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lunedi 17 febbraio 2020

L’eredita che raccolgo? Un solco tracciato nel nome della valorizzazione delle denominazioni e dell’innovazione

Il nuovo direttore generale di Cantina di Soave Wolfgang Raifer parla del futuro della cooperativa veronese


L’eredita che raccolgo? Un solco tracciato nel nome della valorizzazione delle denominazioni e dell’innovazione
Wolfgang Raifer è il nuovo direttore generale di Cantina di Soave. L’annuncio è stato dato ad inizio 2020 e segna un significativo cambiamento per la cantina che raccoglie al suo interno otto denominazioni del territorio veronese: Valpolicella, Soave, Lessini Durello, Custoza, Bardolino, Bardolino Chiaretto, Garda e Delle Venezie.
Al fianco del precedente direttore Bruno Trentini negli ultimi due anni e mezzo in qualità di vicedirettore, l’enologo altoatesino raccoglie oggi un’eredità importante. Lo abbiamo raggiunto ed intervistato per capire qual è la direzione che darà ad una delle realtà cooperative più importanti d’Italia.

Direttore, che eredità raccoglie?
Raccolgo un’importante eredità. Cantina di Soave è nata oltre 120 anni fa e ha avuto una grande crescita a partire dal 1996. Tutto ciò tramite l’incorporazione delle cantine di Cazzano di Tramigna (1996), Illasi (2005) e Montecchia di Crosara (2008). Dallo scorso anno siamo entrati anche nella zona di Custoza e Bardolino dove abbiamo circa 170 ettari di nuovi soci conferitori. Questi sono i passi più importanti affrontati sia dal punto di vista produttivo che della superficie delle denominazioni.

Sono stati fatti anche degli importanti investimenti nelle strutture…
Gli investimenti nelle strutture di circa 90 milioni di euro al termine di quest’anno di bilancio saranno pagati per intero. Siamo di fronte ad una delle strutture più moderne a livello nazionale nel mondo vitivinicolo con un grado di automazione elevato. L’obiettivo è quello di crescere in maniera graduale e farci trovare pronti per le richieste che arriveranno in futuro dai mercati.

Siete tra le cantine più innovative anche sul fronte dell’hospitality…
Nel 2003 abbiamo inaugurato Borgo Rocca Sveva, il nostro centro di eccellenza nel pieno centro di Soave. Qui trovano spazio una cantina, un centro congressi, un wine shop e un ristorante. Si tratta di una meta turistica molto importante e di cui andiamo fieri.


Vi sono nuovi obiettivi che vorrebbe introdurre anche alla luce della sua esperienza in questi ultimi due anni?
Proseguirò nel solco dei miei predecessori. Ci siamo sempre mossi per valorizzare prodotti e denominazioni nei mercati, dunque la via principale è già stata tracciata. Continueremo a valorizzare le Doc e a garantire il giusto reddito ai soci. Per fare questo saranno importanti anche la sostenibilità e la promozione del territorio sotto il profilo turistico.

Il 2020 si è aperto con molte incognite: la Brexit, i dazi minacciati dall’amministrazione Trump e l’emergenza sanitaria in Cina. Quale è l’atteggiamento di Cantina di Soave?
A prescindere da Brexit, dazi americani ed emergenza sanitaria in Cina, abbiamo una programmazione e degli obiettivi che intendiamo raggiungere. Naturalmente faremo i conti con le complicazioni esterne e guarderemo con attenzione alle risposte che il mercato darà a questi temi per muoverci nel miglior modo possibile.

La denominazione del Soave è stata storicamente contraddistinta di fasi alterne sul mercato, quale è, a suo parere, la strategia migliore anche a livello consortile, per garantire il miglioramento complessivo della reputazione del Soave in Italia e nel mondo?
Negli anni ’60 e ’70 il Soave era per gli italiani il vino bianco per eccellenza. Quella del Soave è una Doc su cui bisogna continuare ad investire per svilupparne tutte le sue potenzialità. La qualità non manca e non è mai mancata, occorre lavorare sulla valorizzazione e il posizionamento del prodotto sul mercato.

La sostenibilità è una tematica molto attuale a cui la vostra cantina sta lavorando già da anni. In che termini?
La sostenibilità non riguarda solo la gestione dei vigneti e la produzione del vino, ma anche altri settori come packaging e approvvigionamento energetico.
Si tratta di una tematica che affrontiamo quotidianamente. Da anni approcciamo quest’argomento con molta attenzione. Inoltre, abbiamo ottenuto la certificazione VIVA, (Certificazione ministeriale per la gestione sostenibile della produzione), un riconoscimento dell’importante lavoro fatto sul tema della sostenibilità.

La cooperazione vitivinicola, nonostante il miglioramento di immagine di quest’ultimo decennio, spesso viene accusata di non valorizzare sufficientemente le denominazioni in cui è presente. Qual è il suo pensiero riguardo a questo aspetto?
Storicamente le cantine sociali in Italia hanno avuto una gestione per cui non si sono mai dedicate alla commercializzazione del vino imbottigliato. Chi lo ha fatto sono state le cantine private. Oggi le cantine cooperative si sono attrezzate per affrontare anche questo aspetto, senza fermarsi alla trasformazione dell’uva in vino o alla vendita del vino sfuso, ma diventando importanti attori di questo mercato.

Cosa fa Cantina di Soave in questo senso?
Lavoriamo per valorizzare le nostre denominazioni, stando attenti a trovare l’equilibrio tra la domanda e l’offerta del mercato. Per fare questo ci confrontiamo con i nostri 2.300 soci, persone e aziende agricole che ci hanno dato la loro fiducia che intendiamo continuare a ripagare come fatto in passato.
Agnese Ceschi

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