filosofia?
Produrre solo con uve proprie e avere il controllo dell’intera filiera; millesimare tutta la produzione di Franciacorta, con una permanenza sui lieviti di minimo 36 mesi fino a un massimo di 10 anni. Inoltre abbiamo scelto di focalizzare la vendita esclusivamente al canale HORECA.

Che percentuale fate di estero e di nazionale?
La percentuale di vendite all’estero si attesta sopra la media generale della Franciacorta (che si aggira intorno al 15%) al 20%. Il nostro mercato estero principale è il Giappone, segue la Svizzera.

Cosa ha spinto Suo padre a concentrarsi sui Millesimati?
Il motivo del focus sui Millesimati deriva dal fatto che il terroir di Monticelli Brusati è diverso dalla zona sud della Franciacorta: la lingua del ghiacciaio ha creato quello che conosciamo oggi come anfiteatro morenico; una volta ritiratosi, ha infatti lasciato in quella zona dei terreni sciolti, ricchi di limo e sabbia.
A Monticelli Brusati il suolo è invece ricco di stratificazioni di marne e argille, capaci di trattenere la giusta umidità, che in annate molto siccitose danno vita ad uve con ottime acidità e particolari sapidità, che ritroviamo poi nei nostri vini; grazie alle colline che lo dividono dal percorso della lingua del ghiacciaio, a Monticelli Brusati troviamo perciò terreni vergini di origine marina.
L’idea di fare solo Millesimati nasce proprio da qui, dalle innegabili potenzialità di questo grande terroir che si esprime in ogni millesimo con caratteristiche diverse donandosi a noi in tutta la sua naturalità. Ci piace l’idea di poter fare delle degustazioni “verticali” con vini di trent’anni, prodotti solo con uve dell’annata per avere la possibilità di leggere ogni singola vendemmia.

Per voi è importante la valorizzazione del territorio in termini di enoturismo…
Dal 1990 abbiamo inaugurato l’agriturismo Villa Gradoni, con i primi 6 appartamenti; oggi sono 22, recuperati dalle vecchie residenze contadine dove le persone vivono un’esperienza di slow tourism. Offriamo una vacanza e un’esperienza di permanenza in azienda con la possibilità di visitare la cantina e degustare i nostri prodotti. Ci piace raccontare la nostra filosofia, raccontare cosa voglia dire per noi essere custodi e non padroni di questo borgo. Un luogo come questo non lo si possiede, lo si tutela e tramanda.

Qual è il ricordo più forte che ha della sua infanzia?
Sicuramente i miei weekend, li passavo in azienda dando il latte ai vitellini e correndo tra i vigneti. Partecipavo alla vendemmia, mio padre mi metteva una cassetta sotto i piedi per farmi arrivare all’altezza desiderata.

Aspetto ambientale di tutela e attenzione: come vi muovete in questo senso?
Da sempre, da prima che si parlasse di sostenibilità, utilizzavamo concimi organici che provenivano dalle nostre stalle; non abbiamo mai usato diserbanti e la presenza delle api nei nostri campi, ottimo indicatore biologico, testimonia la salubrità dei nostri vigneti.
La tutela della biodiversità è per noi la scelta di non vitare tutta la superficie ma rispettare le diverse specie che abitano questi terreni. Anche la ricerca in cantina sui lieviti autoctoni va verso la biodiversità.
Se dovessi esprimere un valore per me importante: “umiltà”, in quanto l’uomo può fare, ma deve essere capace di fermarsi senza andare oltre e avere rispetto per madre Natura.


www.villafranciacorta.it

Villa Franciacorta: la storia dell’antico borgo che ha cullato il Franciacorta

Il Borgo


Agnese Ceschi

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tuesday 26 september

The courage to be always yourself: Tedeschi, an authentic winery

We interviewed Riccardo Tedeschi, one of the owners of the Valpolicella's well-known winery, on his perspectives about Amarone and Valpolicella wines


The courage to be always yourself: Tedeschi, an authentic winery

Riccardo Tedeschi


How was your company born?
Our father Lorenzo developed the winery in 1964. Before, my family had been producing wine for several generations, probably from 1630, and sold it to trattorias and restaurants of Verona and the whole province. The turning point, however, came with our father who gave a new impulse to the winery and set our products’ style: rich of texture and fresh wines, suitable to be paired with food.
One of the first crus of Amarone was in our winery. My father believed in this wine in the Sixties, when the principal wine of Valpolicella was Recioto.

