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News Venerdi 04 Ottobre 2019

I rischi della scorciatoia via il nome Prosecco

Tenere o togliere il nome del Prosecco? Questo è il dilemma. Ma la risposta non è facile perché la domanda purtroppo arriva tanto, forse troppo in ritardo e oggi rischia di apparire come una scorciatoia comoda, ma pericolosa, per non aver voluto affrontare seriamente il tema della diversificazione dell’universo Prosecco

di Fabio Piccoli

Siamo un popolo strano noi italiani, non dobbiamo mai dimenticarlo. E anche "noi" del vino siamo portatori sia delle positività che negatività della nostra origine "culturale".
Un’origine che ci porta ad essere estremamente creativi, flessibili, per certi aspetti veloci e dinamici nell’intercettare anche le opportunità sul mercato, ma al tempo stesso poco inclini a presidiare, tutelare i nostri successi.
La storia del vino italiano è talmente ricca di case history che legittimano quanto evidenziato sopra che ormai diventa anche inutile ricordare tutti i "paradossi" della nostra vitienologia.
L’ultimo esempio arriva dall’attuale querelle sull’abbandono del nome Prosecco annunciato da alcune maison di Conegliano e Valdobbiadene.
Ma si tratta, per certi aspetti, di una notizia "vecchia" perché è da tempo che alcuni protagonisti della bollicina italiana più popolare al mondo, si chiedono se quel nome Prosecco sia ancora adeguato a garantire il giusto prestigio e, soprattutto, posizionamento.
Noi non vogliamo apparire come quei grilli parlanti che fin dalla nascita della doc Prosecco evidenziavano il rischio che l’allargamento avrebbe inevitabilmente fatto perdere qualcosa all’appeal di questo straordinario brand.
Lo scrivevamo costantemente ma eravamo non solo inascoltati ma spesso anche criticati da alcuni produttori della storica docg che ci ammonivano dicendo: "La nostra forza sta nel nome Prosecco non nell’appartenenza ad un territorio speciale…". E se questi erano i presupposti è stato facile essere profeti nel considerare la docg o parlare di Prosecco superiore insufficienti a garantire un posizionamento migliore, adeguato per gli eroici produttori di Conegliano Valdobbiadene.
Ma questo è passato e fare recriminazioni oggi su quello che è già avvenuto serve molto a poco.
Ma oggi, però, a noi appare abbastanza bizzarro pensare che la difesa del prestigio di un territorio produttivo oggettivamente più vocato per la produzione di Prosecco di alta qualità, passi solo da togliere il nome.
Ci viene in mente, scusate la provocazione, un nostro vecchio caporedattore che di fronte ad un surplus di pagine in un catalogo fiera ci disse laconicamente: "Togliete la "z" così risparmiamo una pagina e non se ne accorge nessuno".
La vicenda del Prosecco è troppo importante, visto anche l’indotto economico, per liquidarla con l’italica modalità di trovare scorciatoie invece che soluzioni di lungo periodo.
E per noi la soluzione, quella vera, quella che ci ha insegnato la viticoltura storica di qualità, è di partire dalla base e non dalla fine.
La base si chiama, passateci questa semplificazione, da una zonazione seria del Prosecco, dalla costruzione di una piramide qualitativa (che di fatto abbiamo già) capace di raccontare questo incredibile prodotto (che tutti ci invidiano) con le sue differenze, che sono molte di più rispetto a quanto si è voluto far credere al mondo fino ad oggi.
Quante volte ci siamo sentiti dire, anche da autorevoli produttori della docg storica: "…ma alla fine è molto difficile fare emergere le differenze in un vino come il Prosecco…".
Se questi erano i presupposti era abbastanza scontato che saremmo arrivati oggi a porci la fatidica domanda: ma quanto vale il nome Prosecco?
Se si guardano i dati di mercato viene facilissimo dire tantissimo.
Talmente tanto che solo immaginare di togliere dall’etichetta questo nome potrebbe apparire una follia.
Guardando questa scelta a medio lungo termine, come hanno fatto i bravi ricercatori di Wine Intelligence su mercati strategici come UK e Usa, dove il Prosecco da alcuni anni sta registrando crescite fantasmagoriche, presenta sia dei rischi ma anche delle possibili opportunità.
È chiaro, non dobbiamo mai dimenticarlo che, allo stato attuale, il motivo del successo del Prosecco si origina dal fatto che si tratta dello sparkling con il miglior rapporto qualità/prezzo al mondo. Insomma è una bollicina straordinariamente conveniente che ha aperto la strada al consumo di questa tipologia di vino praticamente in ogni angolo del pianeta.
È ovvio, quindi, che non sarà certo facile modificare un percepito di questa natura cercando di far comprendere ai consumatori di tutto il mondo che esiste una stratificazione qualitativa del Prosecco. Che addirittura possiamo parlare a ragione di concetti come i cru del Prosecco, di luoghi privilegiati per un’uva come la Glera, di vinificazioni in grado di esaltare al meglio le peculiarità di questa varietà.
Ma è sicuramente legittimo pensare alle modalità migliori per riuscire finalmente ad evidenziare queste diversità.
Ma noi ci domandiamo se l’omettere il nome Prosecco oggi non solo non sia troppo tardi ma per certi aspetti anche contraddittorio. Tra l’altro, bene ricordarlo, stiamo parlando di una docg che ormai si sta avvicinando alle 100 milioni di bottiglie, non poche migliaia. Negare la propria identità, quella che di fatto ci ha caratterizzati e raccontati fin dalla nascita, è una scelta che a nostro parere presenta oggi molti più rischi che vantaggi. E questo anche in termini di credibilità, che è la cosa più importante per qualsiasi persona, brand, azienda, territorio.
Per questo noi, senza voler apparire come il solito prudente padre di famiglia, esortiamo a stare attenti a non prendere la strada che sembra più facile e pensare, invece, al percorso più lungo ma capace finalmente di raccontare in maniera autentica e credibile le diversità dell’universo Prosecco.
Noi pensiamo che i mercati oggi sono più pronti per essere "educati" rispetto al passato e potrebbero quindi alla fine privilegiare una scelta trasparente, chiara, che non nega il suo nome ma racconta le proprie peculiarità.