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Quel poco che sappiamo dei consumatori di vino e non solo

Conosciamo molto (si fa per dire) delle dinamiche dei mercati ma sempre troppo poco sulle tendenze di consumo e sui profili dei consumatori di vino. E quando conosciamo i numeri spesso non sappiamo interpretarli


Quel poco che sappiamo dei consumatori di vino e non solo
Prendiamo spunto da un recente articolo di Carlo Flamini, diretto de Il Corriere Vinicolo, che sullo storico settimanale di Unione Italiana Vini ha giustamente sottolineato come i dati relativi ai consumi di vino in Italia sono molto discordanti tra loro in relazione alle fonti di provenienza. Flamini si domanda, al riguardo:”Per cui, cosa si fa? Si dà per buono il dato dell’OIV, che per il 2016 prevede addirittura una crescita del 5%, a 22,5 milioni di ettolitri? O si prende quello dell’americana TDA, che dice 20,5 milioni (+1%)? O ancora, IWSR che dà l’Italia a 26 milioni di ettolitri, ma con un calo dell’1%? O infine il dato che appare nei bilanci di approvvigionamento forniti dalla Commissione europea, dove facendo [(produzione + import) - export] si ottengono 24,5 milioni di ettolitri di consumo “apparente? Altra chiave di lettura è quella relativa ai consumi pro capite: tutte le varie fonti concordano sul fatto che nel corso degli ultimi 50 anni vi sia stata una drastica riduzione. Ma restringendo il focus agli ultimi cinque anni, di quanto esattamente siamo scesi? Stiamo calando ancora o ci siamo stabilizzati sulla soglia 35-38 litri? Anche qui, si può andare di sentiment, ma con il sentiment non si fanno analisi statistiche”.
Difficile non concordare con le acute osservazioni di Flamini, ma la sua analisi e le sue domande svelano ancora una volta l’annoso e preoccupante problema dell’affidabilità delle statistiche da un lato e della capacità di interpretarle dall’altro.
Ormai tutti hanno capito l’importanza dei “numeri”, al punto che non passa giorno che da qualche fonte non arrivino informazioni riguardo a tendenze di mercato, indagini sui profili dei consumatori (i soliti millennials in primis), survey sulle diverse tipologie di vino e di denominazioni.
Le fonti sono le più disparate e orientarsi all’interno di un dedalo di enti, associazioni, semplici osservatori, diventa sempre più difficile se non impossibile.
Se poi sono le stesse fonti ufficiali, più autorevoli, ha fornire dati contrastanti le cose si complicano ulteriormente.
Sicuramente il fronte dei consumi è quello più difficile da indagare e dove sarebbero però necessarie molte più informazioni perché indubbiamente le strategie di marketing e di comunicazione per essere ben definite necessitano di dati molto più dettagliati proprio sul lato dei consumi e in particolare sull’approccio ad essi.
Come pure sarebbe molto importante indagare meglio non solo sul fronte dei consumatori ma anche su quello della distribuzione (da quella tradizionale a quella moderna). Possibile che tuttoggi sappiamo così poco su come si evolvono vendite e consumi ad esempio sul canale horeca? Eppure su questo fronte si giocano il futuro molte aziende del nostro Paese.
Partire, però, da dati più approfonditi e certi è sicuramente una base fondamentale ma non possiamo illuderci che questo sia sufficiente.
Quasi sempre, infatti, fateci caso, ci arrivano un mare di indagini che riportano dati e profili ma mai interpretazioni capaci di agevolare le imprese, i consorzi nelle proprie strategie.
Molti diranno che questo è compito delle aziende. Vero, ma se poi osserviamo, per esempio sul versante della comunicazione e promozione internazionale, il susseguirsi implacabile di eventi “fotocopia”, testimonia che continua a mancare una connessione tra le informazioni che vengono messe a disposizione (più o meno coerenti) e le relative interpretazioni.
Nella nostra attività di consulenza marketing con imprese e consorzi questo emerge in maniera spesso impietosa ed eclatante. Anche realtà di lunga storia e ben strutturate spesso evidenziano grandi limiti nella capacità di interpretare le tendenze di mercato e le nuove attitudini dei consumatori in Italia e all’estero.
E’ per questa ragione che gran parte dei nostri percorsi formativi si concentrano oggi nell’aiutare i manager del vino attuali e del futuro non solo a leggere i dati (imparando a districarsi tra le varie fonti) ma anche e soprattutto ad interpretarli e tradurli in azioni coerenti e possibilmente anche innovative.
L’auspicio è che oggi in Italia si possa realizzare un vero Osservatorio del vino con al suo interno sia competenze sotto il profilo delle analisi ma anche su quello delle capacità interpretative.
In Italia abbiamo tante professionalità su questi fronti, è arrivato il momento di superare i soliti individualismi e di collaborare per il bene del futuro del vino italiano.

Fabio Piccoli

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