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venerdi 07 giugno 2019

Raccontare l'unicità: il potere della "firma aromatica" nel calice

La scommessa di Tedeschi è dare carattere ai propri vini, investendo sulla ricerca scientifica e scovando la vera identità sensoriale dei territori


Raccontare l'unicità: il potere della

Riccardo, Sabrina e Antonietta Tedeschi fra i vigneti


Quando ricerca scientifica ed ambizione si sposano, non ci si può che aspettare un risultato vincente. Come quello che si preannuncia per le nuove annate dell’azienda agricola Tedeschi, che da sempre sposa tecniche all’avanguardia, fondate su principi naturali e rispetto dell'ambiente.

Di recente siamo stati in visita presso i 31 splendidi ettari di proprietà dell’azienda, abbiamo conosciuto meglio una realtà ed una famiglia che, seppur note sia sul territorio nazionale che all’estero, hanno ancora molto da raccontare e il cui futuro sembra brillare grazie agli investimenti a cui i tre fratelli, Sabrina, Riccardo e Antonietta, si stanno dedicando e sui quali vogliamo porre attenzione, in quanto riteniamo, la loro, una case history interessante, che dimostra che la qualità non va solo provata, ma anche ben raccontata.

Grazie alla collaborazione con l’Università degli Studi di Verona ed in particolare con il progetto del professor Maurizio Ugliano, del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università, Tedeschi va oltre la ricerca della qualità nel prodotto, si concentra invece sulla vera identità di esso, quella che il territorio gli regala e che la vinificazione libera e lascia esprimere. 

Tedeschi vanta un profondo legame con il territorio della Valpolicella lungo quasi quattro secoli, sin dal 1630 ha creduto nella grande ricchezza della sua produzione vinicola e l'ha recuperata in chiave moderna, attraverso metodi di produzione e gestione dell’ambiente, alla ricerca del vino che meglio riuscisse a celebrare il territorio. Nel 2010 la famiglia ha avviato un lavoro di zonazione e di caratterizzazione dei vigneti, uno studio pedologico che è stato il punto di partenza per ottenere risultati importanti e permanenti. Nel 2017, invece, grazie a questa convenzione tra l’azienda e il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, è iniziato uno studio dei caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti e dei principali fattori coinvolti nella loro espressione, con particolare riferimento alla produzione di vini Amarone. La ricerca vuole fare luce sulla natura dei profumi che si sentono “nel bicchiere”, dovuti alla presenza di particolari molecole che presentano sfumature olfattive differenti in base ad area, vitigno, trattamento delle uve; al fine di riuscire a ricondurre determinati profumi e sentori a zone specifiche di provenienza e a lasciar esprimere ad ogni vino, la propria, fino ad oggi mai celata, unicità.
Interessanti spunti si evincono dalla ricerca: innanzitutto che la diversità olfattiva è data sia dalle diverse aree che dalle differenti tipologie di uva, e che nonostante alcuni siti siano geograficamente molto vicini tra loro la diversità riscontrata in termini di composti aromatici di impatto è davvero notevole, a testimonianza dell’esistenza di un insieme di variabili che rendono ciascun vigneto unico.
Lo studio condotto al momento è giunto alla conclusione che il potenziale aromatico risiede nell’uva, ma è solo nella vinificazione che si sviluppa, attraverso particolari note aromatiche. Assaggiando le uve, non è quindi possibile percepire le differenze, ma attraverso la vinificazione, è possibile riconoscere i caratteri che distinguono un territorio dall’altro e quindi identificare le precise zone di provenienza. Identificazione che, per altro, fino ad oggi si pensava fosse dettata da sostanze legate alla permanenza in legno. Una teoria confutata, visto che le stesse sostanze sono state ritrovate in questo studio, anche in vini giovani che non fanno contatto con legno.

Perché ci piace sottolineare l’importanza di questo progetto?
Perché crediamo sia il caso di esaltare un’azienda i cui meriti… si raddoppiano. Investire su una ricerca del genere, non solo eleva e migliora la produzione interna dell’azienda e la sua relativa notorietà, ma spinge anche allo sviluppo di sperimentazioni utili per l’intero comparto, sperimentazioni che al momento, in Italia, scarseggiano.
Visto che siamo soliti fare confronti con uno dei nostri più grandi competitor mondiali, la Francia, è forse il caso di renderci conto che, spesso, non abbiamo una conoscenza approfondita dei nostri vini, almeno non tanto quella che i francesi hanno dei propri, grazie a studi sensoriali di questo genere. 

Come se ciò non bastasse,
le voci dai mercati cominciano ad essere forti e chiare, vanno perciò ascoltate. Al consumatore interessa tutto ciò che permette di notare la differenza nei prodotti. Ci troviamo di fronte ad una percentuale sempre più crescente di consumatori attenti alla qualità, bevitori più esperti rispetto al passato, che hanno bisogno di andare oltre l’aspetto divulgativo dell’ormai necessario storytelling, richiedendo nozioni più scientifiche. D’altronde, lo sappiamo bene, il vino è diventato sempre più esperienziale, e scoprire l’identità territoriale, garante di unicità di un vino, rientra sicuramente in un range di esperienze indimenticabili.

Cosa dire, ci troviamo di fronte ad un “piccolo” passo per Tedeschi, dotata di lungimiranza e sensibile agli aspetti legati alla ricerca e all’innovazione, ma un grande passo per il mondo del vino italiano. 

Noemi Mengo

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