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lunedi 04 febbraio 2019

Ad Anteprima Amarone in scena i successi e i problemi del vino italiano

Una delle più prestigiose denominazioni italiane testimonia perfettamente lo stato di salute del nostro vino dove si continuano a mischiare grandi potenzialità ed impressionanti fragilità


Ad Anteprima Amarone in scena i successi e i problemi del vino italiano
Si sta concludendo in queste ore il rito dell’Anteprima Amarone quest’anno dedicata all’entrata sul mercato dell’annata 2015 (anche se non sono molto le aziende, fortunatamente, che la immetteranno sul mercato perché parecchie preferiscono dare più tempo al loro Amarone per affinarsi al meglio).
Esauriamo velocemente il tema dell’annata 2015 che praticamente tutti hanno considerato tra le migliori degli ultimi 30 anni. Anche i nostri tasting, seppur riconoscendo la necessità di dare più tempo a questo grande vino per esprimere tutto il suo valore (a questo riguardo una modifica al disciplinare che aumenti il periodo di affinamento e obblighi utilizzo del legno non sarebbe male a nostro parere), hanno confermato il giudizio ufficiale del Consorzio di tutela.
Ma la presentazione dell’Anteprima Amarone, tenutasi come di consuetudine ormai nella suggestiva Gran Guardia di Verona, è stata un’occasione molto interessante per fare il “ripasso” dei vizi e virtù del vino italiano.
La presentazione è stata gestita come un’intervista doppia al presidente del Consorzio Valpolicella Andrea Sartori e al ministro delle politiche agricole Gian Marco Centinaio.
Si è partiti da una delle problematiche più annose del vino italiano, la mancanza di coordinamento della promozione sfilacciata in una miriade di enti pubblici e privati.
Per chi, come chi sta scrivendo, si occupa da oltre vent’anni di questa tematica la tentazione sarebbe stata quella di scappare, prevendendo facilmente quali sarebbero state le risposte.
Il pragmatico ministro Centinaio ha subito detto che il progetto di realizzare un unico coordinamento per la promozione del vino italiano è “molto difficile e molto lento”. “E non potrebbe essere altrimenti" ha aggiunto Centinaio "considerando la miriade di realtà che sono oggi impegnate su questo fronte, come Ice, Enit, Ministero affari economici, Regioni, Camere di commercio, Ministero esteri, i Consorzi di tutela e sicuramente me ne sarò dimenticato qualcuno”.
“Una disorganizzazione" ha proseguito Centinaio "che ci fa anche perdere quattrini, considerando, ad esempio, che il nostro export enogastronomico si ferma ai 42 miliardi di euro mentre la Germania, ad esempio, grazie ad un modello unico di promozione, supera i 60 miliardi (dobbiamo informarci meglio grazie a quali prodotti ndr)”.
E fino a qui nulla di nuovo. Poi però Centinaio aggiunge, sotto pressione dell’intervistatore, che potrebbe essere Vinitaly l’ente ideale per promuovere l’Italia del vino nel mondo.
Centinaio ovviamente non si fa scappare l’occasione e, visto anche che si trova a Verona (dove è venuto spesso ultimamente), rilascia un importante supporto alla “candidatura” di Vinitaly/Veronafiere come l’entità perfetta per svolgere questo difficile ruolo.
Ma anche questo endorsement a Vinitaly non lo possiamo considerare una novità, in quanto, di tanto in tanto in questi ultimi anni è emersa spesso questa ipotesi.
Quindi tutti, o almeno i più “vecchi” di questo mestiere, ci attendavamo una proposta pratica al riguardo. E invece silenzio, se non la solita affermazione che “bisogna riunire tutti gli interessati e trovare una linea comune. Bisogna che tutti accettino di fare un passo indietro, eccetera, eccetera”.
Proviamo noi allora a scrivere quello che, dal nostro modesto punto di vista, avrebbe potuto dire il nostro ministro delle politiche agricole.
Ci sta bene che sia Vinitaly a coordinare la promozione del vino italiano nel mondo. Ha un brand ormai noto da tempo in numerosi mercati mondiali, ha maturato un’esperienza importante su questa tematica, è collocato a Verona che rappresenta una sorta di capitale del vino italiano.
Ma le condizioni perché questo possa avvenire sono le seguenti:
  • analisi approfondite sui fabbisogni attuali delle imprese del vino italiano sul fronte dell’internazionalizzazione. Non si può costruire nessun coordinamento serio e progettualità adeguate se non si parte dai fabbisogni delle imprese. Indagine sulle peculiarità dei mercati che si vogliono intercettare. Costruire azioni promozionali senza capire quali target si vogliono colpire vuol dire investire ingenti risorse senza nessuna certezza;
  • costruzione di un management capace di gestire una delle attività più complesse come la promozione del made in Italy enologico a livello internazionale. Le competenze devono essere messe al primo posto. Servono professionisti di primo livello per svolgere un compito così strategico;
  • definizione di un progetto chiaro e dettagliato. In quali Paesi, con quali strumenti, con quali risorse. Un progetto che risponda a due tematiche chiave, da un lato l’aumento della conoscenza sul vino italiano, dall’altro l’accompagnamento delle imprese sui mercati internazionali (tra quelli maturi e quelli emergenti).
Ecco questo ci saremmo aspettati perché è alquanto inconcepibile, dopo tutti questi anni di discussione riguardo al tema del coordinamento della promozione del vino italiano nel mondo, che si parli solo a quale soggetto assegnare questo ruolo invece di partire dai progetti e dai manager che dovranno gestirli.
E lo diciamo con molta chiarezza allo stato attuale nessuna entità italiana, né pubblica né privata, ha risorse umane sufficienti per svolgere un ruolo così importante e complesso.
Molti rispondono a questa obiezione che se le risorse economiche verranno concentrate su di loro allora potranno dotarsi di un numero adeguato e competente di professionalità.
Noi pensiamo invece sia necessario partire prima da analisi corrette, adeguata budgetizzazione, e definizione della squadra che dovrà progettare e realizzare tale attività.
Purtroppo questo non rientra nella cultura italiana, dove continuiamo a parlare solo di contenitori e mai di contenuti.
Ma Centinaio ha dato un altro importante suggerimento per migliorare il nostro export vitienologico: ”concentrarsi sulle denominazioni che sono maggiormente ricercate sui mercati. Inutile, ad esempio, andare in Cina con bollicine o vini bianchi, quando là tuttoggi prediligono vini rossi”.
Da un punto di vista pragmatico nulla da dire. Rimane però poi da capire cosa ce ne facciamo delle nostre oltre 550 denominazioni di origine (non tutte rosse), dei nostri oltre 530 vitigni autoctoni registrati.

