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giovedi 18 aprile 2019 logo winemeridian.com
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lunedi 11 marzo

Siddùra progetta il vino del futuro

Una stazione meteo personalizzata e studi sui campi: così nasce la strategia per affrontare i problemi determinati dai cambiamenti climatici


Siddùra progetta il vino del futuro
Le mani nei campi e gli occhi sullo schermo di un computer. Siddùra viaggia al passo coi tempi, ma soprattutto col tempo, nello specifico quello meteorologico. Il vino del futuro nasce nelle campagne di Luogosanto, grazie alla visione di un’azienda che è stata capace di anticipare i tempi. Il vino del futuro, infatti, deve, e sempre di più dovrà, fare conti con gli effetti del riscaldamento globale. Piogge copiose e improvvisa siccità. Gelate e alluvioni. Temperature impazzite. Il vino si costruisce in cantina, grazie a sistemi avanzati, come la stazione meteo creata all’interno dell’azienda, capace di mappare e prevedere le variazioni climatiche della settimana sul campo e nei campi, nelle celle specifiche, non più basandosi sui fallaci modelli previsionali dei siti web. Per saperne di più a riguardo, abbiamo chiacchierato con Massimo Ruggero, Amministratore Delegato di Siddùra.

In che misura Siddùra si impegna per garantire la costante qualità a fronte dei cambiamenti climatici in atto?
Per Siddùra i cambiamenti climatici sono uno dei fenomeni più importanti da monitorare e analizzare. L’azienda conduce una costante ricerca in questo settore e sviluppa nuove tecnologie da applicare in campo e in cantina.
Il lavoro di mappatura con lo studio dei microrganismi presenti nel suo terroir, ci ha confermato come l’analisi del microclima sarà sempre più importante nella previsione del cambiamento delle zone climatiche. Siddùra si è dotata di un sistema di controllo meteorologico che consente di studiare il microclima, compresa la misurazione delle escursioni termiche che incidono sulla qualità dei vini. Il sistema influisce anche sulla prevenzione dei trattamenti fitosanitari: le temperature e il grado di umidità incidono sullo sviluppo delle nevrosi in campo. Poi c’è la stazione meteo con la quale giornalmente valutiamo l’area di lavoro sui vitigni, visualizzando le previsioni meteorologiche e climatiche giornalmente e nell’arco della settimana.

Il senso della tecnologia applicata alle conoscenze umane della terra è quello di trasformare i mutamenti climatici in vantaggi, prevenire i rischi di malattia della pianta e usufruire di un sistema di supporto decisionale nell’affrontare eventuali situazioni limite. In questo Siddùra è decisamente all’avanguardia, tanto da aver avviato una collaborazione con l’Università del Sacro Cuore di Piacenza per lo studio dell’incidenza di una stazione meteo personalizzata che offre una panoramica reale sul territorio dove si trovano le vigne.

Quali saranno i cambiamenti necessari a livello produttivo?
Più che cambiare ci si deve adattare attraverso sistemi di allevamento personalizzati. Una cartina diffusa da Conservation International, organizzazione no profit statunitense attiva nella salvaguardia dell’ambiente e la protezione della biodiversità, mostra le zone vinicole che potrebbero essere seriamente danneggiate per effetto dei cambiamenti climatici entro il 2050. Gran parte delle zone interne della Sardegna sono circoscritte col colore rosso, quello che indica il maggior rischio. Arrivare a soluzioni innovative prima degli altri è condizione fondamentale per mantenere un alto livello di qualità dei propri vini. Noi pensiamo che il microclima di Siddùra e l’adattamento delle piante del vermentino e del cannonau, siano la migliore risposta a quello che sta succedendo. Ripercorriamo la storia: il vitigno del vermentino fu scelto anticamente per la sua resistenza al salmastro e ai mutamenti climatici e per questo facilmente coltivabile nelle fasce costiere.
In futuro potrebbero esserci zone non più adatte ad accogliere un vitigno. In questo caso, ci si dovrà interrogare sulla possibilità di cambiare i disciplinari che consentono la coltivazione di alcuni vitigni solo in determinate zone. Per non arrivare impreparati di fronte a questi cambiamenti, le cantine devono studiare il proprio microclima e raccogliere moltissimi dati. Dobbiamo lavorare sulla mutazione genetica e creare la pianta perfetta che, attraverso innesto e porta innesto, si possa adattare a quel microclima particolare ed esaltare ancor più le qualità del terroir. Sarà compito degli agronomi captare la resistenza di una pianta. In futuro, il team perfetto nei campi sarà composto da meteorologi, agronomi ed enologi.

