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venerdi 22 giugno

Mondo del Vino: una realtà, tanti territori

Intervista a Marco Martini, CEO di Mondodelvino SpA, una delle realtà più interessanti ed innovative del panorama vitivinicolo italiano.


Mondo del Vino: una realtà, tanti territori

Marco Martini


Qual è la via giusta per entrare nei mercati esteri, promuovendo il vino italiano in tutte le sue sfaccettature? Lo abbiamo chiesto a Marco Martini, presidente del Consiglio di Gestione del Gruppo vitivinicolo “Mondodelvino SpA”, la diciassettesima realtà vinicola italiana per fatturato nel 2017.

Mondodelvino è una realtà composita, può spiegarmi di cosa si tratta?

Mondodelvino è una società a capitale famigliare, che raccoglie sotto di sé alcune realtà produttive vitivinicole situate in alcuni dei principali territori vinicoli italiani. In Piemonte si trovano MGM, che ha sede in Priocca, in provincia di Cuneo, ed è il centro di produzione più grande, e Cuvage S.r.l. ad Acqui Terme, uno spumantificio, che produce solo bollicine, prettamente del territorio piemontese.
L’azienda agricola in Romagna è Poderi Dal Nespoli, dove produciamo vini tipici del territorio romagnolo, che pensiamo possano trovare buoni e crescenti riconoscimenti nei mercati internazionali, mentre in Sicilia, infine, abbiamo Barone Montalto, che è la nostra cantina di vinificazione per i vini siciliani di più alto profilo.

Che fatturato movimenta la holding all’anno e che percentuale di export?
Il gruppo ha consolidato nel 2017 un fatturato pari a 107 milioni di euro, per questo è la realtà numero 17 in Italia in termine di fatturato nel 2017.
Sul fronte dell’export facciamo circa l’85% del fatturato all’estero ed esportiamo in una sessantina di paesi. I principali sono Inghilterra, Germania, Olanda, Russia (sta crescendo molto bene, qui abbiamo anche una società di importazione controllata, quindi gestiamo direttamente la distribuzione dei nostri prodotti in Russia), Stati Uniti, tutta l’area della Scandinavia, il Canada, dove siamo il quarto fornitore per i monopoli canadesi in termini di volumi dall’Italia. Ma anche Svizzera, Brasile, Cina e Giappone.

Come nasce questa realtà così composita?
Tutto è partito da MGM, il cui nome deriva dalle iniziali dei cognomi dei tre soci fondatori: Martini Alfeo, mio padre, Gabb Roger e Mack Christoph. Un italiano, un inglese e un tedesco, buffo, come nelle più classiche barzellette. MGM nasce nel 1991 come struttura presente in Italia per la ricerca e la commercializzazione di vini italiani nei mercati principalmente inglese e tedesco, poi nel corso del tempo la società si è sempre più avvicinata alla produzione, affinamento ed imbottigliamento per rispondere in maniera sempre più efficace, moderna e innovativa alle richieste del mercato.

Quali sono le tappe fondamentali?
Dal 1991 fino al 2000 MGM ha svolto attività di “Wine Tailor Making” presso altre strutture produttive, fino a che, dati i volumi e data l’esigenza di tutela delle qualità che si intendeva ottenere, si è deciso di acquistare la cantina in Piemonte nel 2000. Sempre nello stesso anno è nata anche Barone Montalto, perché abbiamo valutato positivamente un marchio di qualità per i vini siciliani e si è deciso di creare un’azienda, ma soprattutto una filiera produttiva, capace di creare vini siciliani di qualità da poter presentare ai mercati, sia nazionale che internazionale.
L’entrata come maggioranza nella compagine societaria della Poderi Dal Nespoli in Romagna nel 2009 ha una duplice motivazione: la prima è la convinzione che i vini della Romagna hanno potenzialità di sviluppo molto elevate ed il livello qualitativo dei prodotti che si può ottenere attraverso attente vinificazioni è sicuramente alto; la seconda è che il gruppo ha origine in Romagna e quindi volevamo sviluppare una nuova avventura anche nel nostro territorio.
Il gruppo ha effettuato investimenti strutturali importanti che hanno reso la Poderi Dal Nespoli una cantina molto bella, costruita con criteri innovativi e a basso impatto ambientale. Nel 2011 infine, nasce lo spumantificio Cuvage ad Acqui Terme per rispondere adeguatamente all’evoluzione della domanda di spumanti nei vari mercati.

