I numeri dei consumi globali sono impressionanti e ci confermano non solo le nuove abitudini, in primis la pandemia e la chiusura dei locali on premise, ma anche il calo demografico; aspetti fondamentali che tracciano nuovi modelli di consumo. Cambiano le situazioni, e insieme ad esse le nostre priorità e di conseguenza le nostre scelte. Lo sostiene in un articolo Wine Business International, affermando che in Francia una buona fetta di consumatori ha smesso di bere vino quotidianamente, relegandolo a un consumo prettamente da “week end”. Il rapporto di FranceAgriMer – l’Ente Nazionale dei prodotti agricoli e ittici – riferito all’anno 2015, ha osservato come il 46% della popolazione di età superiore ai 15 anni beva abitualmente vino solo nel fine settimana; il 29% anche durante la settimana. Nello stesso rapporto, il 25% di uomini e il 39% di donne hanno dichiarato di non consumarne; solo l’11% di uomini e il 23%, rispettivamente, ne bevono regolarmente.

Nel 2019 la Francia ha detenuto il primato di impiego di vino pro capite, al primo posto nella lista dei 10 paesi che registrano i consumi più alti. Seguono Portogallo, Slovenia e Andorra. All’ultimo posto la Germania, preceduta dall’Austria. Quinta l’Italia. Il consumo di vino si è sviluppato principalmente nei paesi al di fuori dell’Europa continentale, Scandinavia, Regno Unito, Nord America, Australia, Cina Giappone e Corea. In alcuni di questi, come Australia, Stati Uniti e Cina, la crescita della produzione locale ha contribuito ad aumentarne l’impiego e il consumo. Il vino ha beneficiato di una maggiore accessibilità grazie a vini varietali più vicini al consumatore, percepiti con meno preoccupazione rispetto a brand e costo. Il vino è associato sempre di più a una bevanda consumabile al di fuori del pasto, proprio come la birra, che peraltro è cresciuta tra i consumatori abituali dal 12% al 18% nei cinque anni intermedi 2010 e 2015. Secondo gli analisti, la sfida maggiore per l’industria del vino si disputerà proprio sul piano demografico: i consumi di vino non riescono infatti a intercettare i giovani adulti e la pandemia ha solo accelerato il problema.

Dopo il calo conseguente alla crisi economica globale del 2008, il consumo mondiale è cresciuto per poi riassestarsi nuovamente. Uno dei motivi è l’attrattività di bevande alternative, birre artigianali, Hard Seltzer o distillati come il gin. Anche le bevande analcoliche stanno guadagnando quote di mercato grazie ai consumatori più giovani che scelgono di condurre una vita più sana, procastinando l’uso di alcol. Il vino perde quote di mercato a favore di altre categorie di bevande a prezzi accessibili, che stanno facendo anche un ottimo lavoro di marketing.

Mantenere una base di consumatori premium – quelli che bevono meno, ma vogliono avere un prodotto speciale – sarà il punto su cui riflettere nelle strategie a lungo termine dei grandi produttori, ovvero fare meno affidamento su prodotti di basso valore e alto volume, e migrare verso vini di volume inferiore ma di prezzo più alto.

Gli osservatori dei mercati internazionali puntano all’India, ma tengono in considerazione anche la Cina che si spera torni nuovamente a crescere dopo la pandemia e il drammatico aumento dei dazi applicati alle importazioni australiane. L’aumento dei viaggi all’estero della classe media cinese e i copiosi investimenti verso l’industria fanno ben sperare. Si guarda anche all’Africa, dove la popolazione più giovane può offrire un interessante mercato di consumatori.