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In India cultura e religione tengono ancora lontano il vino

Nonostante le grandi potenzialità dettate dall’andamento demografico l’India continua a rimanere un mercato del vino molto marginale e cultura e religione tuttoggi appaiono “ostacoli” difficili da superare per sperare a breve un aumento di consumi in questo grande Paese


In India cultura e religione tengono ancora lontano il vino
Scriviamo questo articolo dall’India, da dove mancavamo da circa sei anni. Questa volta non abbiamo al nostro seguito aziende, ma siamo in un cosiddetto viaggio “esplorativo”, per capire cioè se esistono nuove strade per aiutare le nostre imprese del vino a trovare vie di sbocco in questo difficile mercato.
Un mercato, è bene ricordarlo, veramente marginale sul fronte delle importazioni di vino che nel 2016 ha registrato un valore inferiore ai 20 milioni di euro per un volume che di poco supera i 40 mila ettolitri. Se a questi aggiungiamo i circa 130.000 hl di vino indiano (la superficie vitata in India è di poco meno di 90.000 ettari) mediamente prodotto nell’ultimo triennio ci si rende facilmente conto di come la nostra amata bevanda sia ancora ben lontana dall’essere considerata un’opzione interessante nei consumi di questo grande Paese.
Non si hanno dati certi sul consumo di vino in India ma sono affidabili quelli relativi al consumo complessivo di bevande alcoliche raccolti dalla World Health Organization che per il 2015 vede questo Paese di quasi 1,3 miliardi di persone, fermo a 4,6 litri pro capite. Un quantitativo che colloca l’India al decimo posto tra i Paesi asiatici. In questa speciale classifica troviamo al primo posto la Corea del Sud (10,9 litri pro capite), il Vietnam (8,7 litri), la Tailandia (8,3), la Mongolia (7,8), la Cina (7,6), il Giappone (7,5), il Laos (7,5), la Cambogia (6,1) e le Filippine (5,6). Di fatto l’India è di poco sopra ai Paesi asiatici di prevalenza mussulmana come il Pakistan, il Bangladesh, l’Indonesia, dove praticamente il consumo di bevande alcoliche è assente.
A complicare ulteriormente lo sviluppo dell’export enologico in India le tasse di importazione tuttoggi esorbitanti. Tanto per intenderci ci si imbatte su un dazione federale complessivo del 160%, ma non finisce qui, ogni singolo Stato, infatti, è autorizzato ad aggiungere la propria accise (l’esempio più estremo è il Maharashtra con un +200 % sul valore CIF).
Difficile prevedere il futuro ma la sensazione che stiamo ricavando da questo nostro ennesimo viaggio in India è che difficilmente nel prossimo decennio assisteremo a crescite particolarmente interessanti di consumo di vino in India.
Qui la situazione è molto diversa, ad esempio, rispetto alla Cina dove, nonostante le note difficoltà, soprattutto per il vino italiano, il tessuto socio-economico sembra sempre più interessato al consumo di vino. Vi sono, infatti, molte meno barriere culturali e religiose in Cina rispetto all’India dove tuttoggi, in gran parte degli Stati (l’India ricordiamo è uno Stato federale), in particolare del Sud, il consumo di vino è praticamente bandito. Vi sono grandi città, come Chennay ad esempio (la ex Madras) che nonostante con i suoi oltre 5 milioni di abitanti sia la quarta metropoli indiana, risulta difficilissimo trovare ristoranti o locali dove si può degustare vino.
Questa tipologia di “barriere” culturali risultano oggi, magari meno alte rispetto al passato, ma ancora non semplici da superare.
In India risulta pertanto oggi fondamentale una forte azione educativa, partendo magari dalle tante scuole alberghiere di questo Paese. A questo proposito ricordiamo una delle iniziative più interessanti, a cui abbiamo avuto il piacere di partecipare, gestita da Unione Italiana Vini, il progetto “The Next Quality Experience”. Un progetto durato tre anni (dal 2009 al 2011) e che aveva coinvolto anche l’India attraverso una intensa attività di formazione in due Istituti turistico alberghieri nei sobborghi di Delhi. Un’esperienza straordinaria che ci ha consentito, per la prima volta, non solo di parlare di vino italiano in scuole di questa tipologia ma anche di far sperimentare ad un numero rilevante di studenti i possibili abbinamenti tra cucina indiana e vini del nostro Paese.
Purtroppo, come spesso capita nel nostro Paese, esperienze così utili e importanti si fermano nel momento stesso che si esauriscono i finanziamenti e questo non può che inevitabilmente rallentare le nostre potenzialità di sviluppo in mercati così complessi come quello indiano o cinese.

Fabio Piccoli

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