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lunedi 25 giugno

La grande ripresa del mercato Thailandese: spazio all’export italiano

Non lasciatevi spaventare dai consumi decrescenti degli scorsi anni, il mercato della Thailandia ritorna a vivere


La grande ripresa del mercato Thailandese: spazio all’export italiano
Sono stati anni difficili quelli appena passati per la Thailandia, uno dei paesi asiatici con un potenziale fra i più grandi del continente ma che, nel 2014 ha subito una grave crisi politica, che ha minato alla stabilità della situazione economica del Paese. Ad oggi, a quattro anni dal colpo di stato, la situazione sembra promettere bene, e anche le statistiche riportate da IWSR Vinexpo, fonte inesauribile di dati preziosi per il comparto del vino, dichiarano la situazione economica sana e in grande via di guarigione. Come dichiara pure il portale infomercatiesteri.com, la crisi politica aveva bloccato la spesa pubblica e generato timori sulla stabilità del Paese, ma negli anni a venire l’economia è generalmente tornata a livelli accettabili, registrando una crescita pari al 3.3% nel 2016 e 3.9% nel 2017. Anche se apparentemente questi dati possono risultare negativi, considerando che il Paese registra potenziali di crescita stimati al 5%, la Thailandia può continuare ad essere considerata un mercato di interesse, per il mondo del vino specialmente. Con il 2017, la disoccupazione nel paese rimane stabile all’1.2% e le riserve valutarie internazionali si sono stabilizzate intorno ai 202.5 miliardi di dollari, l’inflazione è a livelli minimi e il debito pubblico sotto controllo. Il turismo inoltre rimane un elemento chiave per l’economia e per il governo lo sviluppo di esso può portare a benefici per il settore dei vini e degli spirits.
Vediamo di addentrarci quindi maggiormente in quelli che sono dati specifici ed interessanti per i produttori italiani, desiderosi di inserirsi in questo mercato o, perché no, recuperare un progetto di export abbandonato a fronte della crisi. 

Vini fermi: dopo una forte discesa, si risale in decollo
Il report di IWSR analizza gli sviluppi a partire dal 2011, dove il volume in casse da nove litri si aggirava intorno a 1.1 milioni. La fetta maggiore è occupata dai vini rossi, bianchi e rosè (in piccolissima parte questi ultimi) importati, la produzione locale è davvero esigua. Il consumo pro capite nel 2011 si aggirava intorno ai 0.206 litri per persona, per poi subire un forte picco fino al 2013, con 0.234 litri pro capite. A partire dal 2014, sempre a causa della crisi di cui sopra, i consumi hanno subito una forte discesa in picchiata, tornando a 0.208 litri pro capite e rimanendo poco al di sopra della fascia di 1.1 milioni di volume. Il minimo registrato nel 2017 si aggirava una tacca sotto, a 1.0 milione di volume e consumo pro capite a 0.179. Da quest’anno però i consumi hanno iniziato a crescere di nuovo e si prevede una grossa risalita nel 2021, dove si toccherà la soglia di 1.2 milioni in casse da 9 litri per il volume e un consumo pro capite di 0.211 litri a persona. 

I vini rossi occupano la fetta maggiore di consumi, partendo da 0.7 milioni di volume nel 2011, arrivando a 0.8 nel 2013 e riscendendo a 0.7 milioni nel 2017. Con il 2021 si dovrebbe arrivare a superare i livelli di consumo raggiunti fino ad ora, toccando la soglia di 0.9 milioni. Anche per i bianchi, un “sali e scendi” molto simile, tranne che per le previsioni al 2021: volume di 0.4 milioni nel 2011, 0.5 nel 2013, discesa a 0.3 milioni nel 2017 e prevista risalita lieve ma costante, sempre rimanendo nella fascia di 0.3 milioni. Ben diversa la situazione per la categoria rosè, i consumi non toccano mai la soglia di 0.1 milioni di volume, e si prevede che risalgano lievemente per il 2021, senza però mai subire forti picchi in crescita. La Thailandia, al contrario del mercato statunitense ad esempio (come spiegato anche qui), sembra non essere ancora pronta al consumo massivo di rosè, segnale che però indica un margine potenziale di crescita per questo prodotto. Con la giusta strategia probabilmente, si potrà avvicinare il palato dei consumatori thailandesi anche a questo prodotto, ma al momento sembra che le preferenze siano stabili ai rossi fermi.
Interessante il calcolo CAGR quinquennale 2016-2021 per provenienza e per qualità. L’Australia è il maggior importatore nel paese, ma subito dopo troviamo l’Italia, con un passaggio di volume nel 2016 tra 0.1 e 0.2 milioni fino a superare la fascia di 0.2 milioni, con valore CAGR di 5.3%. La qualità più consumata invece è di categoria “standard” con CAGR 2.1%, pochissimo spazio ai vini di prezzo premium e super premium.

Sparkling: Prosecco si fa strada sul competitor Champagne
La crescita di consumi per la categoria sparkling, qui per la quasi totalità di importazione, è avvenuta gradualmente. Nel 2011 si registravano 0.1 milioni in casse da nove litri, con un consumo pro capite di 0.011, nel 2017, rientrando sempre fra un volume di 0.1 milioni, il consumo pro capite era aumentato a 0.022 e si prevede che salga ancora lievemente nel 2021, toccando 0.025 litri per persona. Con gli anni, in particolare a partire dal 2016 in poi, il Prosecco ha superato i consumi del collega francese Champagne e si prevede che la rimonta prosegua anche nel 2021. Il CAGR infatti vede ai vertici le importazioni italiane, con un valore di 8.1% dal 2016 al 2021. Il CAGR dei vicini francesi è invece a -0.1%. Riguardo alla qualità più consumata, anche qui i picchi maggiori vengono toccati dalla categoria “standard”, anche se la categoria “super premium +” ha decisamene più spazio, con un valore CAGR di 4.8%. Ciò che più ci può dare sollievo, è che il consumo generale di sparkling in Thailandia è previsto al 4% fino al 2021, un dato di crescita notevole, che si auspica anche di superare, vista la buona fama di cui uno fra i prodotti di punta italiani, il Prosecco, gode nel paese. Certo, il consumo pro capite rimane comunque basso, ma ciò fa pensare che i thailandesi considerino il vino ai pasti come qualcosa di più sofisticato e ambizioso, consumato dall'élite thailandese, e dai thailandesi che hanno viaggiato in Occidente. Ciò sta a significare quindi che per la classe “premium” e “super premium +” c’è margine di crescita possibile. 


Noemi Mengo

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