Today you manage the winery with your sisters Antonietta and Sabrina. How did the generational passage occur?
My dad has always been open-minded. He has never hindered our ideas. My father and I have always been creative in wine production, so anything I wanted to experiment, he has always encouraged me to try it. It is remarkable in the family the episode when he decided to use a kind of pressure cooker for a wine experiment, staying awake all night because he was afraid of a possible explosion.

How would you define your company?

Domestic and handcrafted. But also historic and innovative at the same time. Authentic, with a strong identity.

How are the roles in the company divided?
Being three brothers is for us a resource more than a complication. For us more heads we are, more ideas it brings. However, in order to run the company's machine efficiently, we have defined roles: Antonietta, who first joined the company in 1984, deals with the Italian market and administration, I deal with production and export in North America, while Sabrina, who entered into the company in 2000, deals with export to Europe and Far East and marketing.

Which wine better represents your company?

Amarone della Valpolicella, produced with a selection of grapes from various vineyards of the hills, is the product I am most happy with today. It is a full wine, rich in tannins and good acidity, perfect for accompanying food. Our trademark continues to be very successful in Canada, particularly in Ontario.

Which wine amazes you the most?
The young Valpolicella gave me unexpected satisfaction over the years. That is why our goal for the coming years is to re-evaluate this wine and bring it back to its original value: a pleasant, cool meal wine with less complexity than Amarone and Ripasso, but no less fascinating.

Which direction are your wines going in?
We are working to improve the aromatic component, it is a priority in this moment.

The biggest current challenge for a wine producer is...
The biggest challenge is in the vineyard, avoiding waste, seeking constant quality and selecting the best grapes. We are doing it in all of our vineyards and especially in the vineyards we have bought in the valley of Mezzane, Maternigo, 31 hectares of paradise surrounded by a forest.

Which are the markets in the world where you are most present?
Switzerland and Germany in Europe, while Canada, which represents the 35% of our sales, and the US (8%) for the non-EU. Although the domestic market is also growing, registering a 15-20% of turnover.

The biggest challenge for Italian wine export…
Educating the consumer and not being afraid to be yourself are the biggest challenge in the export of wine. Fashion and market trends are threatening corporate identities. Instead, the glass should express the style of the company, its territory, not the taste of the consumer.
Our goal is to meet the consumer's taste without loosing our identity.

FOCUS ON WINE
Maternigo -Vapolicella Superiore
Agnese Ceschi

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lunedi 25 settembre

Il coraggio di essere sempre sé stessi: Tedeschi, un’azienda autentica

Intervista a Riccardo Tedeschi, uno dei proprietari della nota azienda della Valpolicella, tra prospettive su Amarone e Valpolicella


Il coraggio di essere sempre sé stessi: Tedeschi, un’azienda autentica

Riccardo Tedeschi


Come è nata la vostra azienda?
Nostro padre Lorenzo ha sviluppato l’azienda vinicola nel 1964. Precedentemente la mia famiglia produceva vino già da parecchie generazioni, probabilmente dal 1630, e lo vendeva nelle trattorie e ristoranti di Verona e provincia.
La svolta però è arrivata con nostro padre che ha dato vigore all’azienda e ha impostato lo stile dei nostri prodotti: vini ricchi di struttura e freschezza, adatti ad essere accompagnati al cibo.
È nostro poi uno dei primi cru della Valpolicella di Amarone. Lui ha creduto molto in questo vino in un momento, gli anni Sessanta, in cui il vino della Valpolicella era il Recioto.

Oggi vi occupate dell’azienda Lei e le Sue sorelle Antonietta e Sabrina. Come è avvenuto il passaggio generazionale?
Mio padre ha sempre avuto una grande apertura mentale. Non ha mai ostacolato le nostre idee. Sia io che lui siamo creativi nella produzione del vino, perciò, quando sono entrato in azienda e ho proposto delle sperimentazioni, qualsiasi cosa volessi fare in piccolo me l’ha sempre fatta provare.
È celebre in famiglia la volta in cui lui stesso aveva deciso di usare una sorta di pentola a pressione per uno stano esperimento sul vino, rimanendo sveglio tutta la notte per paura che esplodesse.

Come definirebbe la vostra azienda?
Famigliare ed artigianale. Ma anche storica ed innovativa allo stesso tempo. Autentica, con una forte identità.

