Proseguiamo la nostra analisi sull�utilizzo delle risorse ocm vino per la promozione dei nostri vini nei Paesi terzi attraverso il parere di uno dei principali protagonisti italiani impegnato da tempo sul fronte della promozione del nostro made in Italy enologico sui mercati internazionali, Ettore Nicoletto, amministratore delegato del Gruppo Santa Margherita e presidente del Consorzio Italia del Vino. E�, in particolare, nella veste di presidente di questo Consorzio – che, ricordiamo, annovera alcune delle pi� importanti aziende italiane (Castello Banfi, Lunae, Ferrari, Sartori, Zonin, Gancia, Gruppo Italiano Vini, Librandi, Marchesi di Barolo, Medici Ermete, Santa Margherita, Drei Don�, Terredora) � che il parere di Nicoletto assume un�importanza notevole soprattutto per quanto concerne il tema dell�aggregazione delle imprese come strumento ideale per utilizzare al meglio queste risorse comunitarie.

Presidente Nicoletto, in queste settimane � emerso in maniera forte il problema del non utilizzo di importanti risorse destinate alla promozione dei vini europei nei Paesi Terzi (OCM vino), quali sono a suo parere le motivazioni di quello che appare un grave “spreco” per la valorizzazione del nostro made in Italy enologico?
Partiamo dal dato generale, almeno come emerge in queste ultime settimane: dei 102 milioni di euro di fondi OCM soltanto 85 vengono effettivamente richiesti. Considerato che la quota “nazionale” � totalmente assorbita, vuol dire che il 21% della quota regionale non viene assegnata. Una percentuale che per� non � uguale in tutto il territorio nazionale: se al centro-nord le richieste sono maggiori delle disponibilit�, al sud le domande sono ampiamente inferiori a quanto previsto dalla suddivisione nazionale. Il risultato � che le Regioni, spesso, spostano queste possibilit� di investimento dalla promozione � dove sono destinate � ad altri capitoli di spesa. Questo rappresenta per noi una lettura non puntuale della normativa. Banalmente, se sono stati assegnati 102 milioni di euro per la promozione, questo vuol dire che questa cifra � stata determinata come quella necessaria per raggiungere gli obiettivi del piano. Non utilizzarli a pieno, oppure dirottarli altrove, significa metterci gi� nelle condizioni di non raggiungere quegli obiettivi. Credo che sia necessario operare per spendere tutto il budget assegnato all�Italia anche perch� il sistema vino ha dimostrato di saper operare con efficacia se messo nelle condizioni ottimali per agire: quindi, da un lato coinvolgere le cantine del sud in ATI a carattere nazionale per non restare escluse da questa opportunit�; dall�altro, prevedere una compensazione fra le Regioni per ridistribuire le risorse per la promozione non utilizzate.

Alcuni piccoli, ma importanti produttori italiani, si sono lamentati anche sul nostro magazine dell�impossibilit� per loro di utilizzare le risorse OCM per come oggi questo strumento � strutturato. Al tempo stesso alcuni di essi denunciano la difficolt� anche di costruire Associazioni temporanee di impresa a livello regionale…
…un momento. La interrompo: non ci sono difficolt� nel costituire delle ATI se non la tradizionale scarsa propensione italica a lavorare assieme. Questo � un handicap che le cantine debbono superare e debbono farlo loro, non pu� essere altrimenti. Le ATI vanno pensate, organizzate e gestite come un “bene comune” di cui si finanzia lo start-up, si studiano strategie ed azioni che poi vanno realizzate, rendicontate correttamente al fine di veder arrivare il contributo previsto. E� un vero e proprio lavoro che richiede tempo, professionalit�, risorse iniziali; dove si agisce per il bene del gruppo e non di un singolo. Mi rendo conto che � difficile, ma � l�unico modo per vincere sui mercati internazionali dove, lo ricordo, il pi� grande fra noi � un “piccolo” se confrontato ai competitor mondiali. Quindi, basta alibi: le ATI si possono e si debbono fare.

Se dovesse stilare un bilancio di questi primi 5 anni di promozione del vino italiano con le risorse OCM vino, cosi si sente di affermare?

Il bilancio � estremamente positivo: i dati sulla crescita delle esportazioni italiane di settore di questi ultimi anni parlano chiaro. Nonostante i limiti del nostro sistema � tutti noti, inutile rifare l�elenco � i risultati sono arrivati con risposte ottime da mercati strategici sia come dato storico, sia in prospettiva futura. Rimane ancora molto da fare, ovviamente, ma i soldi spesi � questo mi sento di affermarlo � sono stati spesi bene ed hanno raggiunto l�obiettivo posto dall�autorit� europea.

Alla vigilia di un nuovo importante quinquennio di promozione con i fondi OCM (oltre 1,16 miliardi di euro) cosa ritiene sarebbe opportuno fare per migliorare la reputazione del vino italiano sui Paesi Terzi? Ritiene che sia compatibile un�efficace utilizzo di queste risorse sia per le singole imprese (almeno quelle pi� organizzate) che per una adeguata promozione collettiva delle nostre denominazioni?
La reputazione del vino italiano mi sembra al livello pi� alto di sempre: in termini di prodotto, di qualit� reale, di rapporto qualit�/prezzo, di innovazione e di tradizione (le due cose non sono in contraddizione: l�innovazione italiana del vino nasce da un savoir-faire di generazioni di vignaioli) non ci ritengo secondi a nessuno. Sull�ottimale utilizzo di questo strumento mi permetto di evidenziare la necessit� di una maggiore sburocratizzazione delle procedure in essere. Gli altri Paesi formulano alle imprese minori richieste, presentano un maggiore tasso di apertura e fiducia, e sanno rispondere in tempi pi� stretti. L�Italia, invece, si � posta in una paradossale condizione per cui noi stessi ci siamo dati regole pi� stringenti che paiono talvolta quasi ossessive. Sulla rendicontazione � che ritengo necessaria, doverosa, utile per mantenere pulito il nostro sistema � si raggiungono a volta vere e proprie “esasperazioni” che allontanano � queste s� � opportunit� concrete per le cantine pi� piccole. Non chiedo un “lascia-passare”, quanto un sistema di controllo pubblico ispirato alla reciproca fiducia.
Quanto alla promozione collettiva delle denominazioni: � una strada che come Consorzio Italia del Vino abbiamo percorso (l�esempio � il piano per la Cina in collaborazione coi Grandi Marchi) dove il territorio veniva certamente prima dei brand.
Sarebbe per� molto utile per tutti se l�Autorit� nazionale fissasse ancor pi� i suoi obiettivi strategici: ci � chiara la mission, praticamente raddoppiare le nostre esportazioni in un lasso di tempo non ampio; manca ancora un�azione complessiva di sistema. Fissare delle priorit� aiuterebbe perci� le Cantine italiane a focalizzarsi, a non disperdersi in tanti progetti, a mettersi sempre pi� in rete l�una con l�altra. Fissare le priorit� aiuterebbe anche l�Autorit� nazionale nella sua programmazione in un momento in cui le esigenze diventano sempre pi� complesse: pensiamo all�Expo, ma soprattutto alle sue successive ricadute. Come ottimizziamo i risultati di Milano 2015? Le priorit� potrebbero trasformarsi con facilit�, direi quasi naturalmente, in sinergie utili fra pubblico e privato diventando delle formidabili leve competitive. Credo che la disponibilit� ad una collaborazione di questa natura sia molto alta fra le Cantine italiane.