L’uva cambierà. Cambierà anche la comunicazione dei cambiamenti in atto all’utente finale?
Il cambiamento climatico porterà anche un cambiamento del gusto. É stato già confermato da uno studio francese, nella zona della Borgogna: attraverso alcune simulazioni si è scoperto come saranno i Borgogna nel 2050, diversi da quelli di oggi a causa dei cambiamenti climatici. Anche in Sardegna ci sarà questa mutazione: stiamo andando incontro al Vermentino e al Cannonau del domani. Anche in questo caso si verificherà un cambiamento del gusto, né migliore né peggiore. Semplicemente diverso. Non è detto che lo stravolgimento sarà negativo, potrebbero svilupparsi fenomeni che esaltano le qualità dei vitigni. D’altronde, l’uva cambia sempre, ogni anno è diversa come resa e come zuccherina. Non ci dobbiamo dimenticare che si tratta di un prodotto della natura e a questa dobbiamo rispondere. La comunicazione fa parte della filosofia di un’azienda: amplieremo l’informativa verso il consumatore facendogli prendere coscienza del fenomeno dei mutamenti climatici e degli effetti sul prodotto finale.

Siddùra progetta il vino del futuro

Massimo Ruggero




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venerdi 08 marzo

La Sicilia di Castelluccimiano: un’isola nell’isola

Una produzione di montagna che viene sapientemente valorizzata, così come il territorio incontaminato su cui sorge


La Sicilia di Castelluccimiano: un’isola nell’isola
Ritorniamo in Sicilia, precisamente a Valledolmo, in provincia di Palermo, sul pittoresco versante interno delle Madonie. Piccoli giardini botanici, al di sotto di un ettaro di estensione (con all'interno anche alberi da frutto, vecchie vigne ad alberello, alcune di esse pre fillossera) colorati di un verde brillante e cullati dal sole intenso, tipico del panorama isolano. Si estendono tra gli 800 e i 1100 m di altitudine e subito si aprono agli occhi di chi viene in contatto con l’Azienda Castelluccimiano. Un progetto relativamente giovane, creato dall’unione delle contrade di Castellucci e Miano appunto, ed un patrimonio di vigneti recuperato dalla storia di questa terra. Dei quasi 570 ettari che crescevano rigogliosi fino ai primi del ‘900, 75 ettari oggi tra terreni di proprietà e doni da parte di conferitori.

Piero Buffa, responsabile commerciale dell’azienda, ci descrive il territorio, con la passione e l’orgoglio di chi ha tra le mani un tesoro, che desidera mostrare a tutti. Mentre chiacchieriamo al telefono, lo sentiamo sorridere, fiero del lavoro svolto fino ad ora, entusiasta per gli obiettivi futuri, mentre ci invita a vivere, anche solo per un breve soggiorno, la magia che la sua Sicilia sa regalare. Ce lo immaginiamo così, dentro agli occhi la fotografia di quei vigneti a cui è legato, mentre ci racconta dettagli e profumi che invogliano ad essere scoperti, solo al sentirne parlare.

Una comunicazione basata sul racconto, sull’esperienza, che Piero dona ai consumatori nell’atto della degustazione. Ci siamo emozionati noi, figurarsi un appassionato straniero, caduto a piè pari nell’innamoramento per l’Italia.
“Il territorio lo si sente, lo si osserva nel bicchiere che, dopo un po’ comincia a parlarti” sostiene Piero. “Gli sforzi, le difficoltà ci sono, ma il nostro obiettivo è questo: farli passare in secondo piano con un sorso” continua.

Catarratto e Perricone, sono le varietà che Castelluccimiano, per prima, ha posto in cima alla propria filosofia aziendale, ovvero quella di esaltarne le caratteristiche, di pulirle dalle concezioni comuni e renderle di assoluta qualità. Una scelta che ha ottenuto riconoscimenti e consensi sui mercati internazionali, che oggi esigono qualità, trasparenza ed originalità.
Ed i consumatori? Un wine lover prevalentemente giovane, quello di oggi, affascinato dalle emozioni che suscitano uve come queste, ed intrigato dall’idea che si tratti di una produzione totalmente all’insegna del biologico. Le principali produzioni dell'azienda sono il Catarratto Miano, che nasce a 800 metri, lo Shiarà, le cui vigne sorgono a ben 1050 metri e il Catarratto Brut, sempre ad 800 metri, prodotto che con la nuova vendemmia assumerà il nome di Miano Brut, in onore alla contrada da cui provengono le sue uve.

