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News Martedi 04 Ottobre 2022

Il giornalismo del vino resiste? O meglio: esiste?

C’è una strada per salvare il wine writing, ma c’è bisogno del supporto dei lettori e delle aziende: serve che entrambe queste categorie scelgano sulla base dei propri valori.

di Laura Donadoni

Sono giornalista professionista da quasi 15 anni, ho iniziato dai giornali locali facendo la cronaca dei consigli comunali, poi sono approdata alla cronaca nera, alla giudiziaria, alla politica per radio e tv. Ho sempre voluto fare la giornalista: da bambina mi si illuminavano gli occhi alle prime note della sigla del Tg1 e da pre adolescente sognavo di indossare il velo come Lilli Gruber e di raccontare la guerra da posti che mi sembravano così lontani da non poter esistere. Della professione di giornalista mi affascinavano due cose: il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona (volevo fare la reporter, non la giornalista da scrivania) e l’idea, forse un po’ naïve, che quello che scrivevo avrebbe potuto fare la differenza. Come? Ispirando qualcuno all’azione, affascinando, sollevando dubbi e curiosità, o provocando indignazione per situazioni insostenibili con l’obiettivo ultimo di risolverle.

La vita mi ha poi portato invece a raccontare il vino, ma non ho potuto abbandonare il mio DNA giornalistico: racconto solo ciò che vivo, vedo, tocco con mano, i pensieri e le storie di chi incontro e intervisto personalmente, verifico le fonti, consumo la suola delle scarpe nelle vigne, come predicava il mio illustre predecessore Mario Soldati a cui devo l’ispirazione per il mio lavoro quotidiano. Ultimamente mi sono chiesta però se questo fosse abbastanza per qualificarmi come una giornalista del vino. Hanno fatto nascere questo dubbio e queste riflessioni alcune letture e alcune persone in cui mi sono imbattuta.

Prima un editoriale di Fabio Piccoli, Direttore Responsabile di Wine Meridian, che vi linko qui, nel quale sottolinea il fatto che oggi il giornalismo del vino si sia ridotto a riportare comunicati stampa, a raccontare cose ovvie e a mettere sotto il tappeto ogni negatività, forma di critica e capacità investigativa e soprattutto di relazioni umane. È innegabile: vi invito ad aprire i principali magazine online o cartacei di settore in circolazione in Italia o i blog più seguiti per imbattervi in copia e incolla di siti web, di comunicati di agenzie, di articoli che sembrano scritti dai commerciali delle cantine o dalle associazioni stesse. Sono poche e rare le voci fuori dal coro, chi ha il coraggio di sottolineare con garbo che cosa non funziona e va migliorato. Non per il piacere di farlo, ma per crescere e migliorare un settore che ci sta a cuore.

Poi ho letto un reportage su Intravino, un altro dei pochi media di settore che fa un minimo di giornalismo investigativo. Denunciava le condizioni di lavoro dei potatori immigrati nelle Langhe, pagati meno di 6 euro all’ora con spese a carico. Prendeva spunto dall’indagine di una giornalista che aveva lanciato l’allarme su un quotidiano locale. Prima di lei anche Giancarlo Gariglio, oggi curatore di Slow Wine, aveva avuto il coraggio di affrontare il tema.

Perché queste sono mosche bianche? Me lo chiedo facendo autocritica di me stessa. Se è vero che in "Custodi del vino" ho sollevato non poche questioni vergognose rispetto all’enoturismo italiano, ovvero quanto gli enti inutili si sovrappongano sperperando risorse, come il sud sia completamente abbandonato e sepolto sotto le promesse politiche mai realizzate, non ho effettivamente approfondito queste tematiche in vere e proprie inchieste. Come facevo quando mi occupavo di cronaca locale o nazionale.

Forse mi sono distratta dedicando troppa attenzione alla produzione bulimica di contenuti descrittivi per i social media. Ma questo, il fast food dell'infotainment, è un altro discorso.
Forse è perché questo tipo di giornalismo non è sostenibile economicamente, anzi, come dicono, “ti crea nemici”, “le aziende poi non ti fanno lavorare perchè sei una pianta grane”. Dovrei rispondere che con queste aziende, che vogliono solo giornalisti conniventi e senza senso critico, io non ci vorrei proprio lavorare. Dovrei credere che esistono aziende che invece danno grande valore all’etica professionale e che mi sceglieranno proprio perchè non ho paura di denunciare cosa non va. Non con l’intento di piantare grane, ma con l’intento di migliorare questo settore che ci sta tanto a cuore.

