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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 19 Novembre 2021

Cop26: solo bla bla o un passo avanti serio?

La conferenza dell’ONU sul clima ha suscitato molti commenti discordanti, tra chi l’ha considerata un successo e chi invece l’ennesima occasione persa.

di Fabio Piccoli

Se c’è un comparto decisamente interessato e coinvolto sul tema delle mutazioni climatiche è quello del vino. Ma, ormai, questo tema riguarda tutta l’umanità, vista la situazione oggettivamente sempre più allarmante.
Da ciò la grande aspettativa attorno all’annuale conferenza dell’ONU sul clima, la cosiddetta Cop26 (Cop sta per Conferenza delle parti) che si è recentemente conclusa nella città scozzese di Glasgow.

La Cop26 era stata preceduta dall’evento dedicato ai giovani Youth4Climate a Milano in contemporanea con il G20, durante il quale i leader dei Paesi economicamente più ricchi hanno promesso (ancora una volta) di impegnarsi a limitare il riscaldamento globale senza però specificare come e, soprattutto, con che tempi. Prima di andare ad evidenziare alcuni dei principali “risultati” di Cop26 è interessante notare come già nella premessa vi sia, a mio parere, una grave contraddizione: l’idea che esista una visione dei giovani rispetto alla problematica del clima diversa rispetto ai, chiamiamoli, meno giovani.

Anche la reportistica di queste ultime settimane, realizzata dalla maggior parte dei media, ha enfatizzato questa differenziazione facendo vedere immagini con giovani che protestano e invece i meno giovani che si abbracciano in simposi affollati soddisfatti dei risultati conseguiti. Qualcuno potrebbe obiettare che non c’è nulla di nuovo: nella storia sono sempre i giovani a contestare le decisioni, gli atteggiamenti delle generazioni che li precedono.

Ma qui la questione è diversa, stiamo parlando di clima, di un’emergenza che non ha colori ideologici, né tanto meno età: riguarda tutti alla stessa maniera. Non a caso l’intervento che è stato maggiormente apprezzato a Glasgow è stato quello di un uomo di 95 anni che risponde al nome di David Attenborough, il più noto naturalista e divulgatore scientifico al mondo.
"Nella mia vita - ha detto Attenborough - ho assistito ad un terribile declino. Nella vostra potreste assistere ad una splendida ripresa”. Il noto naturalista ha inoltre esortato i leader mondiali a fare della lotta ai cambiamenti climatici "un'opportunità per creare un mondo più equo". "Non dovete farlo per paura, ma per speranza, va lanciata una rivoluzione industriale sostenuta dall'innovazione sostenibile, usando la natura come alleata".

Difficile non concordare con il grande Attenborough. Ma, alla fine della Cop26 2021, possiamo affermare che il popolare documentarista britannico è stato ascoltato dai grandi del pianeta?
Secondo Greta Thunberg, la nota attivista svedese, assolutamente no e così ha sintetizzato il suo parere: “Ecco un breve riassunto: Bla, bla, bla. Ma il vero lavoro continua fuori da queste sale. E non ci arrenderemo mai, mai”. Sulla stessa linea di Greta gran parte delle organizzazioni ambientaliste che considerano il “compromesso” raggiunto a Glasgow una serie di promesse legalmente non vincolanti in quanto non è un Trattato internazionale e non sono previste sanzioni a chi non le rispetta.

Ma in sostanza a quali conclusioni si è arrivati a Glasgow?

Il cosiddetto Glasgow Climate Pact (e, più precisamente, la terza versione rimaneggiata all’ultimo minuto) richiede ai ai 197 paesi presenti (più la UE) di «rivedere e rafforzare» gli obiettivi di tagli alle emissioni di Co2 per il 2030. Gli Stati sono chiamati a presentare dei nuovi piani a fine 2022, alla prossima Cop che si terrà in Egitto (a Sharm el-Sheikh), per rispettare l’impegno di mantenere il riscaldamento a 1,5 gradi a fine secolo. Ma nel testo finale c’è un’attenuante: «tenendo conto delle differenti circostanze nazionali», che lascia un margine di manovra a quei Paesi, come Cina e India in primis, che hanno richiesto un notevole rallentamento dell’azione.

In sostanza, proprio sul fotofinish, India e Cina hanno imposto una modifica che può sembrare solo di lessico e che invece avrà un impatto decisamente notevole e cioè sul tema dell’utilizzo del carbone di sostituire la parola “phasing-out” (eliminazione progressiva) con “phasing-down” (diminuzione).

Si tratta, ovviamente, di un blitz che compromette molto della validità e importanza dell’accordo; basti pensare che l’India è il terzo Paese per emissioni derivanti da combustibili fossili, e molta parte della sua energia deriva  proprio dal carbone (70% della produzione di energia nazionale). Senza contare che oltre quattro milioni di indiani lavorano nella filiera del carbone e il suo consumo è raddoppiato nell’ultimo decennio.

Certo, come ha sottolineato il negoziatore Usa John Kerry, “Il meglio è nemico del bene”, ma aldilà del cercare di vedere del buono in questa tipologia di compromessi è indubbio che si rimanga con l’amara sensazione di un’altra occasione persa.
E a chi dice che comunque i Paesi si sono impegnati a raddoppiare i finanziamenti alla cosiddetta transizione ecologica è bene ricordare che i 100 miliardi di dollari all’anno che erano stati previsti nella conferenza del 2009 verranno forse rispettati nel 2023: risulta difficile essere ottimisti sul raddoppio, considerando anche l’assenza dell’obbligatorietà.

Ora si sposta tutto in Egitto, a fine 2022 alla Cop26 di Sharm el-Sheikh, dove ancora una volta si dovrà promettere di rispettare l’impegno di mantenere il riscaldamento a 1,5 gradi a fine secolo.
Ma, anche sul suggestivo Mar Rosso, i grandi (si fa per dire) di tutto il mondo andranno con la solita attenuante: “tenendo conto delle differenti circostanze nazional”, e sappiamo già come andrà a finire.