Certo, la nuova proposta per la denominazione del Catarratto con il sinonimo Lucido non è sempre ben vista, raccogliamo infatti la testimonianza di Piero, per dare voce anche a chi contesta questa scelta dall’alto, in quanto toglie personalità ad una varietà tipica, tanto particolare quanto è la sua pronuncia all’orecchio del consumatore estero. Siamo sempre forti sostenitori della comunicazione unificata, delle reti di impresa, del presentare la forza delle regioni, o meglio, prima dell’Italia, per non creare confusioni, ma ha senso andare a discapito di un nome ed un’identità? Siamo certi che non si ottenga lo stesso risultato?

In conclusione, Castelluccimiano è Sicilia nella Sicilia, un’isola nell’isola, poiché i vigneti di cui abbiamo parlato, non solo si trovano ad un’altura non comune nel territorio siciliano, ma anche perché parte di un territorio incontaminato, immune da fonti di inquinamento visivo ed ambientale, dove l’escursione termica tra la costa e l’interno non fa altro che esaltare le caratteristiche delle vigne.

In attesa della presentazione a Vinitaly delle nuove annate, concludiamo la nostra chiacchierata in allegria, incuriositi e stimolati dalle potenzialità che un territorio ed un’azienda come questi potranno sfruttare negli anni a venire.
Castelluccimiano, non vi perdiamo di vista!

Noemi Mengo

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giovedi 21 febbraio

Interpreti del Brunello

Focus su un grande interprete del Brunello: a tu per tu con Giacomo Neri di Casanova di Neri.


Interpreti del Brunello
Casanova di Neri fu fondata nel 1971 da tuo padre, Giovanni Neri. Ci racconti un po’ la vostra storia?
Mio padre fu un grande uomo, pragmatico e dotato di un notevole intuito, quello che potremmo definire un visionario. Montalcino era per lui un luogo unico per fare vino, diceva che qui “madre natura” regalava il meglio di sé: il clima e il terroir. Alla costante ricerca della qualità, il suo pensiero fu da sempre: “Solo grandi vigne possono permettere di produrre grandi Brunelli, unici e riconoscibili”. Filosofia che guidò l’acquisto del primo vigneto: Cerretalto, posto in una delle zone tra le più vocate, un anfiteatro naturale lungo il torrente Asso. Seguirono i vigneti di Le Cetine, Pietradonice e Podernuovo, collocati nelle migliori esposizioni, sempre sui migliori terreni. Mi ha trasmesso la sua grande passione, il suo pensiero e la sua filosofia, insegnamenti che mi hanno permesso di condurre l’azienda dal 1991 (anno in cui gli succedetti) ad oggi. 
Sin dagli anni ’70 avete puntato al mercato internazionale con molto interesse, mercato che avete consolidato sempre di più. Come mai questa scelta?
Si, abbiamo guardato sempre con molto interesse alle esportazioni sin dagli anni ’70, tempi in cui viaggiare, muoversi, uscire dai nostri ambiti territoriali non era semplice come oggi. Io stesso ho avuto la possibilità di formarmi e fare esperienza all’estero. A 19 anni feci la mia prima fiera a Londra. Il mercato internazionale è sempre stato importante per una realtà come Casanova di Neri che ha investito sulla qualità e ha prodotto vini non cari ma costosi. Non abbiamo mai nemmeno perso di vista il mercato italiano. Oggi anche in Italia è più semplice trovare appassionati che abbiano una buona formazione e un buon palato, che sappiano interpretare un certo tipo di gusto, con le possibilità economiche di poter spendere cifre più significative per una bottiglia di vino. Anni fa questo tipo di consumatore lo si trovava più facilmente all’estero, dove vi erano fruitori di Bordeaux e Borgogna, di Nuova Zelanda e Napa Valley, clienti più pronti ad apprezzare i nostri vini impostati su un concetto di altissima qualità. 

