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Vinitaly, finita la festa si trovi il coraggio di affrontare i problemi

Un’edizione positiva, con la solita buona partecipazione di visitatori, qualche buyer in più e l’ennesima opportunità per celebrare al meglio l’immagine del vino italiano. Ma che questo ottimismo ci porti finalmente anche ad affrontare seriamente alcune preoccupanti problematiche del nostro settore


Vinitaly, finita la festa si trovi il coraggio di affrontare i problemi
Il commento a Vinitaly l’avevamo già scritto prima che iniziasse (chi non l’avesse letto lo rimandiamo al link) e l’andamento dei quattro giorni in Fiera a Verona ha confermato quello che avevamo scritto. Sintetizzando, avevamo scritto che Vinitaly è un luogo dove avviene la “celebrazione” del vino italiano, dove forse giustamente i problemi rimangono fuori dalla porta o messi sotto la moquette dei bei padiglioni di VeronaFiere.
E così è stato, magari con qualche presenza istituzionale in meno rispetto lo scorso anno, ma questo alla fine non è un male considerando quanto la politica, a nostro parere, continua ad essere molto lontana dalle vere problematiche dei nostri settore economici e sempre alla costante ricerca del consenso. Per questo riteniamo che a nessuno siano mancate le transenne per far passare il presidente di turno o le foto di rito dentro qualche stand amico.
Il cosiddetto “colore”, però, fa parte costante del Vinitaly che rimane la più importante manifestazione “pop” dedicata al vino a livello internazionale.
Diventa ormai inutile indagare sulla positività a meno di questo aspetto, dal nostro punto di vista va accettata una volta per tutte e magari sfruttata nel modo migliore possibile. Ci sembra, ad esempio, che l’ulteriore allargamento alla provincia delle iniziative del “Vinitaly and the City” siano un’ottima modalità per coinvolgere un numero ampio di appassionati e di far comprendere anche agli operatori che vengono a Vinitaly quanto il vino sia intriso nella nostra cultura e quanto bella sia la nostra terra. Non ne abbia a male Dusseldorf ma sul “dopo fiera” saremo sempre imbattibili.
Finite le note di colore, veniamo agli aspetti salienti emersi da questa 51esima edizione di Vinitaly. Tutti i dati presentati durante la manifestazione, e che nei prossimi giorni presenteremo con dettagli e commenti, sono stati estremamente positivi, da quelli sull’export a quelli relativi alle evoluzione dei consumi a livello mondiale.
Se dovessimo basarci, quindi, sui dati attuali e sulle previsioni, almeno su quelle macroeconomiche, potremmo dormire sonni tranquilli. Ma purtroppo non possiamo solo guardare i dati generali soprattutto quanto ci riferiamo al vino italiano che tuttora è rappresentato da un dedalo incredibile di diversità produttive, territoriali, culturali e politiche.
E queste diversità sono tutte ben rappresentate a Vinitaly e, nonostante i riflettori rendano tutto più luminoso all’interno dei padiglioni di VeronaFiere, è indubbio che il vino italiano si muova a velocità molto differenziate al suo interno.
A questo riguardo citiamo un’osservazione che un noto direttore di un popolare magazine dedicato al vino ci ha fatto dopo tre giorni di Vinitaly:”Ho una strana sensazione in questo Vinitaly. Apparentemente sembra che vada tutto molto bene eppure sento una sensazione di disagio ma non riesco a spiegarmi il motivo”.
Noi ci permettiamo ancora una volta di evidenziare, come lo avevamo fatto nel nostro articolo pre Vinitaly, che il “disagio” risiede proprio nelle grandi contraddizioni del nostro sistema produttivo. Vi è ancora un numero elevatissimo di denominazioni “orfane” di organizzazione e di aziende leader; di imprese alla ricerca di una strutturazione (in termini di risorse umane adeguate) capace di renderle veramente competitive soprattutto sui mercati internazionali; di punti di riferimento istituzionali autorevoli, forti, capaci di influire concretamente sugli indirizzi della politica vitivinicola del futuro (su questo presto interverremo presto perché questo Vinitaly ha messo in risalto divisioni e contraddizioni che ci hanno lasciato molto perplessi).
Per questo noi pensiamo che sia giusto tenere fuori dalla porta di Vinitaly i problemi. Ma si devono trovare presto le sedi adeguate per confrontarsi su tematiche che si stanno facendo sempre più impellenti. Noi ne citiamo alcune senza un ordine gerarchico preciso:
- avere una regia sull’internazionalizzazione autorevole ma soprattutto chiara. Lo scriviamo senza paura la vicenda recente sull’ocm vino non è per nulla tranquillizzante e tanto meno il ruolo del Ministero delle politiche agricole, il suo rapporto (non) con le Regioni; lo stesso recupero di un ruolo e responsabilità all’Ice (con relativa dotazione economica a disposizione) va spiegato bene per non risultare l’ennesima riesumazione di vecchi enti, uno degli sport più praticati storicamente nel nostro Paese;
- come recuperare il mercato Italia, a partire da una strategia di miglioramento delle vendite dirette in tutte le sue forme (da quella aziendale all’online dove siamo in netto ritardo rispetto a moltissimi altri Paesi);
- come ridare reputazione adeguata a certe denominazioni e posizionamenti sufficienti per dare sostenibilità seria alle imprese;
- come ricostruire un’informazione seria, autorevole e utile a questo settore.
Abbiamo tenuto per ultimo questo punto che ci riguarda direttamente ma che riteniamo sia lo specchio di quanto affermato precedentemente.
Non può un comparto economico crescere, evolversi in maniera adeguata senza anche un’informazione a supporto autorevole e credibile.
Chi fa informazione, soprattutto economica, deve sforzarsi di approfondirei i temi, di studiare, di non limitarsi alle apparenze, di confrontarsi con coraggio con gli imprenditori, i manager.
Purtroppo non abbiamo fonti informative esaustive ed è difficile averle in un settore così frammentato e complesso, ma questa non deve essere sempre una giustificazione per limitarsi al solito “compitino” di riprendere qualche numero qua e là.
Ma le aziende, le istituzioni devono altrettanto aiutare la crescita di un’informazione libera ed indipendente senza la quale tutto rischia di diventare più fumoso e indecifrabile e alla fine a rimetterci sarà soprattutto l’economia di questa filiera del vino, così preziosa per il nostro Paese.



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