Quali sono i valori che guidano la vostra scelta produttiva e gestionale?
L’azienda è relativamente giovane per il panorama vitivinicolo italiano e come tale si muove, caratterizzata da entusiasmo, ricerca ed innovazione produttiva per creare nuovi stili di vino piacevoli e apprezzati dai mercati. Sicuramente la filosofia che ci caratterizza è legata alla sostenibilità ambientale e sociale. Tra le tante certificazioni ottenute siamo molto orgogliosi della SA8000, la certificazione etica, quindi legata alla valorizzazione delle risorse umane. Inoltre stiamo implementando in azienda il sistema LCA “Life Cicle Assessment”, che è una valutazione basata su criteri oggettivi dell’impatto ambientale dei nostri prodotti.

Da esperto di commercio del vino italiano nel mondo, cosa manca secondo Lei oggi ai vini italiani per riuscire ad affermarsi?
C’è stata una crescita dell’export negli ultimi 10 anni con numeri ragguardevoli. Cosa manca? Direi un approccio di comunicazione di sistema, una struttura super partes che faccia un po’ quello che già si fa in Francia, che vada nei mercati a comunicare in maniera semplice, positiva e trasparente i vini italiani. Questo potrebbe rendere più chiara ed efficace la comunicazione del vino italiano nei mercati internazionali, soprattutto quelli più lontani.
Alle aziende spetta comunicare bene il proprio marchio, ma se prima venisse fatto un lavoro di costruzione dell’identità del vino italiano, ciò sarebbe ottimale. Qualcosa di più strutturato, ad ogni modo, inizia a farsi vedere, in particolare in Cina.
Mondo del Vino: una realtà, tanti territori
Agnese Ceschi

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monday 18 june

Tommasi: a history of family values and resourcefulness

Interview with Pierangelo Tommasi, executive director of Tommasi Family Estates


Tommasi: a history of family values and resourcefulness
This is a story of courage and resourcefulness, qualities that have always distinguished all the members of the Tommasi family, generation after generation since 1902, when Giacomo began the saga of a business which has made wine (and not only) as an opportunity for exploration and research, over the border of the territory of origin, Valpolicella.
Today the surname Tommasi remains at the top of a pyramid of estates scattered around Italy, and gives the name to a project "Tommasi Family Estates", which has the ambition to bring Italian wine in the world.
We interviewed
Pierangelo Tommasi, executive director of the Verona-based company.

When did the Tommasi family start producing wine?
Officially in 1902 with my great-grandfather Giacomo Tommasi, who at the time was a typical land holder for a noble family, cultivating vineyards, as well as fruit and olive crops. The family was numerous and so he though that starting up on his own was the right way to give the children some activities to do. So he negotiated the purchase of a good part of the land in sharecropping, about 5 hectares, those that today are located exactly behind the winery.

How did you start producing wine?
He already produced wine for the owners of the land. So when the land became of his property, he, with a great foresight, began to produce wine by his name. At the same time he also bought two taverns and arranged all the children in family activities.
The two sons who continued the wine business (my grandfather Angelo, and his brother Alfonso) contributed in an important way between 1902 and the second post-war period to boost activity. Then we get to the third generation, that of my dad and my uncles (four brothers in total) those who actually ridden from the post-war period until the mid-nineties, enlarged the company, acquired other vineyards, also including Veronese white wines as well as Valpolicella red wines.

Which was the year of the turning point?
Definitely 1959, the year in which Tommasi produced the first vintage of Amarone. At the time Amarone was not considered the main wine of Valpolicella, which instead was the Recioto. It was an act of trust and courage to produce it, but finally in the early nineties it received the attention it deserved.

