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Export Lunedi 11 Gennaio 2021

Scontro commerciale Australia-Cina: le cantine vinicole australiane di proprietà cinese denunciano comportamenti scorretti

S’inasprisce la disputa tra Cina e Australia. Alcune aziende vinicole australiane, ora di proprietà cinese, sostengono di subire discriminazioni dopo che una campagna social ha diffuso la lista di 41 cantine da boicottare.

di Giovanna Romeo

L’ultima tra le tensioni politiche e commerciali della saga tra Australia e Cina, che ha recentemente annunciato l’aumento dei dazi sul vino fino al 212,1 %, si svolge intorno alla lista resa nota la scorsa settimana nella quale 41 cantine australiane sarebbero state messe al bando perché ritenute di proprietà cinese. Tre quelle citate alcune del Sud Australia, Victoria, Tasmania e soggetti trasversali come Auswan Greek - il terzo più grande esportatore di vino australiano verso la Cina -, oltre KiliKanoon Winery, azienda con un pacchetto di maggioranza in mano alla Cantina Changyu, la più grande realtà vinicola cinese. 

Per tutte le 41 aziende non sono chiare le quote societarie in mano ai cinesi. La lista infatti non ha nulla di ufficiale in quanto nell’ultimo Register of Foreign Ownership disposto dall’agenzia australiana che sovraintende gli investimenti stranieri - The Foreign Investment Review Board -, non sono inclusi specificatamente dati riguardo vigneti e cantine.

KiliKanoon Winery, fondata nel 1977 e situata in Clare Valley, nel 2017, quando l’attenzione verso il vino australiano era all’apice dell’interesse, ha venduto l’80% delle sue azioni alla Changyu Pioneer Wine Company per 20.6 milioni di Dollari Australiani (13 milioni di Euro). Dopo la campagna virale sui social media, il direttore generale Warrick Duthy, ha denunciato all’ABC News Australiana vessazioni verso il proprio staff e una cospicua diminuzione del volume d’affari. Un importante cliente avrebbe cancellato la prenotazione della visita in cantina dopo avere saputo che la tenuta è in mano ai cinesi. 

Bill Snedon, dell’Allandale in Hunter Valley, riferisce che l’azienda è stata presa di mira per la presenza nel team di due manager di Hong Kong. 

La campagna denigratoria ha causato contraccolpi anche sul tasso di occupazione che potrebbe peggiorare se le tensioni non dovessero cessare. Lo scontro commerciale d’altronde non si esaurisce qui. La mossa scioccante di fine novembre da parte della Cina, con l’annuncio di dazi anti dumping fino al 212.1% sull’importazione di vino australiano, vede oggi un ulteriore scorrettezza con una tassazione del + 6%, mentre il governo australiano, per opporsi all’atteggiamento arrogante della Cina, cerca di rinforzare il sentimento anti cinese con una campagna di sensibilizzazione itinerante da parte di alcuni esponenti politici.

Va ricordato che l’Australia è il più grande “fornitore” di vino per il mercato cinese vantando una fetta del 40%, mentre la Cina è in generale per l’Australia il più importante mercato per le esportazioni. Le scaramucce, che risalgono all’inizio del 2020, non riguardano però solo il vino. Le prime tasse anti dumping imposte dalla Cina prendono di mira l’orzo che vale per l’Australia 600 milioni di Dollari. Il governo cinese ha poi bloccato i generi più disparati, dalla carne allo zucchero fino al legname, oltre a carbone e aragoste, quest’ultimo caso scoppiato a novembre con il blocco dei carichi per alcune verifiche. 

Il ministro del Commercio di Camberra, Simon Birmingham, manifestando preoccupazione per gli sviluppi futuri, riferisce che il governo australiano è pronto a ricorrere legalmente attraverso l’organismo super partes World Trade Organization (l’organizzazione internazionale con il compito di supervisionare gli accordi commerciali). L’obiettivo è di chiarire i fatti e riportare i rapporti bilaterali a un livello accettabile di rispetto e cooperazione. Non sarà un processo semplice e breve. A oggi la tensione tra i due Paesi rimane invariata.

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