Nei giorni scorsi ho preso parte con tanta soddisfazione alla Wine Media Conference, una manifestazione nata negli Stati Uniti che raduna i giornalisti e blogger di settore da ormai sette anni e che per la prima volta sono riuscita a portare in Europa, in Italia, in Lombardia, la mia regione d’origine, grazie al lavoro di squadra con Giovanna Prandini, produttrice presidente di Ascovilo. È stata una meravigliosa occasione di formazione professionale e l’opportunità di far vivere ai miei colleghi statunitensi le regioni vinicole lombarde, quelle che io stessa ho visitato per prime, quelle che poi mi hanno lasciato in dote il pallino del raccontare il vino.
Durante la conferenza alcuni miei illustri colleghi hanno portato le loro riflessioni sul wine writing, sul giornalismo del vino, sull’integrità, sui punteggi, chiedendosi se ci sia ancora un futuro per tutti noi nell’era in cui le cantine pagano migliaia di euro un influencer che posta la foto di sé stesso con le bottiglie senza scrivere una riga sulla storia dell’azienda.

Durante il suo speech, Bruce Schoenfeld ha chiesto quanti dei 40 wine writers in sala vivessero effettivamente del loro lavoro. Solo 5 hanno alzato la mano. La realtà dei fatti è che nessun giornalista del vino può dire di essere effettivamente indipendente. Chi scrive per i magazine che campano di punteggi e ratings è, di fatto, legato alle logiche di redazioni che premiano i gruppi e le cantine che acquistano spazi pubblicitari. A questo proposito, leggete questo articolo denuncia di Jason Wilson, pubblicato qui che si intitola “Wine Media is broken: a case study”.

Chi ha un blog indipendente non ha i mezzi economici per dedicare mesi e mesi di lavoro a viaggi o inchieste giornalistiche che possono fare la differenza e richiedono ricerca, verifica delle fonti e raccolta dati. Io, per poterlo fare, ho cercato un editore che volesse pubblicare il mio libro e con l’anticipo ho a malapena coperto le spese di viaggio avendo percorso oltre 13mila chilometri per intervistare 120 persone. Quando ho osato chiedere sui miei canali social se ci fosse un concessionario disposto a sponsorizzare il viaggio lungo l’Italia fornendo una vettura, sono stata attaccata e derisa dai soliti leoni da tastiera. Sono andata in perdita economica per portare a termine quel progetto, ma lo rifarei subito. Bisogna essere folli e capisco che la maggior parte dei miei colleghi non può permettersi di andare in rosso.

E allora cosa facciamo? Smettiamo di scrivere? Dichiariamo ufficialmente morto il giornalismo del vino, se mai fosse nato? Soffocato da marchette, comunicati stampa, influencer marketing e colossi editoriali che premiano solo gli inserzionisti?

No, arrendersi mai.

Cerchiamo di rendere sostenibile il nostro lavoro.
C’è una  strada per salvare il wine writing, ma c’è bisogno del supporto dei lettori e delle aziende: serve che entrambe queste categorie scelgano sulla base dei propri valori, perché ogni decisione di consumo o di investimento può influire sul futuro di questa categoria.

Non possiamo illuderci che il giornalismo del vino possa progredire e aiutare nei cambiamenti culturali in atto se chi lo fa non è pagato o lo pratica per hobby.
Vorrei che questo fosse chiaro anche a tutti voi che fruite di contenuti gratuiti come questo, come il mio blog, i miei podcast o il mio canale YouTube, come Intravino o Wine Meridian. Dietro a questi contenuti c’è tanto investimento personale ed economico, ci sono persone che dedicano molte più risorse di quelle disponibili, persone che investono sulla vostra sensibilità e che cercano di finanziarsi con altre attività come servizi di comunicazione, formazione o advertising. E spesso vengono pure attaccate per questo.

La prossima volta che leggete un articolo di vino online chiedetevi se sareste disposti a pagare per fruirne. Se la risposta è no, allora scegliete qualche altro media, non condividete contenuti di bassa qualità, non mettete like, il vostro feedback è l’unica moneta di scambio in questo mondo di bulimia informativa in cui noi scrittori e cantastorie cerchiamo di non naufragare.

E voi aziende, la prossima volta che vi troverete a valutare investimenti nella comunicazione magari di fronte ai piani marketing di qualche agenzia ricordatevi di tutte quelle volte che avete letto, ascoltato o visto un contenuto gratuito che vi ha lasciato qualcosa, che vi ha informato, che vi ha educato o dato un’idea per migliorare il vostro business. È lì, su quella persona, su quel media, su quel professionista che dovete investire, non nell’ennesimo copia incolla solo per avere una rassegna stampa tanto gonfia quanto vuota allo stesso tempo.

Dagli americani possiamo imparare questo concetto del fare lobby, del fare network, ovvero essere veicolo dei nostri valori e connettere le persone di qualità. La prossima volta che leggerete qualcosa che vi accende una scintilla, non lasciatela spegnere: alimentatela, illuminate intorno a voi, aiutate altri a vedere più chiaro. E sostenete chi quella scintilla l’ha generata.