Another date marked an important step in your family and business history ...
Yes, 1997, the year in which the fourth generation enters the company, the one formed by me and my cousins. We enter the field guaranteeing commitment and dedication and human strength, also guided by a spirit of initiative, pride and courage.
We decide to undertake this journey even outside the Veneto, without forgetting Verona and its province.

And where did you go?

We have always had the dream of going to Tuscany, considering it one of the most significant regions outside of Veneto. We wanted to get to Montalcino but, initially, we did not have the financial strength and perhaps not even the courage to try that way, having never found the ideal farm to crown the dream; buti t happened a few years later with the amazing Podere Casisano. Keeping the dream firmly in mind, however, we took another opportunity to do something in Maremma, arriving in Pitigliano, where we bought a land with vineyards and in a few years we launched our "Poggio al tufo".
With that purchase, unofficially started a project, which years later we called "Tommasi Family Estates", our brand.

In 1997 few people started to diversify. Why did you choose Tuscany?

We thought it was the most interesting wine region. From that project started in Maremma, which today includes 170 hectares of vineyards, we managed to get to Montalcino a few years later with more experience and courage. And for the rest, you know, the appetite comes with eating. In fact, from 2012 to 2016 we lined up almost four companies with great planning. About Tuscany, we were guided from the heart, from our dream, in the other cases all was the result of a clear planning. The first company was acquired in Puglia: Masseria Surani, in Manduria, in the heart of the primitive, was an estate already implanted for at least 10 years.
Then we returned to the North in the Oltre Po of Pavia: we were involved in acquiring the vineyards and the winery of the Caseo estate: 120 hectares of property, of which 90 hectares of vineyards.
In March 2015 we finally managed to land in Montalcino. For us Casisano was the successful completion of a dream, making Brunello was very important for us and we reinvented ourselves, a demonstration of the fact that it is not enough to have a good name behind it.
Finally we returned to the south, in Basilicata, entering into partnership with an historic company, the forefather of the wines of that region: Paternoster. The original company was the first true family winery in the area to look at the future, wanting to make quality wines in Basilicata. We have chosen to enter into partnerships to bring up the name of the Aglianico del Vulture.

If a foreign wine lover today ask you to tell him who Tommasi is in a few words, what do you say?
Tommasi is, above all, a family at the head of a company. It does not mean family business, it is a different concept. Ours is an entrepreneurial mindset, guided by the solid foundations of a family. These values ​​want to give a sign of stability, security, continuity and foresight.

When do you started to export abroad?
Since 1971, the year in which we began to export to the United States, for the idea of ​​my uncle Dario with an open mind and great initiative, who wanted to pursue the American dream. After Germany came Germany, then Switzerland and Canada, the most historical and strongest markets for us, to which all the Scandinavian countries were added since the mid-1990s.

What percentage of your production do you export?
Today we make about 90% of exports. 90% of exports are important, but we must calculate that the remaining 10% is concentrated in the Italian market, while 90% is distributed in about 70 markets. We have never neglected Italy, even if we have gone abroad, we believe that to be ambassadors in the world, we need to be strong at home.

How do you promote all your companies, diversifying but still keeping the Tommasi Family Estates brand?
We have coined a communication project called "Trilogia di Emozioni": Amarone, Brunello and Aglianico. We consider it an ambitious project, because it seems easy to say, but being able to make people understand who we are in the world is much more difficult than it seems. The trilogy of emotions has become our modus operandi, we need to make everyone understand who is Tommasi Family Estates. It is natural that abroad know us more about Amarone, but we must also make sure that other companies have a prosperous future, so we invest in the individual brands of companies, but remembering the stamp and our signature, as a guarantee sign.
Tommasi: a history of family values and resourcefulness


