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News Giovedi 27 Agosto 2015

Champagne e Prosecco, la "sfida" che non deve esistere

L’enorme crescita commerciale del Prosecco non deve far cadere nell’inganno di una seppur suggestiva ma poco sensata, e per certi aspetti pericolosa, sfida alla più grande bollicina mondiale

di Fabio Piccoli

Ci fanno enormemente piacere i dati del nostro Prosecco che sta crescendo praticamente ovunque. Basti citare gli ultimi, in ordine di tempo (metà luglio), provenienti dal Regno Unito, dove il nostro Prosecco è cresciuto del 78% in volume e del 72% a valore raggiungendo così l’incredibile (se si pensa a pochi anni fa) cifra di quasi 465 milioni di euro di vendite. Se si pensa che nel medesimo periodo lo Champagne ha conseguito vendite per 342 milioni di euro verrebbero facili pensieri riguardo sfide mirabolanti della nostra nazional popolare bollicina al nobile perlage d’Oltralpe.
E’ indubbio, come abbiamo più volte ripetuto sulle pagine del nostro magazine, che è in atto un fortissimo sviluppo del Prosecco che sta aprendo la strada alle bollicine anche a nuovi consumatori.
Sarebbe molto interessante a questo riguardo capire quanti dei consumatori attuali del Prosecco si stanno approcciando per la prima volta ad uno sparkling o se invece stanno sostituendo con esso una bollicina più cara (visti i tempi di crisi potrebbe anche essere una suggestione credibile).
Ma siccome non abbiamo dati a riguardo cerchiamo di seguire un ragionamento logico senza la pretesa di avere verità in tasca.
Innanzitutto ci sentiamo di affermare che parlare di sfida allo Champagne da parte del Prosecco è quanto meno azzardato anche se, come riporta il bravo Angelo Peretti nel suo eccellente InternetGourmet, "l’allontanamento da parte dei consumatori inglesi dagli Champagne più economici (come riportato da indagine di IRI) cioè che non disponendo di un loro "brand cachet" non hanno la possibilità di giocarsi il plusvalore dato dalla marca, che oggi è necessario per competere col Prosecco. Insomma, il Prosecco è una sorta di killer che fa fuori lo Champagne "ordinario". Se uno vuol bere Champagne, cerca anche l’immagine che la marca famosa porta con sé. Altrimenti meglio un Prosecco".
Concordiamo sull’analisi di Peretti se il messaggio è, in sintesi, "il Prosecco obbliga tutti i produttori di sparkling, a partire dai nobili champagnisti, ad alzare il livello dell’asticella perché sull’entry level ormai il vero mattatore con cui si deve fare i conti è indubbiamente la bollicina veneto-friulana".
Ben diverso, e per certi aspetti pericoloso, è pensare (ma conoscendo bene Peretti sappiamo che non è questo il caso) che veramente il Prosecco si possa trasformare nel tempo in un’alternativa vera e seria allo Champagne. E lo diciamo senza mezzi termini, se questo avvenisse significherebbe che tutto il sistema vino poggia le sue fondamenta su basi fragilissime. Verrebbero meno tutti i presupposti delle piramidi qualitative, delle evoluzioni dei consumatori verso prodotti sempre più qualitativamente interessanti e complessi man mano che aumenta la loro competenza.
Siamo reduci dal nostro viaggio annuale nello Champagne e abbiamo avuto modo di confrontarci con numerosi produttori riguardo al cosiddetto "rischio Prosecco". La risposta è stata quasi univoca e per certi aspetti "umile" e sorprendente considerando il noto sciovinismo francese: il Prosecco ci obbliga ad essere ancora più forti, unici, diversi, a comunicare meglio ciò che siamo senza dormire sugli allori o, peggio ancora, pensare a declassare alcune nostre produzioni per competere con la popolare bolla italiana.
Una risposta che ci convince e che testimonia una serietà secolare che noi speriamo continui ad essere, in questo senso, un buon esempio anche per il nostro metodo classico italiano.