Come è cambiato l’export dal 1971 ad oggi? Quali sono i vostri mercati?
Anche se il mercato estero negli anni ’70 e ’80 era molto più limitato, così come era circoscritta la conoscenza del Brunello, direi che più o meno le percentuali sono rimaste le stesse anche se abbiamo ampliato il numero di paesi in cui siamo presenti. Esportiamo circa il 75% delle nostre etichette in 52 paesi. Gli Stati Uniti e il Canada rappresentano da soli il 20% del nostro fatturato. Siamo stati tra i primi a penetrare questo mercato: il Brunello lo si faceva conoscere bussando porta a porta a ristoranti, enoteche, raccontando il territorio e la nostra vocazione. Gli USA sono da sempre un mercato importante fonte per noi di grande soddisfazione, che ha sempre mantenuto costante l’attenzione nei nostri confronti. Per scelta abbiamo però deciso di non concentrare tutte le nostre attenzioni su di loro ma di frazionare il nostro mercato spostando l’interesse verso paesi come Svizzera, Inghilterra, Russia, Danimarca e Germania, oggi anch’essi protagonisti con volumi significativi. 

Vini rossi importanti e strutturati come il Brunello di Montalcino sono molto apprezzati nei paesi asiatici. Com’è il rapporto di Casanova di Neri con questi potenziali acquirenti?
Per la nostra esperienza i paesi asiatici e in particolare modo la Cina sono mercati dove non c’è molta conoscenza dei vitigni italiani, del Sangiovese e del Brunello. Qualche anno fa io e altri tre produttori di Montalcino, con cui condivido il metodo lavorativo (qualità e personalità), abbiamo approcciato il mercato cinese portando con noi in degustazione quattro Brunelli molto differenti, espressione di vigneti posti in zone eterogenee di Montalcino. Un momento interessante che però non ha portato i risultati sperati quali costanza e continuità delle vendite. La Cina è un mercato nuovo e di grandissima potenzialità dove c’è ancora molto da costruire. Per Casanova di Neri e per l’Italia lo vedo possibile solo in un prossimo futuro. 

Secondo te qual’è la modalità di marketing che, ad oggi, ha ancora grande successo?
Noi produttori siamo tutti un po’ presuntuosi. Quando si pensa di fare un grande vino la cosa migliore è farlo assaggiare direttamente a chi lo proporrà: al ristoratore, al sommelier, all’enotecario. Questo è il vero marketing: l’assaggio. Ancora meglio la visita in cantina, in vigneto, la condivisione del nostro lavoro e del nostro pensiero. Toccare con mano permette di capire se dietro ad un etichetta c’è un grande viticoltore o solo una grande strategia di vendita. 

Il Brunello di Montalcino e Casanova di Neri nel futuro. Quali ambizioni? Quali progetti?
Non si è mai arrivati: ad oggi abbiamo circa 80 ettari di vigna di cui ben 50 ettari che io amo definire straordinari, dove il Sangiovese si esprime in un modo unico al mondo. Ritengo infatti che il Sangiovese sia un marcatore del territorio, se si sposta la vigna di cento metri cambia il vino. Abbiamo appezzamenti eccezionali, se dovessi pensare ad un limite direi che il nostro problema è il vincolo produttivo, impensabile produrre di più. Di recente abbiamo acquistato un vigneto di incomparabile bellezza, sette ettari di filari di 25 anni posti a 400 metri di altezza che diventeranno il nostro nuovo Cru di Rosso e di Brunello. Non prima però del 2023, a Montalcino bisogna avere pazienza. Questa è la nostra nuova grande sfida, percorrendo sempre la nostra strada: la qualità, la qualità, la qualità. 
Giovanna Romeo

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giovedi 07 febbraio

Accordini Stefano: l’azienda di montagna che sfida gli stereotipi classici della Valpolicella

La prima azienda della Valpolicella a produrre vini di montagna, vuole farsi conoscere al mondo per le proprie unicità. Una sfida accattivante per il 2019.


Accordini Stefano: l’azienda di montagna che sfida gli stereotipi classici della Valpolicella
La Valpolicella è un territorio estremamente vocato alla produzione di vini, ed è una delle regioni italiane più conosciute ed apprezzate al mondo per i prodotti enologici che può offrire. Ciò che molti non sanno è che questo territorio non vanta solamente vini provenienti da territori pianeggianti o collinari. La produzione di montagna c’è e va elevata per l’alta qualità che la contraddistingue. Certo, dissociarsi dalla classica immagine dei vigneti della Valpolicella, una fotografia tatuata nella mente di tutti i wine lovers di questa zona, non è un compito semplice. Questa è la sfida che ha nel cuore la quarta generazione Accordini, composta da Giacomo, Paolo e Marco. Ce ne ha parlato, durante questa intervista, Marco Accordini dell’Azienda Accordini Stefano, la prima azienda di montagna della Valpolicella a produrre vini di alta qualità.