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venerdi 08 giugno

Tenuta Montemagno, wine e hospitality nel cuore del Monferrato

Intervista a Tiziano Barea, Presidente e Ceo di Tenuta Montemagno, Relais & Wine


Tenuta Montemagno, wine e hospitality nel cuore del Monferrato

Tiziano Barea - Ceo Tenuta Montemagno


Un angolo di paradiso nel cuore del Monferrato, un gioiellino incontaminato, racchiuso tra quattro comuni, Montemagno, Viarigi, Altavilla, e Casorzo, e due province Asti e Alessandria. Un ecosistema unico, una grande ricchezza territoriale e una varietà produttiva senza eguali. Questo è l'azienda vinicola Montemagno, circa 100 ettari, di cui 20 vitati, per una produzione di circa 150 mila bottiglie. Le potenzialità produttive, sempre nel rispetto di una qualità estrema, permette di raggiungere un massimo le 200 mila bottiglie. Il territorio è unico, per varietà e microclima, ed è diventato patrimonio dell'Unesco, per il suo essere incontaminato, con una grande potenzialità di crescita anche turistica. È proprio per questo che l'azienda Montemagno ha creato un'area ricettiva di altissimo livello, una dimora storica con 17 camere, in un casale del 1563 e con una torre napoleonica del 1815, un luogo di pace dove l'ospite può essere coccolato anche dal punto di vista della gastronomia, grazie ad un ristorante dedicato, con una cucina tipica del Monferrato, ma molto curata e alleggerita nelle preparazioni, con menu degustazione e abbinamento dei vini.

A guidare questo gioiello unico nel suo genere, che fa della qualità e del rispetto dell'ambiente, ma anche del cliente, un fattore imprescindibile, c'è Tiziano Barea, presidente e ceo di Tenuta Montemagno, Relais & Wine.


Si parla tanto di autoctoni e territorio, cosa caratterizza la produzione della vostra cantina?

Innanzitutto la ricerca di nuove emozioni, uniche, non riproducibili, una ricerca che ha nella valorizzazione dei vitigni autoctoni il suo motivo di successo. Come nella ricerca di un ristorante nuovo o di uno chef si cercano emozioni uniche, così anche nei vini e negli autoctoni in particolare, si cerca questa meraviglia.

E questa unicità l'avete riscontrata anche a Vinitaly? Proviamo a tracciare un bilancio della manifestazione che si è appena conclusa?

L'edizione 2018 è stata di successo, nei numeri e nella partecipazione di qualità, mai così intensa per noi. Abbiamo notato un crescente interesse per i vini italiani che rappresentano la più grande biodiversità al mondo ed è quello su cui dobbiamo puntare, quindi non vini internazionali che tutti possono produrre meglio di noi, ma autoctoni che sappiano regalare una emozione unica, legata al territorio. Questo non trova paragoni e confronti al mondo. Anche sul piano della partecipazione Vinitaly 2018 ha dato segnali incoraggianti. Se negli anni passati avevamo notato un calo di stranieri, quest'anno c'è stato un ritorno importante di addetti ai lavori esteri, interessati alla produzione italiana. Per quello che ci riguarda abbiamo notato una grande attenzione per i vini autoctoni. In Piemonte c'è una prevalenza di barbera, noi produciamo anche timorasso e ruchè di castagnole Monferrato, un rosso unico nel suo genere che è stato riscoperto e desta tanto interesse. Anche con il timorasso abbiamo riscontrato notevoli soddisfazioni, si tratta di un vitigno di grande complessità e mineralità, con una potenza incredibile e nessuna paura del tempo che passa, senza termini di paragone con i vitigni internazionali. Anche con la Malvasia di Casorzo abbiamo ottimi riscontri dal mercato, anche in questo caso un vitigno estremo e unico nel suo genere.
E ora veniamo all'attenzione per l'ambiente e la salute del cliente finale.
Per noi l'attenzione al consumatore è fondamentale, alla sua salute in particolare, oltre che alla sua soddisfazione, per cui riduciamo al massimo la concentrazione di solfiti e conservanti. Questo grazie a lavorazioni estremamente curate e pulite e ad una raccolta manuale in cassette, per il mantenimento dell'integrità dell'uva, che ci permette di produrre con basso contenuto di solfiti.

Circa la metà dei valori rispetto alla legislazione per i vini biologici.
Un aspetto questo apprezzato da mercati?