Come sono divisi i ruoli in azienda?

Essere in tre fratelli è per noi una risorsa più che una complicazione, come in tante altre realtà. Per noi più teste, portano idee.
Però per far funzionare in modo efficiente la macchina aziendale abbiamo dei ruoli definiti: Antonietta, che è entrata per prima in azienda nel 1984, si occupa del mercato italiano e di amministrazione, io di produzione ed export in Nord America, mentre Sabrina, che è entrata per ultima in azienda nel 2000, di export in Europa e Far East e di marketing.

Qual’è il vino che vi rappresenta di più?
Il prodotto di cui sono più contento oggi è l’Amarone della Valpolicella, prodotto con una selezione delle uve da più vigneti di collina.
È un vino completo, con ricchezza di tannini e giusta acidità, perfetto per l’accompagnamento al cibo. Il nostro marchio di fabbrica, che continua avere parecchio successo in Canada, in particolare in Ontario.

Il vino che la sta stupendo di più invece?
Il Valpolicella giovane ha funzionato meglio di quanto pensassi negli anni. Per questo il nostro obiettivo per i prossimi anni è rivalutare un po' questo vino, che subisce il successo di Amarone e Ripasso, e riportarlo al suo valore originale: un vino da pasto piacevole, fresco, con meno complessità, ma non meno affascinante.

In che direzione stanno andando i vostri vini?
Stiamo lavorando per migliorare la componente aromatica, è una priorità in questo momento.

La sfida più grande oggi per un produttore di vino…
La sfida più grande è nel vigneto, non tanto nei vini, evitando gli scarti, cercando la qualità costante e selezionando le uve al massimo. Lo stiamo facendo in tutti i nostri vigneti ed in particolar modo nel vigneto che abbiamo acquistato negli anni scorsi nella vallata di Mezzane, Maternigo, 31 ettari di paradiso attorniati da boschi.

Quali sono i mercati del mondo in cui siete più presenti?
Svizzera e Germania in Europa, mentre Canada, che occupa un 35% di fatturato, e Stati Uniti (8%) per l’extra-UE. Anche se anche il mercato nazionale sta crescendo, registrando un 15-20% del fatturato.

La sfida più grande per l’export del vino italiano?
Educare il consumatore e non avere paura di essere se stessi. Le mode e i trend di mercato stanno minacciando le identità aziendali. Invece, il bicchiere dovrebbe esprimere lo stile dell’azienda, il suo territorio, non i gusti del consumatore… sperando di incontrare comunque i gusti del consumatore.


tedeschiwines.com/
Agnese Ceschi

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domenica 03 settembre

Grillo e Nero d’Avola, patrimonio della viticoltura siciliana non solo della Doc

Il parere del noto produttore siciliano Francesco Spadafora, contro il divieto di etichettare come Terre Siciliane Nero d’Avola e Grillo che a partire da questa vendemmia sarà possibile farlo sotto il cappello della doc Sicilia


Grillo e Nero d’Avola, patrimonio della viticoltura siciliana non solo della Doc

Francesco Spadafora


La decisione, ormai ufficiale, di vietare la possibilità di etichettare come Terre Siciliane Grillo e Terre Siciliane Nero d'Avola i due vitigni, a partire dalla vendemmia 2017, ma solo sotto il cappello della Doc Sicilia mi spinge ad alcune considerazioni personali.
La prima che viene spontanea è come sia possibile che due vitigni regolarmente autorizzati dall'Assessorato di competenza, possano essere tracciati dalla loro produzione per poi scomparire al momento in cui vanno in bottiglia negando, di fatto, la possibilità al consumatore di sapere con quali uve venga prodotto un vino.
La seconda è più di ordine sociologico perché la Sicilia, con questa sua decisione, dimostra come, nonostante si pregi del fatto di essere al centro del Mediterraneo e di passaggio in qualche modo da un oceano all'altro e nonostante abbia ricevuto in dono, proprio perché di passaggio, tutti quei prodotti agricoli che poi ci hanno reso famosi nel mondo, oggi con atto di grande egoismo, dichiari al mondo che questi due vitigni sono di sua specifica proprietà, pur avendo utilizzato, per generazioni, vitigni affermati in altre parti del mondo.


