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News Mercoledi 09 Novembre 2016

Ancora mercati da conquistare per l'Amarone della Valpolicella

Intervista a Pierangelo Tommasi, l’anima export della storica azienda della Valpolicella

di Agnese Ceschi

Pierangelo Tommasi

"In qualunque parte del mondo venga condivisa una bottiglia Tommasi, questa possiede la meravigliosa capacità di mettere in relazione e connettere le persone". Questa è la filosofia della storica azienda della Valpolicella Tommasi che celebra quest’anno le 50 vendemmie di Amarone, prodotto che da sempre rappresenta la storia e l’identità aziendale e che viene esportato fin dagli anni ’70 e ad oggi è in 75 Paesi del mondo.
Abbiamo incontrato e intervistato Pierangelo Tommasi, direttore commerciale estero, colui che si occupa di raccontare e rappresentare i vini della famiglia nel mondo, e a lui abbiamo chiesto una visione d’insieme sull’Amarone e su come comunicare questo prodotto in modo coerente ed unitario alla platea internazionale.

Avete celebrato recentemente le 50 vendemmie di Amarone, che ha visto un’importante evoluzione nel tempo. Come è cambiato l’export dell’Amarone in questi 50 anni?
L’export dell’Amarone è stato un’escalation continua. E pensare che fino a 30 anni fa era un vino poco conosciuto… Oggi invece è simbolo del made in Italy e di un territorio, la Valpolicella, in tutto il mondo. La mia famiglia ha iniziato ad esportarlo agli inizi degli anni ’70 prima in USA, Canada, Svizzera, Germania e poi via via nel resto del mondo. È il vino che ci rappresenta e che ci ha aperto le porte di più di 75 Paesi dal Polo Nord, ai Caraibi, dagli Emirati Arabi al Giappone.
 
Cosa significa esportare l’Amarone?
L’Amarone è un vino d’élite, per cui bisogna colpire e coltivare canali con clienti target particolari.
Vini come l’Amarone ed il Brunello hanno entrambi una reputazione importante in Italia e nel mondo, per certi versi può essere facile esportarli, ma bisogna saper costruire indipendentemente la reputazione di un marchio che sia sinonimo di qualità, di eccellenza e unicità.
 
Come raccontate l’Amarone a chi non lo conosce, specie se proveniente da una cultura lontana dal mondo del vino?
Ciò che rende unico l’Amarone è la sua storia e bisogna saperla raccontare in modo semplice e chiaro, in modo che sia il più fruibile possibile. Io racconto che l’Amarone di qualità nasce in alta collina, dove grazie alla cura dei vigneti e a madre natura si possono raccogliere i migliori grappoli. Poi spiego il metodo di appassimento, un passaggio che rende il racconto ( ed il vino) ancor più unico e particolare, infine l’affinamento in legno. Inoltre mi piace anche parlare dell’assonanza del nome con Amore, piuttosto che del fatto che significhi "amaro", ma il vino non lo è affatto… insomma l’Amarone è affascinante e interessante da raccontare. Se poi si ha anche l’occasione di poterlo assaggiare, allora le parole potrebbero venir meno, nel senso che dal punto di vista organolettico non è un vino difficile da capire ed apprezzare. È un re gentile e cordiale.
 
Con che attività ed iniziative promuovete l’Amarone all’estero?
Facciamo molti viaggi ed in accordo con gli importatori dei diversi Paesi partecipiamo a fiere, ma soprattutto organizziamo degustazioni guidate con i distributori e la forza vendita. Per noi è importantissimo formare ed educare le persone che ci rappresentano in Italia e nel mondo, perché siano i primi rappresentanti dell’Amarone e del vino italiano di qualità. Per saper raccontare un vino e venderlo bisogna conoscerlo, conoscere il territorio e le persone. Solo così ci si può affezionare e diventarne ottimi ambasciatori. Oltre a coltivare rapporti con i media con tasting e confronto, cerchiamo di organizzare incoming e degustazioni in azienda. Tommasi è anche uno dei membri fondatori delle Famiglie dell’Amarone d’Arte e credo che la parte più importante delle attività che svolgiamo sia l’organizzazione di seminari e walk around tastings in giro per il mondo. Sono occasioni speciali dove 12 storici produttori si confrontano e raccontano l’Amarone, dando la possibilità di avere una visione d’insieme di un territorio speciale come la Valpolicella.
 
Quali sono i Paesi dove si riesce meglio e quelli dove c’è molto lavoro ancora da fare?
I mercati storici, come Usa e Canada ad esempio, sono i più maturi, e forse si ha più facilità, ma non è sempre detto, dato che più si conosce, più si pretende per cui bisogna sempre essere sul pezzo e stare molto attenti agli equilibri o all’andamento dei mercati con i monopoli. Mercati dove c’è tanto da fare e costruire, sono certamente quelli asiatici. E torno al discorso precedente, ribadendo quanto sia importante formare, educare e avere la pazienza di costruire la reputazione di un brand di qualità, scegliendo i partners giusti.
 
Secondo la Sua esperienza: qual’è l’episodio più curioso che Le è accaduto nel comunicare l’Amarone nel mondo? 
Di episodi e racconti in 20 anni che viaggio e faccio questo lavoro ce ne sarebbero parecchi. Mi piace ripetere e raccontare un’esperienza che ho fatto in Norvegia, un Paese a cui sono anche affezionato. Eravamo a Svalbard, a pochi chilometri dal Polo Nord, l’importatore aveva organizzato per la sera una cena, ma durante il pomeriggio abbiamo fatto un giro con le moto slitte e ci siamo fermati vicino a degli igloo. Siamo entrati per ristoro in uno di questi e abbiamo trovato della gente che si godeva una bottiglia di Amarone Tommasi. E’ stata una grande sorpresa e motivo di orgoglio!
 
Potenzialità e difficoltà dell’export di Amarone…
Ritengo ci siano ancora tante potenzialità per l’Amarone e parti del mondo che si possono ancora "conquistare". La difficoltà più grande per noi produttori però è mantenere alta l’asticella in mercati dove si trova già tanto Amarone venduto a prezzi non adeguati. Dovremmo farlo tutti non solo per il prestigio di questo vino, ma anche per tutto il lavoro e la dedizione che richiede produrlo.
 
Amarone: brand sì o brand no?
L’Amarone è l’espressione massima del territorio della Valpolicella, ne è diventato il simbolo e uno dei principali vini che rappresentano l’eccellenza del Made in Italy. Se legato alla notorietà e alla storicità di un marchio, il connubio diventa vincente! Quindi direi, che sì, l’Amarone è un brand di per sé, ma marchio di valore solo se abbinato a produttori che ne rispettano tradizione e storicità.