Assolutamente sì. Noi vendiamo una quota importante del vino direttamente in cantina, agli appassionati che vengono a trovarci, poi una quota attraverso la nostra rete distributiva nazionale e infine una quota di circa il 35% se ne va all'estero principalmente il nord Europa, Stati Uniti e California in particolare. Tra i mercati emergenti per la nostra realtà abbiamo iniziato a penetrare Giappone ed Hong Kong.


Nuovi progetti per il 2018?


Il nostro obiettivo a breve termine è promuovere il brand tenuta Montemagno, anche attraverso il lavoro prezioso di brand ambassador che facciano apprezzare le qualità uniche dei nostri vini, sia dal punto di vista della varietà, che del livello di eccellenza raggiunto. Un lavoro che, ne siamo convinti, ci darà ottime soddisfazioni.


www.tenutamontemagno.it

Tenuta Montemagno, wine e hospitality nel cuore del Monferrato

Tenute nel periodo estivo


Alberto Tonello

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lunedi 04 giugno

Tommasi: una storia di valori famigliari e intraprendenza

L’intervista a Pierangelo Tommasi, direttore esecutivo di Tommasi Family Estates


Tommasi: una storia di valori famigliari e intraprendenza

La famiglia Tommasi


Questa è una storia di coraggio ed intraprendenza. Quella che ha da sempre contraddistinto i membri della famiglia Tommasi, generazione dopo generazione fin dal lontano 1902, quando Giacomo diede inizio alla saga di un’attività imprenditoriale che ha fatto del vino (e non solo) un’occasione di esplorazione e ricerca, oltre il confine del territorio di origine, la Valpolicella.
Oggi il cognome Tommasi rimane al vertice di una piramide di tenute sparse in giro per l’Italia, e dà il nome ad un progetto
“Tommasi Family Estates”, che ha l’ambizione di portare il vino italiano nel mondo.
Abbiamo intervistato Pierangelo Tommasi, direttore esecutivo dell’azienda veronese.

Quando ha iniziato la famiglia Tommasi a produrre vino?
Ufficialmente nel 1902 con il mio bisnonno Giacomo Tommasi, che al tempo svolgeva attività di tipico mezzadro per conto di una famiglia nobile, coltivando vigne, oltre alle colture di frutta e olivo. La famiglia era numerosa e così penso che mettersi in proprio fosse la strada giusta per dare ai figli delle attività da svolgere. Così negoziò l’acquisto di una buona parte dei terreni in mezzadria, circa 5 ettari, quelli che oggi si trovano esattamente dietro la cantina.

Come ha iniziato a produrre il vino?
Lui produceva già vino per conto dei proprietari del terreno. Così quando i terreni divennero suoi, lui, che aveva una grande lungimiranza, iniziò a produrre vino a suo nome. Nel contempo acquistò anche due osterie e sistemò tutti i figli nelle attività di famiglia.
I due figli che hanno proseguito l’attività del vino (mio nonno Angelo, e il fratello Alfonso) hanno contribuito in maniera importante tra il 1902 e il secondo dopoguerra a dare impulso all’attività. Si arriva poi alla terza generazione, quella di mio papà e dei miei zii (quattro fratelli in totale) quelli che effettivamente dal secondo dopoguerra fino a metà degli anni Novanta hanno cavalcato a cento all’ora, ampliato l’azienda, acquisito altri vigneti, includendo anche i vini bianchi veronesi oltre ai vini rossi della Valpolicella.

Qual è stato l’anno della svolta?
Sicuramente il 1959, anno in cui Tommasi ha prodotto la prima annata di Amarone. All’epoca l’Amarone non era considerato il vino principe della Valpolicella, che invece era il Recioto. È stato un atto di fiducia e coraggio produrlo, ma finalmente poi nei primi anni Novanta ha ricevuto l’attenzione che meritava.