La scusa ufficiale è che così si preservano le caratteristiche di questi vitigni perché si dovrebbero imbottigliare solo in zona di produzione, ovviamente deroghe a parte, ma in realtà ciò farà sì che troveremo in giro, a nome Sicilia, milioni di bottiglie a prezzi sconcertanti, ma Doc, perché prodotte da tutti quelli che pagando l'uva a prezzi molto bassi potranno permettersi di commercializzare il prodotto a prezzi da saldi, il tutto targato Sicilia.
Sarebbe stato un modo per dimostrare al mondo che chi lavora Grillo o Nero d'Avola commercializzato fuori regione lavora un prodotto di fascia più bassa così da consentire a chi lo lavora a casa di potere spuntare un prezzo più alto.

Spesso ci si lamenta che la Sicilia non fa sistema e che ha permesso a tutti di prendere decisioni a casa nostra dettate da altri e così, anche questa volta , non si farà sistema e molti continueranno a lavorare sul proprio brand aziendale piuttosto che su un banale Terre Siciliane Bianco o Rosso.
Abbiamo accolto il grano, l'olivo, il pomodoro e la patata ma ora non vogliamo che nessuno usi il nostro Grillo e il nostro Nero d'Avola, che nel frattempo, da anni, è stato piantato un po' in giro nel mondo.
Va bene per il Primitivo poterlo coltivare in California, va bene per la Barbera e per il Sangiovese ma non andrà bene per il Grillo o Nero d'Avola, facendole così scomparire dalle uve “socialmente utili”.
Noi, produrremo sempre Grillo e Nero d'Avola e lo chiameremo simpaticamente in altro modo e continueremo a spiegare che quelle bottiglie sono prodotte con quelle uve perché un giorno non si possa dire che il provincialismo ci appartiene.

Francesco Spadafora, Titolare dell’azienda Dei Principi di Spadafora

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friday 16 june

Paolo Leo: tradition and protection of the environment

The Apulian winery between sustainability and the protection of the “alberello salentino” (Salento vine)


Paolo Leo: tradition and protection of the environment

Paolo Leo with his sons in front of the Alberello


Great attention and care of sustainability and valorization of the territory: this is the philosophy of the Apulian winery Paolo Leo, a modern company, which has expanded its business both in Italy and abroad.
Since the official slogan we can understand the winery from Brindisi: “Salento in purity”. This sentence represents Leo’s philosophy and its production choices.

Love and care of the vine and the wine have deeply characterized the story of Leo family since the early '900, when the forefather, grandfather and homonymous of the current owner Paolo Leo, began to make wine with the grapes of his vineyards in the family house in San Donaci, in the province of Brindisi.
Paolo Leo is a company that has looked beyond the Italian borders for a long time, working every day with a specific goal: the promotion of Salento and its agronomic products.

"All this commitment to promotion is also motivated by the hard work in the vineyard with the safeguarding and protection of the health of the environment and the consumer, which requires more and more healthy products" said Paolo Leo, who has inherited the family business with his wife Roberta and their sons.
The company has been promoting, for about a year, a very innovative and interesting project for the protection of alberello salentino. "In Salento there are small agricultural properties in abandoned conditions, where there are vineyards and olive groves of great historical value - said the owner - and it has been increasingly spreading the intention by companies, such as ours, to take concrete actions to protect this historic landscape as the mapping of vineyards and olive trees. We have created a wine, the Dorso Rosso, which is included in a specific project aiming to protect the Albarello salentino (Salento grapevine), which has been extinguishing”.

Alberello is a type of grapevine producing few grapes, about 30/35 quintals per hectare, and this is certainly one of the reasons leading many winegrowers to eradicate old Alberello vineyards and replace them with espalier system that guarantees a high production. “Eradication of Alberelli is a cultural and ecological disaster, only in these old vines there are original biotypes of Primitivo and Negroamaro. Saving the Alberello from extinction is the necessary condition to make authentic and pure wines from Salento!” declares Paolo Leo.

Paolo Leo has decided to save Alberello by allowing consumers to adopt one of them, following its story till the bottling of its Dorso Rosso. So each bottle is linked to the story of that particular Alberello and it is unique.
Safeguarding the environment and enhancing the territorial traditions become for Paolo Leo a unique mission in the promotion of Salento in Italy and in the world.

www.dorsorosso.it
For any information, and to adopt an Alberello, please write to info@dorsorosso.it
Agnese Ceschi

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