Come è nata l’azienda?

L’azienda nasce a fine ‘800 con Gaetano Accordini, che era un mezzadro, quindi ancora non possedeva terreni ma lavorava per un proprietario terriero. Solamente Stefano, mio nonno, negli anni ‘70 con la fine della mezzadria, ha potuto acquistare 1.4 ettari di terreni, grazie al diritto di prelazione che aveva. Acquistò l’azienda e continuò a produrre vino valpolicella (un tempo non si produceva Ripasso, o Amarone come ora, si produceva Valpolicella Classico, un vino comune, vino sfuso venduto in damigiana, nel nostro caso soprattutto nella città di Verona). Mio nonno Stefano proseguì il lavoro iniziato da Gaetano fino al 1984 circa, quando il figlio Tiziano iniziò a produrre vino di qualità e lo indirizzò nei mercati del Nord Europa. La svolta vera e propria è stata negli anni 2000, quando vennero acquistati i vigneti a Cavalo (Fumane , VR) sui quali oggi sorge l’azienda. È stata una vera scommessa, poiché in quegli anni nessuno credeva che fosse possibile coltivare le varietà autoctone della Valpolicella, in un territorio a 550 metri di altitudine, a causa di un clima leggermente più freddo di adesso. L’azienda, inaugurata nel 2011, oggi è composta da circa 25 ettari vitati, la maggior parte situati in zona montana, fattore che ci conferisce unicità sia dal punto di vista del suolo che del clima.

Che vini producete?
La produzione si basa sui vini rossi classici della Valpolicella: Classico, Classico Superiore, Ripasso, Amarone Classico, Recioto Classico, e poi si estende su gli IGT freschi, quindi “Tempus” e un IGT ottenuto da uva appassita che è il “Paxxo”. L’intenzione nel produrre questi vini è quella di fare un blend che sposi i vantaggi delle varietà autoctone, molto delicate e dagli eccellenti profumi, che ricordano il frutto maturo, con la complessità e la morbidezza al palato delle varietà internazionali. Nel Tempus utilizziamo infatti il 90% di vitigni autoctoni Corvina, e un 10% di Merlot; mentre nel Paxxo utiliziamo il 70% di Corvina e Rondinella ed il restante 30% di Cabernet Sauvignon e Merlot in parti uguali.

Quale vino vi rappresenta maggiormente?
Il vino che più ci identifica a livello mondiale è il Ripasso Acinatico, è quello per cui siamo più noti, ma quello che invece rappresenta più il cuore dell’azienda è il Paxxo, ossia quello che rappresenta maggiormente la nostra impronta enologica.

Qual è la filosofia dell’azienda?
La nostra filosofia è “produrre vini in alta Valpolicella”, ci consideriamo infatti un’azienda di montagna, ed è questa la nostra unicità che ci distingue dal resto delle circa 300 aziende presenti in Valpolicella. Inoltre, parte della nostra filosofia si concretizza nella produzione biologica, con un occhio attento per l’eco sostenibilità intesa come vigneto biologico, ma anche come sostenibilità energetica.

In quali mercati siete più presenti e qual è la percentuale di export?
La percentuale di export è sopra il 90%, i mercati di maggior interesse sono quelli del Nord Europa in generale, ma se dovessi fare una classifica direi Svizzera, Olanda, Norvegia e Danimarca. Poi siamo presenti in Russia, Germania, Usa, Canada, Cina, Giappone, Australia, Svezia e Vietnam.

Qual è la sfida più grande per voi?
La sfida è quella di farci conoscere a livello mondiale come un’azienda di montagna della Valpolicella, come produttori di vini di alta qualità. Vorremo far capire ai consumatori che siamo l'unica azienda a produrre vini di montagna, di qualità, in una zona tanto nota come la Valpolicella.. L’unicità del nostro territorio, e la produzione che esso ci regala sono i nostri punti di forza, ed il nostro obiettivo è renderlo chiaro a tutti. 