Un’altra data ha segnato un importante passaggio nella vostra storia familiare ed aziendale…
Sì, il 1997, anno in cui entra in azienda la quarta generazione, quella formata da me e dai miei cugini. Noi entriamo in campo garantendo l’impegno e la dedizione e la forza umana, guidati anche da uno spirito di iniziativa, orgoglio e coraggio.
Decidiamo di intraprendere questo percorso anche fuori dal Veneto, senza dimenticare Verona e provincia.

E dove siete andati?

Noi abbiamo sempre avuto il sogno di andare in Toscana, ritenendola una fra le regioni più significative al di fuori del Veneto. Volevamo arrivare a Montalcino ma, inizialmente, non avevamo la forza finanziaria e forse nemmeno il coraggio di tentare quella strada, non avendo comunque trovato il podere ideale per coronare il sogno; cosa successa invece alcuni anni dopo con lo splendido Podere Casisano. Tenendo ben saldo il sogno, abbiamo però colto un’altra opportunità, ovvero quella di fare qualcosa in Maremma, arrivando a Pitigliano, dove abbiamo acquistato dei terreni con vigneti e nel giro di pochi anni abbiamo lanciato il nostro “Poggio al tufo”.
Con quell’acquisto è partito ufficiosamente il progetto che anni dopo è stato definito “Tommasi Family Estates”, il nostro marchio.

Nel 1997 erano in pochi ad aver iniziato a diversificare. Perché avete scelto proprio la Toscana?
La ritenevamo la regione vinicola più interessante. Da quel progetto partito in Maremma, che oggi comprende 170 ettari di vigne, siamo riusciti ad arrivare a Montalcino qualche anno più tardi con maggiore esperienza e coraggio. E per il resto, si sa, l’appetito vien mangiando. Infatti, dal 2012 al 2016 abbiamo messo in fila praticamente quattro aziende con grande progettualità. Se per la Toscana, siamo stati guidati maggiormente dal cuore, dal nostro sogno, il resto è stato frutto di una chiara programmazione. La prima azienda è stata acquisita in Puglia: Masseria Surani, a Manduria, nel cuore del primitivo, era una tenuta già impiantata da almeno 10 anni.
Poi siamo tornati al Nord nell’Oltre Po pavese: siamo stati coinvolti ad acquisire i vigneti e la cantina della tenuta Caseo: 120 ettari di proprietà, di cui 90 ettari vitati.
Nel marzo 2015 siamo riusciti finalmente ad approdare a Montalcino. Per noi Casisano è stato il coronamento di un sogno, fare Brunello per noi è stato importantissimo e ci siamo reinventati, dimostrazione del fatto che non basta avere un buon nome alle spalle.
Infine siamo tornati al sud, in Basilicata, entrando in partnership in un’azienda storica, capostipite dei vini di quella regione: Paternoster. L’azienda originaria è stata la prima vera azienda vitivinicola familiare della zona a guardare al futuro, volendo fare vini di qualità in Basilicata. Abbiamo scelto di entrare in partnership per portare in alto il nome dell’Aglianico del Vulture.

Se un wine lover straniero oggi Le chiedesse di dirgli chi è Tommasi in poche parole…
Tommasi è, innanzitutto, una famiglia a capo di un’azienda. Non vuol dire azienda familiare, è un concetto diverso. La nostra è una mentalità imprenditoriale, guidata dalle solide basi di una famiglia. Questi valori vogliono dare un segno di stabilità, sicurezza, continuità e lungimiranza.

Da che anno esportate all’estero?
Dal 1971, l’anno in cui abbiamo iniziato ad esportare negli Stati Uniti, per idea di mio zio Dario dalla mentalità aperta e la grande intraprendenza, che ha voluto inseguire il sogno americano. Dopo gli USA è arrivata la Germania, poi la Svizzera e il Canada, i mercati più storici e più forti per noi, ai quali si sono poi aggiunti tutti i paesi scandinavi, da metà anni Novanta.

Che percentuale fate di export?
Oggi facciamo circa il 90% di export. Il 90% di export suona importante, ma bisogna calcolare che il restante 10% si concentra nel mercato Italiano, mentre il 90% è distribuito circa in 70 mercati. Non abbiamo mai trascurato l’Italia, anche se siamo andati all’estero, riteniamo che per essere ambasciatori nel mondo, bisogna essere prima forti in casa propria.

