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Perché l’Italia del vino non ha mai creduto nei cru?

La cronica resistenza del sistema vitivinicolo italiano di darsi una precisa classificazione e identificazione si traduce da tempo nella nostra difficoltà di comunicare meglio le nostre diversità e soprattutto di garantire un adeguato posizionamento delle nostre denominazioni


Perché l’Italia del vino non ha mai creduto nei cru?
Alcuni giorni fa durante le celebrazioni dei 50 anni della doc Montepulciano d’Abruzzo, organizzata dalla nota cooperativa abruzzese Codice Citra, il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella ha affermato:”Bordeaux è una pianura che si affaccia sul mare, dove i “rialzi” di pochi metri realizzati con le ruspe sono stati chiamati cru e questi hanno consentito e consentono tuttoggi di triplicare anche il prezzo di moltissimi vini. Da noi, che abbiamo diversità naturali incredibili ma non siamo stati quasi mai in grado di evidenziare le nostre peculiarità territoriali con le relative conseguenze anche sul fronte dell’immagine delle nostre denominazioni, dei nostri vini e, soprattutto, dei prezzi”.

Difficile non essere d’accordo con il popolare enologo italiano. Da tempo dal nostro osservatorio di Wine Meridian cerchiamo di stimolare il sistema vitivinicolo italiano a trovare strumenti di classificazione delle denominazioni più efficaci. Non si tratta di creare zone di serie A o di serie B, che è stata la cronica paura di gran parte dei nostri produttori, ma di aiutare il mercato a capire le differenze. E mai come oggi, in un mercato veramente sempre più competitivo e peculiare, senza strumenti forti di identificazione si rischia di poter usare solo la leva del prezzo per rimanere competitivi.

Su questo fronte è intervenuto al convegno di Codice Citra nella bella Lanciano anche Attilio Scienza, il più noto ricercatore vitienologico italiano, che ha presentato il nuovo modello di zonazione “dinamica” attraverso la quale “non ci si limita a fotografare il terroir “attuale” ma anche quello del “futuro”.
“Con gli strumenti attuali" ha spiegato Scienza - possiamo arrivare a conoscere in maniera approfondita le caratteristiche peculiari di ogni territorio, quasi metro quadrato per metro quadrato”. “Le tecnologie attuali" ha spiegato Scienza - in particolare grazie all’ausilio dei satelliti ci consentono non solo di avere la fotografia fedele dei nostri territori vitati ma anche avere quadri di previsione molto più attendibili. Inoltre abbiamo attualmente a disposizione sensori ad elevata sensibilità per rilevare in diretta le reazioni fisiologiche della pianta in diverse fasi vegetative e di mutazioni climatiche. Tutte informazioni che in sostanza ci consentono di gestire i vigneti in maniera molto più sostenibile (intervenendo solo quando è necessario) e indirizzarli in modo più preciso verso gli obiettivi enologici che ci si è prefissati”.
Ma tutto questo, a nostro parere, rischia di non essere efficace se non si traduce anche in una diversa classificazione e comunicazione dei nostri terroir produttivi, dei nostri vini.
E in questa direzione, un paradosso arriva proprio dall’Abruzzo dove un vino straordinario come il Montepulciano d’Abruzzo si trova tuttoggi in una situazione di drammatica “indifferenziazione” che spesso lo relega a prezzi che non premiano assolutamente il suo prestigio.
Sono queste le ragioni che hanno portato, ad esempio, Codice Citra ad avviare un progetto di zonazione molto ampio, forse il più grande realizzato da un’unica realtà produttiva, che vedrà coinvolti oltre 100 ettari vitati.

”Finalmente" ha sottolineato Cotarella - saremo in grado di dare un nome, un significato alle tante peculiarità del Montepulciano d’Abruzzo. Già le prime evidenze della ricerca stanno mettendo in luce un’infinità di diversità sia dal punto di vista di suoli, di microclimi. Su tali diversità costruiremo le nuove interpretazioni del Montepulciano d’Abruzzo, capaci di raccontare al meglio questo re dell’enologia abruzzese”.
Ci auguriamo che da questo studio in terra abruzzese ripartano con un nuovo slancio i progetti di zonazione dei nostri territori produttivi, ma non per essere relegati, come è avvenuto purtroppo nel passato, in qualche cassetto o ad impolverarsi in qualche libreria, ma per diventare base e strumento per una nuova classificazione delle nostre denominazioni, una nuova identificazione dei nostri principali vini.



Fabio Piccoli

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