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Mercato Italia Giovedi 21 Gennaio 2021

La triste farsa della chiusura delle enoteche alle 18

La risposta del ministro dello sviluppo economico Patuanelli all’interpellanza contro il divieto di vendita per asporto di bevande alcoliche ed analcoliche da parte dei negozi specializzati (enoteche in primis) dopo le 18 ha fatto emergere ulteriormente l’assurdità di tale decisione.

di Fabio Piccoli

C’eravamo ripromessi come linea editoriale di non entrare mai nelle questioni legate alle decisioni del Governo sul tema della pandemia. Avevamo deciso di stare alla larga, almeno dal punto di vista editoriale, dai Dpcm che stanno, come tutti sanno, condizionando le nostre vite e le nostre imprese ormai da un anno. 

La nostra scelta non è stata certo dettata da codardia o quieto vivere ma semplicemente abbiamo preferito far parlare su questo tema le organizzazioni professionali i cui comunicati (a partire da quelli della Fipe) continuiamo a divulgare nel nostro magazine.

Ma la risposta del ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli durante il question time del 20 gennaio scorso sul tema del divieto di vendita per asporto dopo le 18 di bevande alcoliche ed analcoliche da parte di tutti i negozi specializzati con codice Ateco 47.25 (le enoteche tanto per intenderci), inserito nell’ultimo Dpcm, ci ha veramente fatto salire i cosiddetti fumi in testa anche a noi che normalmente cerchiamo di fuggire alle reazioni eccessive.

Ma in questo caso è veramente difficile rimanere tranquilli perché già la scelta del Governo di inserire questo divieto l’avevamo ritenuta veramente inspiegabile ma, in qualche misura, ci auguravamo che vi fossero motivazioni serie alla base e invece dal ministro Patuanelli abbiamo scoperto che tutta la colpa è di un povero enotecario di Trieste, sua città natale, reo di aver causato con il suo esercizio un assembramento esterno per il quale ha dovuto pagare una sanzione. 

Patuanelli ha raccontato durante il question time che la risposta del malcapitato enotecario è stata: “Cosa posso fare io contro i possibili assembramenti fuori dalla mia enoteca?”.

E allora la risposta del ministro è stata quella, seppur a malincuore, di penalizzare tutte le enoteche italiane, già martoriate da un 2020 che le ha viste perdere mediamente oltre il 50% del loro fatturato, chiudendole dopo le 18.

In sostanza il ministro Patuanelli ha spiegato che quanto successo  fuori dall’enoteca triestina è una possibilità che può essere molto più frequente rispetto a quanto invece si può verificare fuori da un supermercato

Quello che lascia stupefatti di questa ennesima dimostrazione di divieti a “random” è che non esiste nessun criterio oggettivo nel definire una precisa strategia di difesa nei confronti di questa maledetta pandemia. Si agisce solo utilizzando un criterio emozionale, il sentito dire, l’aneddoto che una volta ci si limitava a raccontare al bar.

Lo stesso ministro ha ammesso durante il question time che le scelte fatte nell’ambito dei numerosi Dpcm sono state molto difficili e probabilmente alcune erano giuste e altre sbagliate. Come pure sempre Patuanelli ha dovuto ammettere che l’essere in questa fase ministro dello sviluppo economico gli appare un ossimoro. In effetti essere una figura chiave nello sviluppo economico ed intraprendere azioni che vanno in direzione opposta sicuramente non deve essere facile per il nostro ministro.

Ma proprio per questo rimaniamo basiti rispetto alla superficialità con la quale vengono prese decisioni sulle quali si basa la sopravvivenza di un mare di imprese.

Possibile che in un anno non si sia stati in grado di sviluppare strumenti di monitoraggio serio del contagio, dei luoghi veramente a rischio? E siccome non sappiamo ancora nulla al riguardo, non abbiamo uno straccio di dato statistico sulle modalità di contagio, colpiamo a casaccio quella o quell’altra categoria che quasi sempre, però, risponde al nome dell’Horeca in tutte le sue diverse espressioni.

Cosa aspettarci quindi da un approccio di questa natura? Purtroppo nulla di buono e questo non c’entra nulla sui colori del Governo, sulle personali opinioni politiche o partitiche, ma semplicemente la constatazione di un’improvvisazione che non può non spaventare chiunque abbia responsabilità di impresa.

Bene ha fatto il bravo presidente di Vinarius (la nota associazione di Enoteche italiane), Andrea Terraneo, a scrivere al premier Giuseppe Conte e ai ministri Patuanelli e Speranza, per chiedere la rimozione dal Dpcm di questo divieto che “discrimina il nostro settore lasciando invece libertà di vendita di tali bevande a tutti i negozi commerciali”.

“Appare evidente, Signor Presidente - è scritto nella lettera del presidente di Vinarius - che lo spirito che anima tale divieto non è demonizzatorio nei confronti delle bevande alcoliche in sè ma è invece quello sanitario volto a evitare assembramenti, fattore di primaria importanza per tutti noi in questo difficile momento. Non comprendiamo però il motivo per cui viene impedito a centinaia di enoteche sparse sul territorio nazionale di operare lasciando invece libertà di farlo alla grande distribuzione organizzata incorrendo maggiormente nel rischio di assembramenti. Le chiediamo pertanto la cancellazione di questa misura affinché non vengano penalizzate tutte quelle attività comprese nel divieto che stanno operando da mesi con massimo rigore e attenzione alla tutela della clientela e nel rispetto delle normative”.

Ci auguriamo che l’appello di Terraneo porti a più seri e ragionati provvedimenti ma non siamo molto ottimisti su questo fronte ultimamente.