Come fate a promuovere tutte le vostre aziende, diversificando ma sempre mantenendo il marchio Tommasi Family Estates?
Abbiamo coniato un progetto di comunicazione chiamato “Trilogia di Emozioni”: Amarone, Brunello e Aglianico. Lo riteniamo un progetto ambizioso, poiché sembra facile a dirsi, ma riuscire a far capire chi siamo nel mondo è molto più difficile di quanto sembri. La trilogia di emozioni è diventato il nostro modus operandi, ci serve a far capire a tutti chi è Tommasi Family Estates. È naturale che all’estero ci conoscano maggiormente per l’Amarone, ma dobbiamo fare in modo che anche le altre aziende abbiano un futuro prospero, quindi investiamo nei singoli marchi delle aziende, ricordando però che il timbro e la firma la nostra, come segno di garanzia.

Tommasi: una storia di valori famigliari e intraprendenza

Un vigneto di Podere Casisano a Montalcino


Agnese Ceschi

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giovedi 24 maggio

Cantine Volpi, la storica realtà piemontese pioniera nella produzione del biologico

Un’azienda più che centenaria, che vuole valorizzare i Colli Tortonesi per farli conoscere al mondo intero.


Cantine Volpi, la storica realtà piemontese pioniera nella produzione del biologico

Carlo Volpi - titolare di Cantine Volpi


Un'azienda in equilibrio tra sensibilità verso le richieste dei mercati e ricerca di prodotti biologici. Una scelta pionieristica, quella del biologico per Cantine Volpi, nata nel 1914 a Tortona, venuta al mondo tramite l’acquisizione di una vecchia osteria del centro da parte della famiglia Volpi, tutt'oggi proprietaria. Dal calice alla botte alla bottiglia. Il percorso evolutivo dell’azienda segna un punto di svolta con la costruzione nel 1957 della Cantina di Viguzzolo dedicata alla vinificazione delle uve dei Colli Tortonesi, a cui fa seguito nel 1962 la costruzione della più moderna cantina di Tortona, ed infine l’acquisizione nel 2003 della cascina La Zerba di Volpedo, che rappresenta per Carlo Volpi, titolare dell’azienda, il coronamento del sogno del padre.
In questo arco temporale si riconduce alla fine degli anni ’90 la scelta che cambierà il destino dell’azienda, con una mossa che si rivelerà pionieristica ma molto strategica. Il vino biologico era ancora una piccola nicchia allora, ma Carlo Volpi, con grande spirito di iniziativa, decide di soddisfare un cliente inglese che richiedeva una selezione dei migliori vini italiani prodotti da uve biologiche. Nacque una fortunata linea, la prima sperimentale di vini biologici. Venne presentata ufficialmente nel 2000 al Millésime Bio a Montpellier, la più importante fiera dei vini bio, dove ottenne consensi, apprezzamenti e ordinativi dai mercati internazionali. Si diede quindi l’avvio alla gamma di Vini Biologici di Cantine Volpi, creando l’etichetta ERA, dal nome greco della Dea della Natura, Diana.
Fu una scelta intelligente ed avanguardistica, tanto che attualmente la linea Bio costituisce una buona fetta di produzione dell’azienda, precisamente il 70%.

Un altro fattore merita di essere sottolineato, Cantine Volpi estende i propri vini in ben 35 paesi nel mondo, distribuiti in tutti e cinque e i continenti, con una percentuale di export del 90%. Il successo è dettato da una sola variabile: “l’impegno costante nella produzione di vini di qualità, sviluppando progetti ad hoc per i clienti e fornendo soluzioni specifiche che soddisfino le esigenze di ogni singolo mercato” è quanto afferma il titolare Carlo Volpi. “La nostra è una sorta di dimensione sartoriale del produrre vino, inoltre curiamo molto la selezione dei nostri partner di riferimento, importatori, distributori, e-shop e altro ancora” conclude.


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