Illudersi che tutta la nostra biodiversità vitienologica possa avere successo nel mondo è ovviamente sbagliato ma se continuiamo a concentrarci, come stiamo facendo oggi, in poche denominazioni di successo sarà dura per molte nostre tipologie di vino trovare sbocchi sui mercati internazionali.
E non dimentichiamoci che al momento dei circa 45 milioni di hl che produciamo (mediamente) in Italia ne stiamo consumando meno della metà.
E’ vero, come bene ha ricordato il ministro Centinaio, che non utilizziamo bene lo strumento dell’enoturismo e quindi di una maggiore vendita diretta, ma qui la strada è ancora lunga e non tanto per l’assenza di leggi adeguate ma per un problema cronico culturale sul versante dell’organizzazione aziendale, dei territori, e dell’accoglienza nel suo complesso.
Lo stesso presidente del Consorzio Sartori ha ricordato come nonostante la provincia di Verona attragga ogni anno oltre 17 milioni di turisti (di cui quasi 13 milioni solo sul Lago di Garda), la Valpolicella riesce portarne nel suo territorio un numero tuttoggi irrisorio.
E qui ci permettiamo di dire più che un problema di legge è un problema di organizzazione, di capacità di accoglienza, di offrire un servizio che stimoli un turista a non “limitarsi” solo all’Arena o a lungomare di Bardolino e Lazise ma di fare un salto anche in qualche bella azienda di Fumane, di Negrar, di Valgatara.


Fabio Piccoli

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