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lunedi 15 aprile 2019

Pinot Grigio, esiste uno stile italiano?

Interessante tasting a Vinitaly per capire se esiste uno stile italiano nel Pinot Grigio che consentirebbe una comunicazione più chiara di uno dei vini del nostro Paese di maggior successo sui mercati internazionali


Pinot Grigio, esiste uno stile italiano?
È stata sicuramente coraggiosa e, per certi aspetti, giustificabile la scelta del Consorzio vini doc delle Venezie, di organizzare a Vinitaly una degustazione di Pinot Grigio al fine di evidenziare la possibile esistenza di uno stile italiano.
L’Italia con i suoi oltre 32.000 ettari di Pinot Grigio rappresenta la nazione leader assoluta nella produzione di questa tipologia di vino. Un vino amato soprattutto, se non del tutto potremmo affermare, all’estero considerando che il 96% della nostra produzione è destinata all’export e solo il 4% finisce sulle nostre tavole.
Se a questo aggiungiamo che sono oggi coinvolte 20 doc in Italia con una lunga storia di Pinot Grigio al loro interno e oggi il Consorzio delle Venezie raggruppa oltre 400 soci si fa presto a capire che si tratta di un universo strategico per la nostra economia vitivinicola ma anche molto complesso.
Il Triveneto gioca la parte da leone nella produzione del Pinot Grigio con una superficie vitata di oltre 24.000 ettari (85% della superficie collettiva) ed è quindi in queste tre regioni che si gioca in gran parte il destino di questa tipologia di vino.
Ma anche il Triveneto non ha certo territori omogenei per la produzione di Pinot Grigio, passando da aree collinari ad altre di pianura o fondovalle. Pertanto sono molte le anime, le interpretazioni del Pinot Grigio anche nel suo principale cuore produttivo.
Cercare di individuare, pertanto, uno stile italiano è stato indubbiamente un “azzardo” ma che è riuscito quanto meno a stimolare alcune riflessioni.
Ma partiamo dai fatti.
Sono stati messi in degustazione tre Pinot Grigio, uno italiano, uno neozelandese e uno dell’Alsazia.
Il tasting è stato guidato da Alessandro Torcoli, direttore responsabile dello storico magazine italiano Civiltà del Bere.
In estrema sintesi cosa è emerso da questa degustazione? Che il Pinot Grigio italiano messo a confronto con gli altri due “internazionali” era il più “neutro”, mentre gli altri due avevano molta più personalità. Attenzione, è bene specificarlo, quando si parla di personalità di un vino non significa sempre necessariamente affermare che è migliore di un altro, qui la soggettività regna sovrana. Se quindi il messaggio da dare, rispetto allo stile italiano è che si tratta di un vino più “versatile”, “semplice”, senza nessuna caratterizzazione peculiare, allora il compito della degustazione di Vinitaly ha raggiunto il suo obiettivo.
Ma la domanda da porsi, a questo punto, è la seguente: “Può essere un vantaggio per l’immagine, il posizionamento del Pinot Grigio italiano comunicare che si tratta di quello che ha le caratteristiche più semplici, neutrali, senza troppe interpretazioni, fresco, beverino, piacevole? Di fatto un vino straordinariamente “medio”?
Non è una provocazione la nostra, lo abbiamo esplicitato anche allo stimato presidente del Consorzio Albino Armani, riteniamo che lo sforzo che sta facendo il suo Consorzio di tenere unite le diverse anime del Pinot Grigio sia un’esperienza unica nel panorama vitivinicolo a livello mondiale. Ma proprio perché unica anche estremamente complessa, con molti ambiti imprevedibili.
Per questo non vogliamo esprimere un giudizio ma semplicemente aprire un confronto su questo tema.
Noi da tempo esprimiamo, su questo fronte, una nostra valutazione: per evidenziare al meglio l’identità di una denominazione, di una tipologia di un vino si deve partire dal vertice della piramide, perché è quella che riesce ad elevare il posizionamento, l’immagine anche della base.
Partire dal “medio” è sempre un po’ rischioso. La straordinaria eterogeneità della produzione di Pinot Grigio italiano, pertanto, a nostro parere è un vantaggio e per questo forse conviene provare ad evidenziare che lo “stile italiano” è frutto di diverse interpretazioni, alcune di altissimo pregio e personalità.
Questo per evitare, come già ad esempio è successo al recente Prowein di Dusseldorf, che qualcuno, tra gli opinion leader, inizi ad affermare che l’Italia è la culla produttiva del Pinot Grigio ma l’eccellenza va trovata da qualche altra parte, come in Nuova Zelanda ad esempio.
Fabio Piccoli

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