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News Giovedi 29 Settembre 2022

Frescobaldi: vendemmia di qualità, priorità abbattere percentuale vino generico

Prevista una resa di qualità superiore ai 50 milioni di ettolitri, recuperato gap iniziale. Ampliare denominazioni per abbattere percentuale vino generico (40%) che penalizza il settore.

di Emanuele Fiorio

Nell’ottica di approfondire alcune tematiche di stretta attualità (previsioni vendemmiali, tendenze di consumo, riordino di Dop e Igp, aumento dei costi energetici e delle materie prime, sviluppo dell’enoturismo) che stanno avendo ripercussioni concrete sull’intero settore del vino, abbiamo intervistato Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini e di Marchesi Frescobaldi società agricola S.r.l.

Le precipitazioni cadute ad agosto sono state provvidenziali, inoltre la calura estiva e la siccità hanno creato le condizioni per ridurre al minimo i trattamenti fitosanitari. Quali sono le sue aspettative per questa stagione vendemmiale?

Circa 20 giorni fa abbiamo fatto una attenta analisi e abbiamo un dato che dovrà poi essere confermato. Rispetto all’annata precedente, si tratta di una previsione sostanzialmente in linea per quanto riguarda la zona del Nord-est, leggermente inferiore nel Nord-ovest, superiore nel Centro Italia (+12%) e stabile al Sud. 
In totale si prevede una resa al di sopra dei 50 milioni di ettolitri, grazie ai rovesci che hanno interessato il nostro territorio dopo il 15 agosto. Le uve raccolte prime del 15 agosto erano scarse perché non avevano goduto delle precipitazioni, dopo questa data la situazione è mutata radicalmente.
Vorrei che venisse messa da parte l’idea che questa vendemmia sia siccitosa, si tratta di una annata qualitativamente molto buona ed anche quantitativamente abbiamo recuperato il gap iniziale.
Tra l’altro bisogna ricordare che la scorsa vendemmia fu molto penalizzata dalla brinata primaverile che fu molto aggressiva, colpì non solo l’Italia ma l’intera Europa. Ed inoltre mancano ancora le vendemmie del Montepulciano - che ha una buona capacità di resistere alle piogge e all’abbassamento di temperature - e delle uve tardive.

All'imprevedibilità del clima si aggiungono l'aumento inarrestabile dei costi energetici, logistici e delle materie prime essenziali. Quali sono gli strumenti del settore per evitare di far ricadere gli aumenti sulle spalle dei consumatori?

Veniamo da 15-20 anni di costi sostanzialmente stabili ed ora dobbiamo affrontare questo frangente inedito. Questa guerra sicuramente ha influito sull’aumento dei costi energetici ma già la pandemia aveva destabilizzato la situazione. Cosa possiamo fare? Possiamo affinare le nostre tecniche, minimizzare gli sprechi, essere più attenti ai consumi energetici. Il mondo è cambiato ma oggi non abbiamo molti strumenti se non i crediti d’imposta, per evitare che si fermi una parte della nostra economia. Nel nostro settore, la gran parte dei produttori vende le proprie bottiglie mediamente a 3 euro. In questa fascia anche aumenti ridotti possono influenzare drasticamente le vendite.

Dal suo osservatorio, come stanno cambiando le tendenze di consumo e cosa cercano i consumatori in una bottiglia?

Le tendenze sono quelle degli ultimi anni: c'è una forte richiesta di vini spumanti, vini più fruttati e meno strutturati con un grado alcolico inferiore, attorno ai 12,5 gradi anziché 13,5-14 gradi come alcuni anni fa. Si ricerca maggiormente l’acidità, l’amaro anzichè il rotondo.

Lei ha recentemente dichiarato che le aree di produzione contano molto di più delle varietà. Potrebbe approfondire questo aspetto?

La varietà può essere replicabile mentre le aree di produzione sono uniche ed hanno delle peculiarità ineguagliabili. Per esempio se prendiamo in considerazione un Sangiovese coltivato dal Veneto alla Sicilia, probabilmente il pubblico non gli attribuirà tutto il valore che merita. Il territorio dona valore. Se si ha sete è bene bere un bicchiere d’acqua, il vino deve trasmettere qualcosa in più.

Mi interessa conoscere la sua visione sul riordino delle Dop e delle Igp, come la proposta di accorpamento in macro denominazioni delle DO con tassi di imbottigliato inferiori al 50%.

La produzione italiana è composta da un 40% di vino generico e questo è un dato che penalizza il nostro settore. Chi produce vino generico non ha ben chiaro cosa deve fare in vigna ed in cantina. Dobbiamo portare questo dato almeno al 30%. Per ottenere questo risultato, una soluzione potrebbe essere quella di ampliare le denominazioni solide, inglobando i produttori che fanno vino generico. In questo modo avremo il vantaggio di abbattere questa percentuale di vino generico e creare delle sotto-zone e dei cru che avranno ancora più valore sul mercato, esattamente come avviene per le denominazioni francesi di Borgogna e Bordeaux. L’accorpamento crea valore aggiunto, non il contrario. 

L’enoturismo è in crescita e rappresenta una possibile fonte di reddito sempre più interessante per le aziende vitivinicole. Quali sono gli strumenti e le strategie che possono favorirne lo sviluppo?

Gli strumenti e le norme ci sono già in tutte le Regioni. Da parte dei produttori è necessaria la consapevolezza che l’enoturismo può aumentare la riconoscibilità e la notorietà dei prodotti e della denominazione. I produttori devono comprendere che questa opportunità può favorire ed incrementare la distribuzione del proprio vino. 
In sostanza l’enoturismo è uno strumento aggiuntivo per far conoscere una zona, una denominazione, un produttore ed un tipo di vino.