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News Giovedi 20 Gennaio 2022

Il consumo di bevande a ridotto tenore alcolico scuote le fondamenta del settore dei drinks

I tanti aspetti di un mercato che cresce e le ragioni che spingono il consumatore verso la "NOLO option".

di Claudia Meo

L’importante crescita nei consumi di NO-Low alcohol drinks affonda le radici in motivazioni di varia natura. Un recente articolo di BBC Radio 4 esplora questo fenomeno e ne tira alcune interessanti conclusioni.

Il mercato dei low and no-alcohol drinks sta mostrando un’espansione continua e le previsioni, stando alle stime di IWSR Drinks Market Analysis, sono quelle di un’ulteriore crescita del 31% entro il 2024.
In cima alla scala motivazionale si posizione senza dubbio la ricerca di uno stile di vita più salutare, in cui il benessere possa convivere con il piacere di avere nel bicchiere una bevanda appagante. Che l’uso eccessivo dell’alcol mini il sistema immunitario, influenzi negativamente la pressione sanguigna, possa compromettere il benessere dell’apparato digerente e la salute del cuore è argomento ormai ricorrente.

Sembra, tra l’altro, che l’abuso di alcol abbia, tra gli effetti indesiderati, anche quello di compromettere la fase REM e, di conseguenza, impedirci di godere di un sonno veramente ristoratore.
Se questo genere di motivazioni si fa largo nel mercato dei consumatori adulti, altre ragioni sembrano orientare i giovani bevitori verso bevande a minor tasso alcolico, o prive di alcol: ed è un fatto che, dalla metà degli anni Duemila, la fascia 16-25 anni si sia mossa in questa direzione.

Più in particolare, si riscontrano apprezzabili periodi di alternanza tra generazioni di grandi consumatori di alcol e generazioni di drinkers più morigerati, in quanto i giovanissimi non ambiscono ad emulare le abitudini del precedente ventennio. Se gli adulti degli anni Ottanta-Duemila, complice anche una situazione di benessere economico, hanno mostrato di indulgere nelle tentazioni dell’alcol, la generazione seguente non trova particolarmente trasgressivo lasciarsi andare all’alcol e, al contrario, si compiace nel  differenziarsi dai propri genitori.

Sembra poi che, ai giorni nostri, i social contribuiscano a scoraggiare i new drinkers dall’uso eccessivo dell’alcol, per timore di essere immortalati e messi alla berlina nel proprio universo di riferimento, in non edificanti stati di ubriachezza.
Nella fascia dei giovani lavoratori, la tendenza a scegliere bevande a ridotto tenore alcolico è sospinta da esigenze di produttività e dal desiderio di bilanciare una buona bevuta in compagnia con un buon risveglio al mattino seguente.
Ma se non ci fosse un corrispondente adeguamento dell’offerta queste motivazioni rimarrebbero latenti.

A fronte di queste istanze, invece, sta prendendo corpo un’offerta di pub e bar che diversificano la propria carta con birre, vini, cocktail e perfino distillati, a ridotto contenuto di alcol.
La scelta di ampliare la propria gamma, d’altro canto, si rivela per questi locali la strategia migliore per fronteggiare i costi fissi delle locazioni: inserire prodotti a basso tasso alcolico permette di intercettare consumatori che, altrimenti, non avrebbero mai fatto sosta in quel locale, consente di sfruttare al meglio le diverse fasce orarie, di dare continuità ai flussi di pubblico dei diversi giorni della settimana, di andare incontro alle esigenze dei consumatori che guidano, delle donne in stato di gravidanza.

Non mancano locali completamente alcohol-free, quali BrewDog AF Bar, prima birreria anglosassone totalmente a zero alcol; o movimenti di “mindful drinking” come Club Soda, la cui mission è quella di infondere nel consumatore la confidenza necessaria ad ordinare bevande non alcoliche in contesti conviviali.
Ma a monte di tutto, i grandi marchi produttori hanno compreso che dietro queste istanze c’è la possibilità di guadagni importanti, da cui lo sviluppo di linee di prodotto interamente alcohol free: fenomeno che sta ormai interessando, oltre alle birre, anche vino e distillati.