Il Covid, sentiamo dire frequentemente, ha anticipato di 10 anni una trasformazione che era già nei segni dei tempi.
Se essere sostenibili e digitalizzati è stato negli ultimi anni la frontiera del “nice to have”, oggi possiamo dire senza iperboli che è diventato un “must have”; il che vuol dire che, da semplice opportunità, questo nuovo modo di sentire è diventato un requisito per la sopravvivenza a lungo termine.
È questa l’interessante riflessione di Verona Wine Web 2021, ospitata da La Collina dei Ciliegi, cui hanno preso parte lo scorso 28 ottobre esponenti del mondo accademico, della ricerca applicata, dell’industria, moderati da Sebastiano Barisoni de Il Sole 24Ore.
Oggi il paradigma “intuito imprenditoriale=successo”, se non accompagnato da uno sforzo di vision, presta il fianco ad un concreto rischio di obsolescenza: il pericolo di arrivare in ritardo all’appuntamento con la sfida green-digital è quello di lasciare nell’offerta uno spazio vuoto, di cui qualcuno, più propenso al cambiamento, saprà approfittare. Vincoli normativi sempre più stringenti, e sensibilità del mercato, dettano le regole del gioco: ignorarle significa dover giocare di sponda, invece che essere protagonisti del cambiamento. Trasformare i propri processi in corso d’opera, peraltro, è in genere molto più oneroso che pensarli ex-novo.
L’algoritmo del circolo virtuoso green-digital
Ma qual è l’algoritmo su cui si base questo circolo virtuoso: la capacità di raccogliere dati e sviluppare informazioni è essenziale per migliorare la qualità del vigneto e del prodotto, e rendere l’intero processo produttivo più sostenibile da un punto di vista ambientale, sociale ed economico.
Montare un cervello sul trattore in grado di comprendere la vigoria delle piante, come ci racconta Davide Boscaro, del CREA, consente di dosare i fertilizzanti laddove il vigneto ne ha più bisogno; avere sensori automatici in grado di leggere lo stato di salute delle piante dà la possibilità di limitare i fitosanitari e permette di avere una stima anticipata sulle quantità prodotte; circostanza, quest’ultima, che ha anche un immediato risvolto gestionale.
Anche Matteo Cunial, co-fondatore di Idroplan, ci dice qualcosa dell’agronomo digitale, intelligente custode artificiale del vigneto, che grazie ad algoritmi preimpostati è in grado di contare frutti e grappoli di ciascuna pianta e di valutarne la chioma, dando informazioni preziose, per esempio, sui diradamenti da effettuare.
La buona notizia!
L’approccio sostenibile può comportare risparmi di energia intorno al 25% e di acqua fino al 50%, come ci spiega Giorgio Sordato: a tutta riprova che oggi non dobbiamo più scegliere tra il benessere del pianeta e il conto economico, in quanto la sostenibilità è un poliedro dalle molte facce, tutte compatibili.
Nello stesso segno, Giulia Baccarin, fondatrice di Mipu, ci fa capire come l’intelligenza artificiale possa svolgere un’azione di prevenzione nei confronti delle macchine impiegate nella trasformazione, arrivando a darci una diagnosi “total body” sugli impianti di vinificazione; con sensibili risparmi gestionali nel passaggio da interventi riparatori alla manutenzione di tipo predittivo.
È tuttavia essenziale che gli imprenditori metabolizzino che puntare alla sostenibilità digitale non significa applicare un bollino in qualche stadio del processo produttivo; significa accettare di entrare in un processo: i risultati di oggi tra qualche anno dovranno essere messi nuovamente in discussione. Un percorso quindi che, al pari della formazione, dà i suoi migliori frutti se viene vissuto quale occasione di crescita, e non come semplice rispetto di standard produttivi.













































