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lunedi 09 settembre 2019

Terregiunte, le polemiche nascondono la “rivoluzione”

Il vino realizzato congiuntamente da Masi e Vespa ha fatto scaturire un mare di polemiche per aver “sfruttato” in maniera scorretta il prestigio di due denominazioni come quella dell’Amarone della Valpolicella e del Primitivo di Manduria. Ma se la questione vera non fosse nella comunicazione sbagliata?


Terregiunte, le polemiche nascondono la “rivoluzione”
Un temporale di fine estate, forse potremmo parlare anche di una vera e propria grandinata.
Così ci appare la vicenda di “Terregiunte” il vino presentato a Cortina sul finire d’agosto da Sandro Boscaini (Masi Agricola) e Bruno Vespa (Futura). Un vino, ricordiamo, nato dalla combinazione tra due vini “innominabili” in etichetta, l’Amarone della Valpolicella e il Primitivo di Manduria.
Di fatto un vino da tavola di grande prestigio frutto dell’unione di due denominazioni storiche italiane.
Presi dall’enfasi del progetto enologico nella comunicazione ufficiale si è parlato apertamente di un vino frutto del blend di due grandi denominazioni.
Insomma si è comunicato quello che non si poteva comunicare.
Inevitabilmente e correttamente sono arrivate le proteste dei due Consorzi di tutela coinvolti (quello della Valpolicella e del Primitivo).
Come pure sono giunte le scuse delle due aziende con le quali hanno specificato che “Terregiunte non ha alcuna relazione con le Denominazioni che per semplicità descrittiva - e con qualche approssimazione tecnica da parte nostra - sono state riportate nella comunicazione in generale”.
Scuse e precisazioni che erano state fatte anche da Riccardo Cotarella, uno dei due enologi assieme a Andrea Dal Cin, coinvolti nella progettazione e realizzazione del vino.
Cotarella, presente il 3 settembre scorso alla Camera di Commercio di Verona in un seminario organizzato da Assoenologi Veneto Occidentale, aveva sottolineato come “Terregiunte, vino tecnicamente legalissimo, abbia avuto invece una comunicazione tutta da dimenticare. Sbagliatissima. Errori difficili da concepire considerando il contesto in cui sono stati realizzati. Noi ci siamo occupati solo degli aspetti tecnici ma forse avremmo dovuto seguire anche di più tutto il progetto, compresi gli aspetti comunicativi”.
Raramente un vino, almeno nel passato più recente, aveva scatenato così tante polemiche e discussioni. Facile capire le ragioni di tale “interesse” considerata anche la notorietà e l’esposizione mediatica dei due protagonisti.
Come pure, inutile ricordare, l’abbinamento tra Amarone e Primitivo ha toccato un nervo tuttoggi scoperto di queste due denominazioni che spesso sono state legate da presunti matrimoni “illeciti” (alcuni dei quali per la verità anche accertati ufficialmente).
Insomma parlare di un vino frutto di un blend così “sovraesposto” si prestava facilmente a tante interpretazioni anche malevole.
Si potrebbe liquidare la vicenda, pertanto, come un errore di comunicazione, non è il primo e non sarà sicuramente l’ultimo.
Ma siccome noi pensiamo che ogni esperienza, anche quella sbagliata, sia comunque sempre una lezione dalla quale imparare qualcosa proviamo a dare il nostro punto di vista, cercando di rimanere lontani dalla polemica che rischia talvolta di nascondere molti aspetti.
C’è, a nostro parere, un elemento chiave che è stato quasi totalmente sottaciuto, se non addirittura omesso nel narrare questa vicenda. Eppure a noi è apparso fin da subito decisamente interessante e, per certi aspetti, rivoluzionario.
Nell’etichetta di Terregiunte, infatti, viene riportata una “non denominazione” di una potenza estrema, non ce ne abbiano a male Amarone della Valpolicella e Primitivo di Manduria, forse la più forte del nostro Paese: la “Vino d’Italia”.
Non si può, almeno dal nostro punto di vista, non partire da questa identità di Terregiunte se si vuole leggere con precisione il progetto di questo vino.
Ma è anche da questa identità, voluta dai suoi due prestigiosi produttori (e relativo autorevole staff tecnico), che ne consegue, a nostro parere, anche l’errore comunicativo.
In sostanza, se si progetta il “Vino d’Italia” appare quasi scontato che verrà realizzato utilizzando due grandi denominazioni italiane.
E nell’onda di tale enfasi progettuale si dimenticano disciplinari di produzione, decenni di polemiche sulle cisterne di Primitivo che risalivano l’Italia, di guerre tra i Consorzi e alcuni produttori.
Il grande psicanalista Lacan diceva che l’adulto può permettersi di tutto ad eccezione dell’ingenuità. Quindi è evidente che non ci si può meravigliare delle polemiche che sono scaturite dalla comunicazione di Terregiunte.
Ma se proviamo a fare finta che le due denominazioni non fossero state citate nella sostanza cosa sarebbe realmente cambiato?
Secondo noi nulla perché la forza di questo progetto è molto più potente, e per certi aspetti sovversiva, di quanto può essere la sua comunicazione, anche quella più sbagliata.
Attendiamo come sempre i vostri pareri.
Fabio Piccoli

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