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giovedi 29 novembre

The girl power: quando le donne sono il simbolo del cambio generazionale

L'intervista a Tara Empson, che raccoglie il testimone del padre Neil Empson al vertice della Empson USA


The girl power: quando le donne sono il simbolo del cambio generazionale

Tara Empson


Sempre più donne stanno succedendo al padre alla guida di aziende di famiglia nel mondo del vino. Questa è la nuova tendenza, in Italia come all’estero. Uno di questi esempi in terra americana è il recente cambio al vertice della Empson USA, la controparte americana di una delle aziende leader dell'esportazione di vini italiani negli USA, la Empson & Co. Neil Empson ha nominato la figlia, Tara Empson, CEO Empson USA.
Riuscirà la nuova generazione (al femminile) a dare una nuova forma all'industria del vino nei prossimi anni? Lo abbiamo chiesto a Tara, donna forte e determinata, “che ama lavorare duro e ottenere un successo” come ci ha raccontato lei stessa.

Tara, partiamo dalle origini: com’è nata Empson & Co.?
Parto raccontando la storia dei miei genitori, perché non potrei fare altrimenti. Mia mamma, di origini italoamericane, da giovane aveva fatto l’Accademia delle Belle Arti a Firenze e il suo sogno era quello di tornare in Italia. Mio padre, invece, neozelandese, in Italia non aveva mai messo piede, e al tempo aveva una grande passione per le macchine d’epoca. Quando si sono conosciuti a New York, hanno deciso di darsi una chance e si sono spostati in Italia, dove è scoccato l’amore per il vino italiano. Così mio padre iniziò a chiedere ai vari ristoratori dove andava a mangiare i contatti dei produttori di vino e li andava a trovare in cantina con delle macchine d’epoca che con i pochi soldi che aveva si rimetteva a nuovo. Così sono nati tantissimi dei rapporti che noi abbiamo ancora oggi: con una stretta di mano. La prima Empson & Co. era nello sgabuzzino della portinaia del palazzo dove vivevano i miei genitori a Milano, a cui mia mamma chiedeva una mano con le corrispondenze in italiano.
Come mai l’idea di esportare il vino italiano negli Stati Uniti?
Mio padre ha sempre visto una potenzialità nell’Italia, ha visto qualcosa che oggigiorno vedono in tanti. Però io penso che mio padre sia stato uno dei primi là fuori ad avere così tanta fiducia e passione per ciò che l’Italia poteva dare al mondo. Negli anni ‘90 i miei genitori viaggiavano spesso e facevano da classici broker per il vino italiano; in quegli anni è nata quindi l’opportunità di creare un’azienda che importasse vini italiani anche negli Stati Uniti, a Washington DC. Poi nel 1991 abbiamo fondato Empson & Co. USA, e poi a seguire Empson & Co. Canada all’inizio degli anni 2000. Queste sono le nostre tre aziende.

Quanti e quali vini avete nel portfolio?
Abbiamo circa 40 cantine italiane in portfolio ed esportiamo dall’Italia in 39/40 Paesi. Inoltre abbiamo anche un mini portfolio con un vino cileno e dei vini neozelandesi perché mio padre, da bravo neozelandese, non poteva non avere il proprio Paese. Nonostante ciò ha sempre voluto mantenere il focus per il 99% sul vino italiano, perché perdendo il suo focus avrebbe perso la sua identità.

E tu?
Io sono nata a Rhode Island, ho quindi origini americane, e sono arrivata in Italia che avevo 4 anni e mezza. Ho vissuto in Italia per molti anni solo con i miei genitori, non avevamo una famiglia qui. Ancora oggi quindi io considero la mia famiglia i produttori. All’età di 21 anni ho deciso per varie ragioni di lavorare direttamente in azienda: per me è stata la realizzazione di un sogno che ho sempre avuto, perché qui mi sento a casa. Per tanti anni ho lavorato a Milano e mi sono occupata del mercato americano, di quello neozelandese e dei rapporti con i produttori. Quest’ultima è stata la cosa più difficile; perché “esser figlia di” è un conto, mentre guadagnarsi la fiducia è un altro.

Perché questo passaggio generazionale?
Arrivato ad una certa età, mio padre ha deciso che vuole godersi la vita e la sua libertà, lavorando quando vuole lui. Quando hai un’azienda non smetti mai di lavorare; quindi grazie a questo i miei genitori hanno deciso di passarmi le quote dell’azienda italiana, e ad aprile mi trasferirò negli Stati Uniti a Washington e diventerò CEO di Empson & Co. USA. Mio padre ha costruito i suoi rapporti con i produttori basandoli sulle strette di mano. Per me mantenere lo stesso legame oggi da CEO è molto importante, ma soprattuto un onore. 

