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L’Amarone e l’obbligo di essere sempre eccezionale

L’opinione di Armando Castagnedi, titolare di Tenuta Sant’Antonio una delle realtà della Valpolicella più dinamiche a livello internazionale, su come tutelare al meglio uno dei brand di maggior successo della vitienologia italiana


L’Amarone e l’obbligo di essere sempre eccezionale
Seguiamo le evoluzioni di Tenuta Sant’Antonio fin dalla loro nascita (in termini di vinificazione delle uve) a inizio degli anni ’90 dopo l’acquisto lungimirante di una proprietà nei Monti Garbi.
In quegli anni, con un atto di estremo coraggio ed intraprendenza, i quattro fratelli Castagnedi (Armando, Tiziano, Paolo e Massimo), decisero di “chiudere il cerchio”, evolvendosi da storici conferitori alla Cantina sociale di Colognola ai Colli a produttori di vino a tutto tondo.
Una scelta che vista adesso, alla luce di un successo straordinario dell’azienda e dei suoi vini, sembrerebbe un fatto scontato, una logica conseguenza di capacità innegabili di questa realtà produttiva.
Ma quando i fratelli Castagnedi convinsero papà Antonio a fare il grande salto la situazione era molto diversa e per certi aspetti incerta e lo stesso successo dell’Amarone era più nelle speranze dei produttori che nella realtà dei fatti.
Non solo, Tenuta Sant’Antonio era (è) collocata in quella che allora veniva definita in maniera in parte dispregiativa “Valpolicella allargata” per distinguerla fortemente dalla più prestigiosa Valpolicella Classica.
E se oggi nessuno più si azzarda a denigrare la zona orientale della denominazione Valpolicella lo si deve anche ad aziende come Tenuta Sant’Antonio che è riuscita in maniera straordinaria ad esaltare al meglio la vocazionalità di questo territorio collocato tra la Val di Mezzane e la Val d’Illasi.
I punti cardinali che hanno orientato l’azienda fin dalla sua genesi sono stati la massima qualificazione del vigneto (la famiglia Castagnedi a questo riguardo è anche una storica concessionaria dei prestigiosi Vivai Rauscedo) ed un attenzione maniacale alla fase di trasformazione garantita da Paolo, l’enologo di famiglia.
La svolta avviene nel 1996 con il primo prestigioso riconoscimento dei Tre Bicchieri della Guida del Gambero rosso all’Amarone Campo dei Gigli.
Un primo riconoscimento che da un lato conferisce una notorietà elevata all’azienda e dall’altro fa capire presto quali vertici qualitativi poteva raggiungere questa realtà produttiva.

Oggi il Campo dei Gigli è tra gli Amarone che conseguono i migliori apprezzamenti e rating da parte di tutta la critica enologica internazionale.
Una lunga ma doverosa premessa per fare emergere l’importanza oggi del ruolo di Tenuta Sant’Antonio nel consentire a questa importante denominazione di garantirsi il corretto posizionamento e un’adeguata reputazione.
“Abbiamo fatto molto, non solo noi ovviamente " spiega Armando Castagnedi, il responsabile dei mercati internazionali della Tenuta " per portare l’Amarone della Valpolicella all’attuale reputazione. Pochi all’inizio del nostro percorso avrebbero immaginato che si sarebbe potuti arrivare a tali risultati e vertici. Oggi la domanda fondamentale da porsi è come salvaguardare questo successo”.

E lei che risposta dà a questa domanda?
Intanto che dobbiamo tenerci stretto il nostro Amarone, un vino straordinario che in tutto il mondo fortunatamente continuano a richiedere. Non è una consapevolezza da poco perché da un lato ci obbliga a fare sempre meglio questa nostra eccellenza dall’altro ci fa percepire anche il privilegio che abbiamo nel poter produrre un vino di questo genere.

Quali, secondo lei, le ragioni di questo successo e di questa per fortuna perdurante richiesta?
Perché l’Amarone rappresenta un bere “fuori dal comune”. Dobbiamo essere veramente coscienti di questo perché è ciò che ci darà sempre la bussola del come muoversi in vigna e in cantina. Quando si ha tra le mani un vino “fuoriclasse” come questo, infatti, non possiamo mai correre il pericoloso rischio di banalizzarlo perché altrimenti diventiamo imitabili con tutte le inevitabili conseguenze. Per questo dobbiamo lavorare sempre seriamente, accettare i limiti produttivi e non, fatemi dire una cosa forte, non essere ingordi.

In concreto cosa significa?
Significa produrre l’Amarone nei luoghi giusti e solo in quelli, selezionare con sempre maggiore accuratezza la materia prima per non deludere mai le aspettative per un prodotto che è obbligato ad essere sempre eccezionale. Dobbiamo garantire sempre una netta distinzione, attraverso la nostra eleganza e “freschezza”, rispetto ai notevoli tentativi di imitazione da parte di vini di altre regioni produttive sia italiane che estere.

Lei passa gran parte dell’anno all’estero per supportare le vendite dei vini della Tenuta nei principali mercati mondiali. Quale è il sentiment che oog incontra nei confronti dell’Amarone?
Sono da poco rientrato dal Vinexpo di Bordeaux dove ho potuto incontrare molti importatori, sia europei che asiatici, che vengono a cercare noi produttori della Valpolicella soprattutto per l’Amarone. La motivazione che li porta a cercarci e richiedere questo nostro grande vino la potrei così sintetizzare: perché è un vino che rappresenta l’Italia nella sua eccellenza”. E questa è una cosa straordinaria che dobbiamo assolutamente preservare.
Ma la Valpolicella non è “solo” Amarone.

E’ vero, e paradossalmente preserveremo al meglio l’Amarone ricordandoci proprio che siamo una denominazione, un territorio capace di regalare altre importanti eccellenze a partire dal nostro Valpolicella base che va assolutamente recuperato sia in termini di immagine che di mercato. Anche perché oggi fortunatamente il mercato è molto più segmentato ed è crescente la ricerca di vini rossi molto più bevibili ed immediati e in questa categoria il Valpolicella è assolutamente uno dei leader a livello mondiale. Come pure dobbiamo dare una personalità più chiara al Ripasso, una tipologia che ha avuto una crescita vertiginosa in quest’ultimo decennio ma che va anch’essa preservata attraverso una maggiore caratterizzazione del prodotto che altrimenti rischia pericolose banalizzazione ed inevitabile perdita di posizionamento. Su questo fronte non ha aiutato molto, ad esempio, l’introduzione dell’appassimento breve che ha creato una nuova categoria di prodotto che rischia di generare un’ulteriore confusione sul mercato.
Fabio Piccoli

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