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martedi 02 ottobre

Made in Italy, questo sconosciuto

7 persone su 10 in Cina non conoscono i prodotti italiani, il vino rientra fra questi.


Made in Italy, questo sconosciuto
Si è parlato spesso della Cina negli ultimi anni, mercato in espansione dalle caratteristiche peculiari. Una nazione dove i consumatori hanno gusti ben precisi e sanno ciò che vogliono. Sì, quando lo sanno però. 
Da un estratto dell’indagine dell’Osservatorio Paesi Terzi di Business Strategies sul posizionamento del made in Italy in Cina risulta infatti che quasi 7 intervistati su 10 delle metropoli cinesi non siano in grado di citare alcun simbolo di made in Italy, sia che si tratti di cibo, di vino, di moda di auto o di design. Guardando un po’ di numeri, la Ferrari, al 18% è il prodotto/brand di gran lunga più conosciuto dall’upper-class cinese, seguito da pasta al 10%, Gucci al 9%, Barolo e Fiat al 5% e Armani al 4%
I 2000 intervistati dall’indagine condotta da Nomisma Wine Monitor lo scorso giugno, sono cittadini dal reddito medio-alto, residenti a Pechino, Shangai, Canton e Hong Kong; non stiamo quindi parlando di ceti più bassi, con difficoltà di raggiungere economicamente il prodotto italiano. Se a disconoscere i prodotti italiani fossero le classi più basse, forse questa indagine non ci lascerebbe così esterrefatti: sono proprio i ceti che potrebbero permettersi l’acquisto di beni importati dall’Italia. Notizie più rassicuranti arrivano dall’indagine Percezione e posizionamento del made in Italy in Cina, secondo la quale le intenzioni di acquisto dichiarate dai consumatori prevedono un aumento della spesa nei prossimi 2-3 anni di prodotti italiani in particolare per cibo, vino e moda. In generale la curiosità verso “nuovi prodotti italiani a oggi non disponibili” è alta, soprattutto per il cibo (51%) e la moda (45%), seguiti da vino e arredo (29%) e l’auto (17%).

Secondo la Ceo di Business Strategies, Silvana Ballotta la necessità è quella di ancorare la promozione e la conoscenza del made in Italy su fatti concreti e non su annunci fini a se stessi. Il peso dell’Italia sul totale delle importazioni cinesi è ancora minimo: con un valore di 18 miliardi di euro, il made in Italy vale infatti solo l’1% del totale delle importazioni cinesi e occupa il 22° posto nella classifica dei Paesi fornitori. Una quota di mercato che si abbassa ancora di più se si considera il solo import agroalimentare, allo 0,5%, che riesce a far sembrare gigantesca pure la nanoshare del nostro mercato vinicolo, attorno al 6%. “C’è spazio e c’è voglia di made in Italy” ha aggiunto “i consumatori sono curiosi, ma per tradurre questo gap di conoscenza in potenziale dobbiamo imparare a raccontarci a partire dal prodotto”.
Nell’analisi sulla perception tra Italia, Giappone, Usa e Francia, l’aggettivo/immagine riservato al Belpaese è quello della “passione”, mentre il Giappone si distingue per “cultura/tradizione”, “qualità”, “salute/benessere” e “risparmio”. In generale l’affermazione dell’unicità dello charme francese è palese e si evidenzia nell’ “estetica/bellezza”, “stile/eleganza” e “status symbol/lusso”. Agli Stati Uniti, invece, viene associata l’immagine di creatività e dell’innovazione. 

Cosa può fare il comparto del vino a riguardo?
Occorre chiederselo, fare una lunga riflessione ed orientare meglio la bussola poiché evidentemente si sta sbagliando direzione. La classe di reddito medio-alta è una fascia di popolazione consistente ed in espansione continua, pertanto occorre trovare la strategia giusta per mettersi in contatto con questa categoria di consumatori, invertendo le abitudini di consumo ed alzando la domanda di Made in Italy, possibilmente rendendolo garante di uno status symbol. Più concretamente, sappiamo che importare in Cina richiede il rispetto di regole e gerarchie definite, non è un mercato in cui ci si improvvisa e pertanto è necessario disporre di Export Manager che conoscano la lingua e che siano disposti ad instaurare relazioni commerciali con delle figure professionali residenti nel Paese, poiché solo grazie a questi contatti è possibile commerciare con agilità (dazi e leggi mutevoli permettendo). 

Noemi Mengo

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