Abbiamo intervistato Jason Forbes, direttore e manager sia del Ristorante Villa Macri che del Wine Gallery nella stessa location, un sommelier della Court of Master Sommeliers.

Ha iniziato la sua carriera quasi per caso poiché da appassionato di vini è stato scelto come collaboratore al Villa Macri a Granger, Indiana. Diventato Wine director, ha iniziato la sua formazione sul mondo dei vini, specialmente su quelli italiani, contriubendo così anche al successo del ristorante e della sua Wine Gallery. 

Infatti, da wine shop aperto solamente nella sala d’ingresso del ristorante, il Wine Gallery è così diventato un’istituzione della cucina raffinata: con oltre 600 referenze selezionate, è l’unico ristorante in quella zona ad essersi meritato i due bicchieri di Wine Spectator, il cosiddetto Best of Award of Excellence.

1. Gli abbiamo chiesto quale sia il suo rapporto con la cultura italiana.

Amo il vino ed il cibo italiano e conosco varietà, vitigni e regioni tramite libri e seminari. Per me l’immersione totale è l’unico modo per capire e apprezzare questa cultura. Ho imparato con un viaggio a Bordeaux che mangiare nei ristoranti locali, camminare tra i vigneti con i vignaioli e i produttori, vivere a pieno il territorio, sia l’unico modo per arrivare a comprendere totalmente una cultura ed un Paese. Quindi, sebbene io mi senta molto legato all’Italia e i suoi vini, credo di dover venire nel vostro Paese per capire appieno tutto ciò che è davvero e ammirarla. Non vedo l’ora di venire, è nei miei piani non troppo futuri!

2. Avere a disposizione 600 etichette di qualità e trasformare un semplice wine shop in un circolo per amanti del vino non è una scelta comune, ma una scelta mirata e precisa: come selezioni le bottiglie e quanto è importante la selezione italiana nella vostra lista vini? 

L’idea alla base è poter proporre le migliori bottiglie che il mondo può offrire. Per questo motivo, e perché ci vogliamo porre come “culla” di una cultura legata al vino, applichiamo un piccolo mark-up dal prezzo retail allo shop per coloro che vogliono bere la bottiglia nel locale, in abbinamento ai piatti. Inoltre cerchiamo di avere un’offerta a tutto tondo che possa incontrare varie esigenze di prezzi dei nostri clienti. Nella nostra lista, una grande percentuale è dedicata all’Italia: 200 etichette, che coprono una percentuale di circa il 30% di tutti i nostri vini.

3. Parlando in particolare di vini italiani, quali sono i gusti e le preferenze dei consumatori americani a questo riguardo? La grande varietà della produzione Made in Italy viene percepita ed apprezzata?

Il consumatore che entra nel nostro locale è molto diversificato. Alcuni amano il Moscato D’Asti, altri puntano di più sul più sicuro Nebbiolo e Sangiovese, altri ancora cercano di scoprire qualcosa di più nuovo come il Lagrein o il Sagrantino. Se dovessi fare una generalizzazione, direi che la maggior parte di essi puntano a vini dal profumo pulito (in USA si usa molto il termine “clean wines”), netto in riferimento alla tipologia, con sentori che non possono essere mascherati da altre sensazioni; non troppo complessi e prodotti con interventi minimi. I clienti così riescono a percepire meglio i sentori di terra, di aia, eccentrici, figli del territorio, ma non li apprezzano particolarmente. Amano portare al naso un bicchiere e percepire ciliegie, more, e cioccolato.

I nostri ospiti apprezzano molto le differenti varietà di vini italiani e i rispettivi metodi di produzione. Quando organizziamo degustazioni che sottolineano quelle che sono le differenze tra, per esempio, Valpolicella, Ripasso, Amarone oppure Brunello, Vino Nobile, Chianti Classico e Montecucco, sono sempre molto frequentate.

Penso inoltre che la maggior parte dei consumatori riesca a distinguere i vini di alta qualità, anche se tutte le nostre selezioni sono accurate e quindi non mi sento di poter dire di offrire vini che non soddisfino standard qualitativi elevati: posso dire però che quando sto per aprire una bottiglia di Tignanello sono molti i volti che fanno trasparire impazienza in vista di un assaggio.

