IL PRIMO MAGAZINE ONLINE ITALIANO
PER ORIENTARTI NEL MONDO DEL VINO

News Mercoledi 13 Maggio 2020

L'affascinante storia de Il Drago e la Fornace

L’azienda vitivinicola toscana, nel cuore del Chianti senese, combina l’alta qualità del prodotto al design dell’etichetta, trasformando ciascuna bottiglia in un pezzo esclusivo.

di Agnese Ceschi

L'etichetta del Chianti
Il Borgo La Fornace

Un borgo immerso nella natura del Parco della montagnosa senese, con un nome tutto evocativo, la Fornace, che comprende trenta ettari di vigneti a bacca rossa e bianca. Qui, a Colle di Val d’Elsa, pone le proprie radici l’azienda vinicola Il Drago e la Fornace, che ha avuto i natali meno di 10 anni fa, ma che ha già posto le basi per una storia di successo.
Abbiamo intervistato l’Export Manager Alessandro Mugnaioli per conoscere meglio questa azienda, che ha fatto della ricerca del bello e del buono una filosofia di vita.

Come è nata Il Drago e la Fornace?
Il Drago e la Fornace è nato da una scelta imprenditoriale virtuosa di due soci che, gestendo uno studio di industrial design, hanno deciso di spostare la propria sede in una zona di campagna, dove la serenità dei luoghi influisse positivamente sulla qualità della vita loro e delle persone che vi lavoravano.
Attorno allo studio e al borgo circostante, che man mano è stato ristrutturato, è iniziato a nascere il vigneto ed è stata portata a produzione una linea di vini rappresentativa del territorio.
Il tutto ispirato dal grande sogno di produrre vini non solo buoni e di qualità, ma anche con una veste elegante ed esteticamente piacevole. Questo, infatti, é il trait d’union delle due attività che i soci Dondoli e Pocci hanno voluto unire sotto il comune denominatore dello stile e del design.

L’azienda ha un nome particolare, Il Drago e la Fornace. Come è nato?
Dietro al nome c’è una storia affascinante e legata proprio al luogo dove ci troviamo. Qui c’è una chiesetta dedicata a San Giorgio e nelle vecchie fattorie un tempo c’era l’usanza di mettere un gallo di metallo che segnasse il vento e talvolta il tempo: qui sulla chiesetta, invece abbiamo un drago. Dunque questo animale deriva dalla chiesetta ed è legato all’immagine di San Giorgio che nella storiografia combatté e vinse contro il drago.

E la Fornace?
La fornace è invece un omaggio al nome della località che, essendo costituita prevalentemente di terreno calcareo, è sempre stata fonte di calce con cui si costruivano manufatti importanti, come le celebri mura medioevali e rinascimentali di Siena, San Gimignano e Colle Val d’Elsa. Nelle fornaci che abbiamo nella proprietà veniva messa a scaldare la pietra calcarea che col calore scoppiava diventando polvere e dunque malta. Per questo il borgo si è guadagnato il nome di La Fornace.

Qual è il vostro vino fiore all’occhiello?
Il nostro vino più conosciuto e apprezzato a livello internazionale è senz’altro il Chianti, ma il Carbonaie IGT (100% Sangiovese) è il nostro vino fiore all’occhiello: ha caratteristiche uniche e ci è voluto un pò per capirne il motivo. Questo vino nasce da una porzione di vigneto che vede le tracce tangibili di una colata lavica risalente ad ere fa. Il mix di terreno calcareo, tipico di tutta la montagnosa senese, con questo terreno lavico dà al Sangiovese una finezza, eleganza e varietà aromatica davvero uniche: sapore di erbaceo e spaziature che si trovano solo in Sangiovesi provenienti da zone davvero vocate.

Quale aggettivo darebbe per definire l’azienda?
Il bello con il buono: quell’anelito verso il bello che caratterizza il nostro territorio italiano. Il bello che sa di buono. Seppur con una breve storia, quest’azienda è animata dalla voglia di fare e cercare il bello, che sta sempre con il buono. A partire dalle etichette, per passare allo stile del vino, si è sempre cercato di seguire questa filosofia.

Le vostre bottiglie hanno delle etichette molto belle ed affascinanti infatti…
La ricerca del bello è anche uno strumento, oltre che una filosofia. Il Drago e la Fornace ha sei anni di storia sui mercati, è relativamente giovane. Per rendersi riconoscibile e farsi ricordare in breve tempo, ha messo a frutto le competenze derivanti dalla storia imprenditoriale precedente dei fondatori, per creare un packaging che fosse bello e accattivante per il consumatore e che rappresentasse questo amore per il bello.
Abbiamo ottenuto diversi riconoscimenti in questi anni che premiano questa scelta. Naturalmente alla fine quello che si trova dentro alla bottiglia deve essere coerente e soddisfare le grandi aspettative del consumatore.

Quanto l’immagine influisce sulle scelte dei potenziali partner commerciali e poi consumatori? Che risposte avete?
Per esperienza ho capito che ci sono etichette che hanno una forza di attrazione e questa riconoscibilità ci premia sia quando ragioniamo con un importatore o un distributore, ma anche verso il consumatore. Oggi che le possibilità di scelta sono ampie, la riconoscibilità di un’etichetta sullo scaffale ha una valenza fondamentale e influisce sulle scelte del consumatore, dovunque, a Firenze come a Toronto, a Mosca come a Shanghai.

Qual è l’etichetta della vostra selezione che piace di più?
Il nostro Chianti con l’etichetta a sfondo bianco e palline nere. Da un punto di vista visivo, l’attenzione è catturata da quell’immagine. L’ho sperimentato moltissime volte nei miei appuntamenti commerciali. Tecnicamente è stata creata per bucare lo schermo di chi guarda.

Che tipo di approccio avete rispetto ai mercati internazionali?
Nei sei anni di storia, l’azienda si è concentrata per cinque anni sul mercato italiano, cercando di consolidare nuove collaborazioni. Alla fine del 2018 abbiamo iniziato a lavorare sui mercati esteri. In un anno, lo scorso, siamo passati dallo 0% di export al 30% di fatturato occupato da questo segmento.
Ci siamo concentrati su alcuni mercati: Cina, Canada, Svizzera e Svezia dove siamo ben presenti con il Monopolio.

Come state facendo fronte all’emergenza sanitaria? Che strategie avete per il prossimo periodo?
L’azienda fin dall’inizio si è focalizzata sul canale Horeca, quindi stiamo ragionando sulle strategie con il nostro canale distributivo italiano, non solo per questo periodo di fermo, ma soprattutto per la futura ripartenza.
Il problema sarà capire quando saremo in grado di tornare a lavorare in una condizione più o meno libera e capire allora cosa sarà rimasto in giro: quali attività saranno ancora aperte. Non vedo nessuna presa di coscienza da parte delle realtà ricettive con cui collaboriamo e questo mi fa pensare un pò.
Naturalmente è in corso anche un processo di diversificazione di canali distributivi.
Noi guardiamo con speranza e fiducia la capacità imprenditoriale italiana e per questo stiamo approntando una evoluzione digitale per migliorare i servizi ai clienti in particolare sul fronte delle consegne, ridurre il magazzino e i tempi di pagamento. Inoltre, con i clienti che lo meritano non ci tireremo indietro, l’idea è davvero di uscire da questa emergenza insieme.

Un auspicio finale per il futuro del vino italiano?
Auspico che ciascuno nel proprio ambito possa e sappia cogliere, in questo momento difficile, l’opportunità di migliorare la propria organizzazione e i propri modelli di gestione e di qualità, perché, a prescindere dal Covid, l’improvvisazione non paga.