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venerdi 23 febbraio 2018 logo winemeridian.com
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A Vinitaly l’Italia che esporta e che va in “bianco”

Una bella atmosfera di ottimismo ha fatto da cornice ai primi due giorni di Vinitaly con in primo piano lo studio di Ismea che ha evidenziato una crescita del 10% del nostro export nel prossimo triennio. Una giornata poi all’insegna, in particolare, dei vini bianchi che stanno riscoprendo un nuovo straordinario Rinascimento


A Vinitaly l’Italia che esporta e che va in “bianco”
Il secondo giorno di Vinitaly è stato caratterizzato, oltre che dal consueto e ormai previsto bagno di folla, anche da due importanti notizie. La prima deriva dall’interessante studio di Ismea “Outlook Vino 2020” che evidenzia una crescita del 10% del nostro export vitienologico prevista nel prossimo triennio. Una crescita molto incoraggiante che si inserisce in un panorama degli scambi commerciali mondiali del vino che nel periodo 2010-2016 è cresciuto di ben il 37% in valore e del 33% in volume.
Ma le buone notizie emerse dallo studio di Ismea non “finiscono” qui, infatti, le previsioni parlano anche di un ulteriore incremento dei consumi a livello mondiale di circa il 4%, in particolare ancora grazie agli Usa (+5,7%) e alla “faccia” di chi continua a parlare di mercato americano saturo. Sul fronte export secondo Ismea saremo noi italiani i più performanti con un +10%, seguiti dalla Francia con un aumento di poco superiore al 6%, Cile (+6,1%), Usa (+4,3%) e Spagna (+3,6%).
E’ vero, continuiamo ad esportare ad un valore medio più basso rispetto alla Francia ma stiamo migliorando decisamente considerando che siamo cresciuti del 20% nel biennio 2014-2016 rispetto al 2011-2013, contro il +9% del nostro principale competitor.
Forse la notizia meno positiva di questa seconda giornata di Vinitaly è stata l’assenza del Ministro delle politiche agricole Maurizio Martina che ha disertato il seminario organizzato da Unione Italiana Vini e che ha visto riunita tutta la Filiera vitivinicola italiana per analizzare l’attuale scenario di mercato e le principali problematiche del settore.
Peccato l’assenza del ministro anche perché uno dei temi centrali è stato proprio l’export e la necessità di dare finalmente certezze sul fronte dell’utilizzo dei fondi ocm vino per la promozione nei Paesi terzi.
A questo riguardo molto chiara la posizione di Antonio Rallo, presidente di Unione Italiana Vini che ha dichiarato:“Sull’export vinicolo italiano dobbiamo avere il coraggio della verità Dopo alcuni anni di crescita, nel 2016 perdiamo colpi sui mercati internazionali dove i vini fermi in bottiglia calano del 4,5% in volumi e dello 0,7% in valore. Il fenomeno Prosecco, grazie al quale il saldo dell’export lo scorso anno è salito del 4,3% (5,6 miliardi di euro), va sostenuto con ogni mezzo, ma non possiamo affidarci solo a questo prodotto per migliorare le nostre performance. Gli asset su cui ci giochiamo il futuro dell’export vinicolo italiano sono tre: strategie di sistema con Ice per orientare con efficacia le azioni di promozione e comunicazione sui mercati; recupero della capacità di spesa dei fondi ocm promozione; spinta della UE verso gli accordi di libero scambio”.
Infine, due importanti notizie dal fronte dei vini bianchi italiani che stanno conoscendo un nuovo importante Rinascimento.
A partire dal Pinot Grigio, che come ha ricordato il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nel Triveneto rappresenta un vigneto (oggi inserito nella nuova doc), di 24.000 ettari con un potenziale produttivo di quasi 2 milioni di ettolitri e 260 milioni di bottiglie.
“A partire dalla vendemmia 2017 - ha spiegato Zaia - le uve Pinot grigio raccolte in Veneto, Friuli e Trentino potranno essere quindi commercializzare unicamente con questa denominazione di origine controllata "delle Venezie. Di fatto il Veneto diverrà il più importante bacino mondiale di Pinot grigio, un vino che per il 95 % viene esportato all'estero”.
Molto interessante, infine, sempre sul versante vini bianchi italiani, la ricerca presentata dall’Istituto marchiagiano di tutela vini (Imt) e realizzata da Nomisma Wine Monitor.
L’indagine rileva tutta la varietà del vigneto Italia in un solo dato. I 10 vitigni principali del Paese valgono il 40% dell’intera produzione italiana, pochissimo rispetto al resto del mondo. In Francia la top 10 rappresenta il 72%, in Spagna il 75,5%, negli Usa l’81,5%, in Australia l’88,2% e in Nuova Zelanda il 98%. Una varietà che si sta rivelando sempre più un valore aggiunto per i ristoratori (220 gli intervistati tra sommelier, titolari e cuochi): su 126 etichette di vini bianchi in carta, sono 64 le etichette di autoctoni, un dato che sale a 106 (50% del totale) nei ristoranti di fascia alta, a riprova del fatto che l’interesse cresce in maniera direttamente proporzionale alla qualità del ristorante. Qui, tra le regioni più rappresentate in carta, vince nettamente il Friuli Venezia Giulia (40%), seguita da Alto Adige (15%), Sicilia (9%) e Marche (7%). Poi Abruzzo, Trentino, Veneto, Campania, Piemonte e Valle D’Aosta. “Una classifica �" ha detto il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini - che non riflette la forza sui mercati ma che premia i vini che vincono sul piano dell’identità e della qualità. Marche, Campania, Trentino e Alto Adige per esempio, sono tutte regioni con un peso inferiore al 3% del totale della produzione enologica nazionale di vino bianco ma sono grandi potenze sul mercato dell’eccellenza”.
Underachiever (che potrebbero fare di più), emergenti, immancabili e onnipresenti. Sono le 4 categorie riassunte in una matrice che incrocia il tasso di penetrazione nelle wine list con il potenziale produttivo in termini di superficie. Tra gli underachiever troviamo 4 tra i più diffusi vitigni autoctoni: il Glera (Prosecco), il Garganega (Soave), il Catarratto e il Trebbiano. Tra gli emergenti, alcune nicchie: Pignoletto, Passerina e Pecorino, mentre sono ‘immancabili’ nei ristoranti Falanghina, Fiano, Vermentino, Friulano, Traminer e un altro marchigiano, il Verdicchio. Onnipresente è infine il Moscato, nella maggioranza dei casi inteso nella sua interpretazione di vino dolce. In carta l’autoctono più presente (con esclusione della regione di appartenenza del ristorante) è il Traminer (Trentino e Alto Adige), presente nell’84% dei casi, prima di Moscato (78%), Tocai Friulano (74%), Vermentino (73%), Fiano (69%) e Verdicchio disponibile in 65 locali su 100. Seguono Falanghina, Trebbiano, Catarratto, Garganega, Pecorino (46%), Glera, Passerina (35%) e Pignoletto.

Fabio Piccoli

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