4. Organizzate molti eventi legati al vino, come il cosiddetto “Passaporto del vino” oppure degustazioni alla cieca o festival. Perché questa scelta? Gli americani rispondono bene a questo tipo di iniziative?

Gli eventi e le serate organizzate per degustazioni a tema sono ciò che ci contraddistingue: senza di questi saremo solamente un ristorante come tanti. Quello che cerco di fare è inventare sempre modi nuovi, divertenti e interessanti per mettere in relazione il vino con le persone. Ma non solo, sono i nostri clienti che mi ispirano spesso e sono parte attiva nel proporre eventi ed idee.

In merito al “Passaporto del vino” è una serata speciale e di gran successo durante la quale immergiamo i clienti nella nazione che stiamo esplorando in quel giorno, tramite cibo, vino e musica tipici di quel luogo. Quest’evento è stato proprio un’idea di uno dei nostri più fedeli clienti, che si è prenotato a 18 serate consecutive di questo tipo: aveva bisogno di qualcosa che lo “potesse” far tornare ogni settimana. Ne organizziamo addirittura due per l’Italia: uno con i vini medio alti, uno con quelli più esclusivi e costosi.

Inoltre, il mio evento preferito, chiamato The Cork Master Open, è stato tratto dalla sitcom televisiva dove due fratelli mettono in mostra le loro abilita e prodezze di degustazione. È una degustazione alla cieca: siamo giusti quest’anno alla 12esima edizione, e ancora la gente lo adora come all’inizio. Altri eventi sono il Wine 101 class, Opera Wine Night, Wine Olympics, World Cup of Wine, Wine Food Pairing Seminar, Annual Summer Wine Festival, Annual Bubbles Around the World, Chocolate and Wine Pairing, e numerose più classiche cene di degustazione con abbinamenti.

Per di più, diamo la possibilità di assaggiare sempre almeno 8 nuovi vini alla settimana, con l’opzione di prenderli al bicchiere. Cerchiamo di mantenere continuamente la novità, che ci permette di vedere gli stessi volti molte volte durante un mese, e ci permette anche di imparare sempre nuove nozioni su vini e regioni.

5. La vostra lista, proprio perché così esclusiva e sempre innovativa, è stata scelta per il premio Wine Spectator “Best of Award of Excellence”, questo è il quarto anno di fila: è cambiato qualcosa in termini di clientela? I consumatori americani sono interessati a riconoscimenti o premi?

È appagante essere riconosciuti per tutti gli sforzi fatti, ma in merito all’affluenza della clientela, questo premio ha inciso relativamente. A questo proposito, credo che il consumatore medio americano stia via via diventando sempre meno legato ai premi, desensibilizzato dal fatto che ogni adv riporti il punteggio “90” o più, riconosciuto da chissà quale critico o rivista random. Le scelte dei vini non sono più influenzati dai critici, bensì i clienti danno ascolto ai loro gusti e preferenze, ed allo stesso modo io ascolto solamente quelli che comprano e assaggiano i vini da me, ovvero i miei clienti.

6. In merito alla pandemia ed agli effetti che ha avuto sul canale horeca: avete fatto qualche azione per rimanere un più attivi e reinventarvi in quel (speriamo concluso definitivamente) periodo?

Siamo fortunati: facciamo parte di quel gruppo di ristoranti che, grazie alla loro proposta così travolgente, può contare su un seguito di wine lovers elevato. Ci hanno supportato quando siamo stati obbligati al solo servizio d’asporto. La nostra strategia negli anni ha avuto successo, in quanto abbiamo sempre cercato di creare una atmosfera tale per cui, ogni cliente sentisse il nostro ristorante come se fosse suo. Questo perché da wine shop e ristorante siamo ormai diventati un circolo, un luogo di ritrovo del quale i clienti si sentono quasi parte della proprietà.

La situazione ora però è tornata nella norma, ad un livello pre-pandemia: siamo più impegnati che mai.


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