Era il 2008 quando il winemaker Ben Parsons, intervistato per Forbes da Hudson Lindenberger, decise di mettersi in gioco e aprire in un edificio industriale nella periferia di Denver, The Infinite Monkey Theorem (TIMT), un progetto coraggioso per qualcosa di mai visto prima: una “urban winery” in cui servire vino alla mescita con la possibilità di offrire differenti blend. Pochi anni dopo (2011) Parsons debutta all’Aspen Food & Wine Classic con la sua prima confezione di vino in lattina, conquistando il pubblico e dando l’avvio all’ennesimo cambiamento nel settore.
C’è chi come Parsons è nato con l’idea del vino in lattina, convinto che se il vino è ciò che conta (ovvero un contenuto di assoluta qualità) la lattina rimane solo un mezzo più semplice di consumo, più immediato, contemporaneo, ecologico. Facilmente rinfrescabile, comoda da trasportare, affine alle nuove generazioni anche dal punto di vista delle dosi, generalmente solo due bicchieri di vino, la lattina non si pone l’obiettivo di sostituire la bottiglia di vino che rimane il formato ideale per i grandi vini.
Ben Parsons ricorda come i tentativi di mettere il vino in lattina siano iniziati, con scarso successo, negli anni ‘70. Il mondo enologico aveva infatti creato una sorta di barriera intorno a sé per dare la sensazione che il vino fosse un prodotto elitario, contrastando il cambiamento con l’idea di poter mantenere prezzi più alti.
Fatto sta che nel 2020 il vino in lattina è cresciuto del 61%. I consumatori, grazie anche al periodo di lockdown, hanno abbracciato categorie di prodotti completamente nuovi, generalmente quelli per un consumo più alla mano e più sostenibile dal punto di vista ambientale, sicuramente più vicini al gusto e ai bisogni delle nuove generazioni. Tra questi spicca il vino in lattina, un trend che nasce nei paesi anglosassoni come Stati Uniti e Regno Unito e che, come sottolineato in un nostro precedente articolo, è fortemente in crescita. Si prevede che entro il 2022 raggiungerà le 366 milioni di unità.
Anche WICResearch, il più autorevole osservatorio dello sviluppo dei vini in lattina, sottolinea come le prime esperienze di vino in alluminio risalgono al 1936. È dai primi anni del 2000, invece, che si registra un certo interesse tra i consumatori abituali di vino, cresciuto grazie a importanti aziende come la Francis Ford Coppola. Anche l’Italia, ancora un po’ scettica nonostante molti produttori si stiano adattando al processo inarrestabile del fenomeno lattina, viaggia verso questa direzione. Mentre britannici e americani hanno spostato la soglia del consumo elevandola del + 10%. Il mercato globale dei vini in lattina è stato valutato per il 2020 di 211,4 milioni di dollari e secondo l’osservatorio Canned Wine Market Report 2021 -2028, si prevede un tasso di crescita composto – Cagr – del 13,2%.
E mentre in questi giorni sono molte le aziende che si affrettano ad accettare la sfida del vino in lattina, Parsons ribadisce che è necessario procedere lungo l’onda della premiumizzazione, un vino in lattina, sì, ma di altissima qualità, offrendo sempre qualcosa di unico per un consumo estemporaneo. Lavorare in sintonia con la cantina ma pensare anche fuori dagli schemi orientandosi verso la ricerca e sviluppando modi alternativi per incuriosire il consumatore verso di sé.
I winemakers più conservatori sono avvisati.















































