Devo ammettere che, tra le cose che preferisco del mio lavoro, c’è quella di leggere le analisi sui consumatori, le indagini sulle nuove tendenze e, più in generale, gli approfondimenti socio-economici.
È uno studio che, in qualche misura, ti obbliga a guardare anche dentro te stesso e ad osservare con maggiore attenzione quanto “ti gira intorno” all’interno del tuo mondo professionale.
Per questa ragione ritengo molto utile questo tipo di approfondimenti, di analisi che hanno inevitabilmente un impatto importante anche per il nostro comparto vitivinicolo.

Gli spunti sarebbero tantissimi e, sicuramente, avrò modo di evidenziarne parecchi durante questa fine ed inizio nuovo anno.
In questo editoriale mi vorrei però soffermare su alcuni “trend” che due osservatori autorevoli (che sfruttano in particolare nelle loro analisi i big data dei social media) come Mintel e GWI hanno evidenziato per il 2023.

La prima tendenza che emerge si potrebbe sintetizzare nel titolo “La stabilità è sexy”. Come non essere d’accordo. Anche prima della pandemia e della guerra russo-ucraina stavamo vivendo una fase di grande incertezza, ma le due drammatiche vicende hanno ulteriormente peggiorato la situazione.
E se per un po’, come è giusto ed inevitabile, potremmo dire che tutta l’umanità ha cercato di adattarsi alla situazione (che alternative abbiamo?) è indubbio che oggi la stanchezza (soprattutto quella psicologica) si fa sempre più sentire. Ed è per questo che, se nel passato l’instabilità poteva apparire anche uno stimolo per evolversi e per cambiare, oggi appare una sorta di condanna che tutti vorremmo evitare.

Ma questo come si potrebbe tradurre sul fronte dei consumi? In una ricerca di prodotti, di brand più “confortevoli” e “rassicuranti”. Un esempio concreto lo abbiamo già vissuto in quest’ultimo difficile triennio durante il quale, se ben osserviamo, sono stati i brand più “solidi”, più forti e riconoscibili quelli che sono riusciti non solo a sopravvivere meglio, ma spesso anche a crescere.

Un altro “trend” che ritengo interessante evidenziare è invece condensabile nel titolo “La semplicità è il nuovo lusso” e sono sempre di più nel mondo i consumatori che sono disponibili a pagarla anche notevolmente.

Pensandoci bene, anche questa tendenza, se così possiamo chiamarla, è fortemente legata a questa epoca così difficile che in qualche misura ci porta a riconsiderare i beni essenziali.
Mi viene in mente a questo riguardo un pensiero del grande Oscar Wilde: “La vita non è complessa. Siamo noi essere umani ad esserlo. La vita è semplice e le cose semplici sono quelle giuste”.
Probabilmente nel passato avremmo considerato affermazioni di questo genere come frasi un po’ demagogiche, scontate, retoriche. E invece penso che oggi la semplicità sia un valore assolutamente recuperato e per tanti aspetti questa potrebbe essere un’ottima notizia.

In questo caso quali potrebbero essere le conseguenze per il nostro amato vino?

Io penso che la prima “conseguenza” di questa maggiore ricerca di semplicità sia uno straordinario aumento del fabbisogno di autenticità. Ciò significa che i brand più vincenti saranno quelli in grado di apparire sempre più autentici e credibili. Non è un caso, a questo riguardo, che anche parecchi brand del lusso si stiano spostando da una comunicazione più “astratta” ad una più “concreta”, più legata alla terra, alle persone. In questa direzione lo Champagne è un osservatorio straordinario per comprendere concretamente questo cambiamento di rotta.
Questo determina pertanto, a mio parere, una grande modifica anche nello storytelling delle nostre imprese che dovrà essere orientato maggiormente alla “concretezza” rispetto all’”ostentazione”.

Ultima tendenza che vorrei mettere in risalto è quella racchiusa nel titolo “Localismo internazionale”. Sembrerebbe un ossimoro: in realtà, sta ad indicare come sempre più consumatori a livello internazionale sono orientati all’acquisto di prodotti locali, ma non tanto e non solo per orgoglio territoriale quanto per proteggersi finanziariamente, dal punto di vista ambientale e psicologico e sentire di restituire qualcosa di importante alla propria terra.

Viene più facile comprendere quanto quest’ultima tendenza possa avere impatto anche nel nostro settore vitivinicolo. Il consumo più “localistico”, infatti, potrebbe avere una notevole influenza anche sul nostro export, soprattutto in quei Paesi a forte vocazione vitivinicola.

In conclusione, mi sembra che le nuove tendenze, che di fatto sono già in atto, possono essere comunque “amiche” delle imprese del vino, soprattutto di quelle che sapranno cogliere queste evoluzioni e, in particolare, quelle che accetteranno la sfida della trasparenza e autenticità, a prescindere dalla loro dimensione.
Due fattori che se fino a pochi anni fa potevano apparire degli optional, oggi sono considerati dai consumatori di tutto il mondo dei requisiti fondamentali nelle loro scelte di acquisto.