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mercoledi 17 ottobre

Brexit ed export italiano: ci sono aggiornamenti?

Agrifood Monitor, Nomisma e Crif rilasciano un aggiornamento importante in merito alle condizioni dell'export italiano all'interno del mercato del Regno Unito


Brexit ed export italiano: ci sono aggiornamenti?
Ci eravamo già soffermati in passato a parlare della Brexit e dei suoi effetti per il mercato di esportazione del vino italiano (potete trovare l’articolo qui) ma cosa è cambiato ad oggi? 
A sei mesi dalla data ufficiale del divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea (29 marzo 2019), e in occasione del III Forum Agrifood Monitor di Nomisma e Crif, sono emersi dati importanti e significativi per il comparto, utili per fare il punto rispetto al ruolo del nostro sistema agroalimentare e i rischi per esso dopo la Brexit.
Facciamo un passo indietro e focalizziamoci sul visualizzare il mercato inglese nella situazione odierna. Con un valore superiore ai 3 miliardi di euro, il Regno Unito rappresenta il quarto mercato per l’export agroalimentare italiano, ma il primo per Prosecco (4 bottiglie su 10 esportate finiscono in questo Paese), pelati e polpe di pomodoro (20% dell’export a valore). Svalutazione della sterlina e tutela delle indicazioni geografiche rappresentano le grandi incognite collegate alla Brexit, alla luce della “sensibilità” delle nostre esportazioni al tasso di cambio e del fatto che quasi un terzo delle vendite di food&beverage “Made in Italy” sul mercato britannico riguardano prodotti Dop/Igp. 

Il Regno Unito, inoltre, rappresenta il sesto mercato al mondo per import di prodotti agroalimentari e il secondo per consumi a livello europeo (250 miliardi di euro nel 2017). Si tratta di un Paese dove l’autosufficienza alimentare non supera il 50% e per tale motivo fortemente dipendente dalle importazioni, in particolare dei partner europei, dato che il 70% delle forniture di prodotti alimentari proviene proprio da quest'area. In particolare, l’Italia figura come il sesto fornitore, con una quota a valore vicina al 6% dell’import britannico. 

Vista dall’altra sponda, la Gran Bretagna si configura come il nostro quarto mercato di export alimentare più importante, dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Un mercato che nell’ultimo decennio ha aumentato i propri acquisti di prodotti del “Made in Italy” del 43%, ben più di quanto fatto nei confronti dei nostri concorrenti francesi o olandesi, ma meno rispetto a quelli spagnoli o tedeschi (+55%). Nei mesi successivi alla dichiarazione di uscita dall’Ue sancita con il referendum e con una sterlina svalutata di oltre il 10% rispetto all’euro, i tassi di crescita delle nostre vendite sul mercato britannico si sono ridotti per poi riprendersi nei primi sette mesi del 2018, quando l’import di prodotti alimentari dal nostro Paese ha registrato un quasi +3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, se dal dato dell’export agroalimentare complessivo si passa a considerare quello delle singole produzioni, la rilevanza del Regno Unito assume ben altri contorni.
Se ci concentriamo sulle indicazioni geografiche, non bisogna sottovalutare il fatto che tra vini e prodotti alimentari Dop e Ipg finisce in Gran Bretagna circa un miliardo di euro del nostro export “di eccellenze”, quindi quasi un terzo dell’intero valore delle esportazioni italiane di food&beverage nel mercato inglese. 

Questi importanti numeri invitano a prestare attenzione all’evolversi nel negoziato in corso tra Ue e Uk, anche perché da come saranno definiti gli accordi di uscita (e da come questi impatteranno sulla tenuta del potere di acquisto degli inglesi e sul sistema della tutela delle denominazioni di origine) non dipende solo il futuro di alcuni tra i principali prodotti del food&beverage italiano ma anche delle economie locali collegate. Un esempio? Per tre regioni italiane (Campania, Veneto e Basilicata), il Regno Unito arriva a pesare fino al 15% sull’export agroalimentare regionale

Dunque staremo a vedere cosa accadrà. 






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