Cosa pensi che porterai di diverso, tu, donna e figlia di una generazione che è quella dei Millennials, che ha un approccio diverso rispetto al mondo del vino?
Per me sono fondamentali la comunicazione, la velocità e l’efficacia, elementi oramai indispensabili e su cui bisogna farsi trovare più preparati che mai in una ditta di servizi. Inoltre penso al posizionamento del prodotto: niente di nuovo perché su questo i miei genitori hanno sempre lavorato tanto, e l’hanno fatto molto bene. Quando si assiste, e ancor di più quando si vive un cambio generazionale bisogna mettere in conto che ci sono persone che ti seguono e persone che non ti seguiranno. In questo momento, quindi, sondo quello che mi è stato dato; è necessario per me comprendere quali siano gli equilibri esterni, ma anche e soprattutto quelli interni all’azienda. Perché è facile partire di corsa, ma non vorrei nemmeno ritrovarmi che corro da sola.

Cosa pensi della presenza femminile che sta notevolmente aumentando nel mondo del vino?
I miei genitori mi hanno sempre incoraggiata tantissimo ad essere il meglio che potevo essere, esaltando le mie doti femminili, e sono onorata che loro abbiano scelto me per questo ruolo. Inoltre è molto bello vedere che ci sono molte più donne che stanno entrando in questo mondo, che sono determinate e forti. La donna ha la capacità di essere multitasking, sa essere donna in carriera ed essere mamma, sa essere forte e diretta ma sa anche coccolare e baciare il suo bimbo, e amare ed essere vulnerabile; io credo che abbia già tutto.

Che rapporto hai con i produttori di oggi?
Sono circondata da una bellissima nuova generazione; li vedo molto carichi, con un approccio molto diverso rispetto a quello che è l’ambiente, a quello che gli è stato dato e a quello che li circonda. A differenza del passato, dove i produttori erano degli agricoltori, oggi le nuove generazioni vengono da studi e percorsi professionali diversi. Nel ventaglio di questa nuova generazione si può trovare quindi la persona che è più attenta alla terra, all’ambiente, alla comunicazione… In generale però devo dire che sono molto fortunata perché sono circondata da figli dei propri genitori. E mio padre ha sempre detto: “Io la cantina non la prendo per due ragioni: uno se non mi piace il vino e due se non mi piace la persona che sta dietro il vino!”.

Il tuo obiettivo per il futuro?
Il mio obiettivo per i prossimi cinque/dieci anni è quello di essere presente in ogni Paese del mondo; quello di aumentare il nostro portfolio, di crescere piano piano, ma soprattutto di mantenere in questo mercato di oggi.

Se dovessi descrivere il mercato americano in questo momento, come lo descriveresti?

La difficoltà più grande dei miei genitori quando hanno incominciato ad importare i vini italiani negli Stati Uniti, era quella di far capire al consumatore americano che c’era un’eccellenza oltre a quella francese.
La mia difficoltà, tanti anni dopo, è invece proprio quella di entrare in un mercato simile, che tutto il mondo si contende. Oggi tutto è cambiato, c’è un ritorno verso l’autoctono, verso la differenziazione; poi ovviamente il prezzo domina molto il mercato. Devi scegliere chi vuoi essere e dove ti vuoi battere in questo mercato dalle mille opportunità. 

E voi dove vi battete?
Noi abbiamo scelto l’alta fascia, perché comunque quella è la nostra identità e dobbiamo rimanere costanti e coerenti.

Come sono cambiati i produttori negli anni?
Prima i produttori tendevano a buttare tutte le uova in un cestino e la pressione che avevamo era molto forte. La crisi è stata molto forte per loro, e oggi giorno sono diventati molto più smart, vogliono segmentare i mercati in maniera tale da creare un business più ampio e sicuro. Vogliono focalizzarsi su tanti mercati, hanno tanti clienti, e non sono più così concentrati sugli Stati Uniti, che ormai è un mercato molto saturo.

Se dovessi esprimere un consiglio nei confronti delle aziende e dei produttori italiani oggi, quale sarebbe per promuoversi e farsi conoscere al meglio negli Stati Uniti?
Manca oggi un’alleanza, l'idea di lavorare più insieme. L’Italia avrà sempre un jolly nella tasca, è veramente un Paese di eccellenza di vino. Forse in un certo senso avrebbe un po’ imparare dai francesi, perché i francesi sono sempre riusciti a creare una categoria e venderla con tanto profitto e successo.

Agnese Ceschi

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