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mercoledi 12 febbraio 2020

L’Italia ad un bivio, vicini o lontani dalla Cina?

Allarme Coronavirus, mercati in apprensione. Paradossalmente può essere un'occasione per tessere relazioni in Cina...perchè?


L’Italia ad un bivio, vicini o lontani dalla Cina?
Abbiamo intervistato Luca Qiu, giovane CEO di Value China azienda che fornisce soluzioni digitali per aiutare le imprese ad entrare nel mercato cinese (turismo e food), creando strategie di marketing efficienti.

Innanzitutto ci puoi aggiornare dal tuo osservatorio quale è l’attuale situazione in Cina rispetto a questa emergenza sanitaria che vista da qui preoccupa non poco?
La Cina sta facendo grandi sforzi per contenere il virus, le notizie che girano sono allarmanti rispetto alla situazione reale. I giornali hanno alimentato questa situazione anche per una questione commerciale, vista l’attuale difficoltà del settore ma queste scelte portano ad un timore diffuso ed ingiustificato. I casi di contagio non sono tanti se li rapportiamo al totale della popolazione cinese (1.433.783.686 secondo l’ONU, ndr), si tratta di 30mila persone molte in età avanzata con una media di 55 anni.
Tutti stanno collaborando per tenere a bada questo virus e tornare al lavoro al più presto, in Cina c’è meno allarme di quanto ci sia in Italia, qui si stanno verificando episodi di razzismo collegati al Coronavirus.
L’Italia è stato il primo paese che ha bloccato i voli aerei per solo 2 casi accertati.
In giro per il mondo girano milioni di cinesi e fuori dalla Cina sinora ci sono state solo 2 vittime (una nelle Filippine ed una ad Hong Kong, ndr), la Cina è evidente che ha fatto un lavoro incredibile per evitare la diffusione del contagio. La situazione è sotto controllo, i numeri sono bassi.
Per quanto riguarda il business sicuramente la Cina avrà un calo nel secondo e terzo trimestre ma si sta già mettendo al riparo sviluppando un sistema di lavoro da remoto.
Ho constatato molta solidarietà anche online tra la popolazione, molte scuole hanno organizzato dirette live su WeChat per seguire le lezioni da casa. La Cina sta andando avanti e la situazione è molto meno disastrosa di quanto viene trasmesso dai media, soprattutto Sky TG24 perché che aveva fornito dati allarmanti legate esclusivamente a fonti filo-americane.
Pompeo, Segretario di Stato USA ha fatto dichiarazioni assurde tipo: “il virus qualcosa di buono l’ha già fatto, ha portato più lavoro in America”. Questo è il loro concetto di “America first” e vivono questa situazione di allarmismo ingiustificato come un vantaggio.

Dal tuo punto di vista quali saranno, almeno sul piano immediato, le principali ripercussioni di questa emergenza sanitaria sul mercato cinese?

Il mercato cinese ha sempre avuto un forte sviluppo, il “made in China” si sta rivalutando perché la supply chain (catena di distribuzione) più evoluta ora è in Cina. Le aziende con delle commesse aperte che devono ricevere della merce o devono spedirla sono quelle che si trovano in maggiore difficoltà, la logistica è un po' bloccata. L’altro aspetto è che in questo trimestre la Banca Centrale Cinese ha già garantito che metterà a disposizione degli incentivi e darà un taglio alle imposte.
Penso che il governo stia facendo azioni mirate per aziende e lavoratori. Bisogna sempre tenere presente che la Cina ha un tipo di business non puramente economico ma anche empatico, la Cina ora ha bisogno di supporto anche in questo senso.
Far sentire la propria vicinanza in questo momento difficile è molto importante per chi vuole mantenere o creare delle partnership. È in questo momento che bisogna dimostrare sensibilità oltre al mero tornaconto. Se le aziende italiane si tirano indietro, la Cina saprà a chi rivolgersi, dato che tutti sono interessati al suo mercato. Se non ci sarà questa capacità di guardare oltre, qualche altro paese prenderà il posto dell’Italia.

Il 2019 aveva dato segnali interessanti sul fronte del mercato del vino in Cina, con un calo della Francia e lo storico sorpasso dell’Australia. Si può parlare di primo forte segnale di una disaffezione dei consumatori cinesi nei confronti del vino francese o è solo un fatto congiunturale?
E’ un fenomeno causato da più fattori. Il vino francese è arrivato molto presto sul mercato cinese, c’è stata speculazione e ci sono molti prodotti francesi contraffatti. Con la diffusione del digitale si è scoperto che tanto vino francese non era autentico o era di scarsa qualità e questo ha dato un duro colpo alla reputazione francese.
Le aziende australiane ed anche i consorzi hanno implementato molto la comunicazione digitale, valorizzando l’identità dei territori e le azioni di brand awareness. Il pubblico cinese si è digitalizzato molto ed è molto attento alla comunicazione, questa strategia è risultata vincente.

Cosa devono fare concretamente le aziende italiane del vino per poter finalmente sviluppare strategie di sviluppo serie sul mercato cinese quando, speriamo presto, la situazione in Cina si sarà normalizzata?
Basta guardare cosa hanno fatto gli australiani, le aziende italiane devono investire in risorse umane cinesi, promuovere campagne di comunicazione, lavorare sul brand.
In Cina o vendi grandi numeri o lavori sul brand, sui canali digitali e social. Questa è una sfida perché generalmente la mentalità italiana non facilita questo approccio, le aziende in Italia lavorano tanto sul prodotto e poco sul brand.
Il mercato cinese è giovane, dinamico, in movimento le aziende devono muoversi in maniera più rapida, flessibile ed elastica. Il concetto vale per tutto il mondo, non è una prerogativa italiana, certo è che le aziende italiane al momento non hanno la capacità di fare un lavoro importante di brand e comunicazione.
Emanuele Fiorio

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