Accordini Stefano

www.accordinistefano.it 
Noemi Mengo

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venerdi 11 gennaio

Gotto D’Oro: il Lazio che rivendica la qualità in Italia e all'estero

La storica cantina sociale dei Castelli romani vuole andare oltre i preconcetti, per affermare la bontà e le potenzialità delle sue produzioni


Gotto D’Oro: il Lazio che rivendica la qualità in Italia e all'estero

Luigi Caporicci - Presidente di Gotto D'Oro


Per troppo tempo e troppo spesso il vino della regione Lazio è stato associato ad un vino di scarsa qualità, vino da tavola e non da grandi occasioni.
“L’obiettivo è invertire questa tendenza e far scoprire ai wine lovers di tutto il mondo che le denominazioni laziali sono denominazioni di qualità, e possiamo farlo solo investendo in una migliore comunicazione”. Ce lo ha spiegato
Luigi Caporicci, presidente di Gotto D’Oro, che in questa intervista ci ha raccontato l’azienda, la sua storia e l’obiettivo di elevare e rendere merito alla sua attività, una produzione di qualità, quella romana, che necessita di essere conosciuta, sfatando i falsi miti che la circondano.

Come è nata l’azienda?
Nasce dall’unione sapiente degli agricoltori di Marino, in provincia di Roma, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, un momento storico in cui collocare il vino nella vicina Capitale era difficile a causa della forte crisi. Questi produttori decisero di unire le forze per cercare di allargare i propri orizzonti e provare a portare il vino dei Castelli Romani al di fuori dei confini, in tutta Italia e nel mondo. Così nacque l’azienda, nel 1945, composta da circa 40 agricoltori unitisi in cooperativa prendendo in gestione l’ex monopolio di Ciampino, andato distrutto durante la guerra, e rimesso in piedi per stabilire la sede della cantina.
Tra gli obiettivi dell’unione, quello di svincolarsi dai commercianti di zona che spesso dettavano regole scomode e andare oltre, portare i vini soprattutto nelle regioni del nord, quelle che ancora oggi per l’azienda sono strategiche: Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna.

Che vini producete?
Sono tutti quelli dei castelli romani: Doc Frascati, Doc Marino, Doc Castelli Romani, Doc Roma e IGT Lazio. I nostri vigneti si estendono da Frascati fino a Coli e raccogliamo uve da circa 1400 ettari di vigneti: un grande polmone verde intorno alla Capitale, dove i nostri produttori coltivano le uve che verranno conferite.

Qual è il vino che maggiormente rappresenta la vostra realtà?
Sicuramente il vino per cui siamo conosciuti maggiormente è il Marino, tanto è vero che fino agli anni ’80 eravamo conosciuti più come “La Marino”, piuttosto che “Gotto D’Oro”. Però quell’identificativo, Marino, lo dobbiamo ringraziare, è per via della sua fama che siamo riusciti in pochi anni ad esportare negli USA fino a 2 milioni di galloni da 2 litri di Marino. Possiamo sicuramente considerarlo il nostro cavallo di battaglia, un vino a cui siamo legati e che ci ha resi orgogliosi di diversi riconoscimenti, fra cui quello di Luca Maroni per l’ottimo rapporto qualità/prezzo.

Come descriverebbe l’azienda e la vostra filosofia?
Noi siamo una filiera corta, che consente al produttore di vedere le sue uve raccolte, trasformate, vinificate e consegnate in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia.
Questa modalità ci ha permesso di far conoscere il nostro territorio e dare ai nostri agricoltori la certezza di poter conferire le uve senza sottostare alle leggi di mercato. Ci piace definirci “la certezza del contadino”.

In che mercati siete più presenti, e qual è la percentuale di export?
La percentuale di export attualmente è bassa, perché noi negli anni passati abbiamo puntato sull’Italia e non abbiamo curato molto l’export. La percentuale si aggira attorno al 7-8%. Però siamo presenti da sempre con continuità in Canada, in Germania, Inghilterra e negli USA, dove stiamo cercando di allargare il mercato, e in Cina, mercato interessante ma che ci dà alcune difficoltà.

Qual è attualmente la sfida più grande per voi, soprattutto all’estero?

La sfida maggiore è sfatare una leggenda che si è creata in questi anni, ovvero che il Lazio non sia una regione di grandi vini, che i Castelli Romani non ne producano di alta qualità e che le cantine sociali siano invece legate a vini di bassa qualità. Il nostro obiettivo è quello di andare oltre a questi preconcetti, dimostrando che i vini laziali hanno ottime carte da giocare, e che i nostri vini partono dal produttore e arrivano al consumatore, sono prodotti tracciabili, la cui qualità deve essere resa chiara. Certo, si tratta di uno sforzo grande, ma vogliamo vincere questo modo di pensare, in Italia e all'estero. 


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