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News Martedi 24 Settembre 2019

Scuderia Italia: l’Italia del vino corre veloce nel mondo

Abbiamo intervistato Flavio Sartori, fondatore dell’azienda Scuderia Italia, un giovane talento del mondo del vino che guarda lontano, soprattutto ai mercati asiatici

di Agnese Ceschi

Da sinistra: Flavio Sartori e suo padre Loris Sartori

Come è nata Scuderia Italia?
L’idea di Scuderia Italia nasce durante i miei studi di enologia in cui notai la difficoltà, spesso anche tra gli appassionati di vino, di andare oltre i pochi e soliti nomi. Il panorama è frammentato e complesso, ma spesso ci si limita ai soliti brand o ad alcuni produttori del proprio territorio. Nel 2013 ho voluto creare un brand che racchiudesse diversi prodotti al suo interno, che siano selezionati e garantiti per essere di qualità superiore. Per questo ho fondato questa piccola realtà che seleziona prodotti di altissimo livello. Il concetto è semplice, ma in Italia è poco diffuso e spesso mi scontro con il pregiudizio. Per fortuna quando faccio assaggiare i vini poi il pregiudizio cade.

Un esempio della particolarità del Suo lavoro?
Scelgo i vini, ma cerco di dare loro delle caratteristiche diverse da quelle che darebbe un normale produttore. Ad esempio il nostro prossimo Amarone sarà un "mix" tra l’Amarone e Amarone Riserva.
Curiamo inoltre molto la componente estetica, del packaging e la promozione sui social e nei mezzi di comunicazione. Cerchiamo di andare un po’ oltre la tradizione per abbracciare le logiche di mercato e quello che chiede il consumatore.

Come è arrivato a scegliere il nome "Scuderia Italia"?
Il nome è arrivato quasi per caso, una sera di inizio 2013, mentre stavo guidando. E’ stato subito un colpo di fulmine, perché racchiudeva esattamente il mio pensiero. Il nome è nato innanzitutto per celebrare il vino italiano. Ho scelto Scuderia perché il concetto è simile al luogo dove vengono curati ed allevati i cavalli da competizione. La stessa cosa facciamo noi con il vino: non lo produciamo, ma lo portiamo a competere con i migliori. L’idea che sta alla base invece viene da più lontano, dal tempo dell’università dove i miei colleghi erano quasi tutti figli di produttori di vino. Io ero uno dei pochi a non essere figlio o nipote di… All’epoca ero di fatto una mosca bianca, ma comunque ho seguito la mia passione, tanto da coinvolgere mio padre che ha deciso di entrare con me in società.

Che gamma di vini proponete?
Il nostro portfolio è composto da otto vini che attingiamo da sette produttori diversi.
All’inizio avevo pensato di proporre questi vini principalmente al mercato asiatico, in particolare a quello cinese, per cui i vini che abbiamo selezionato sono quelli più conosciuti ed apprezzati in quel paese: vini rossi importanti.
Siamo partiti dunque da Barolo, Amarone, Brunello di Montalcino e Chianti. Poi abbiamo aggiunto una Cuvée, l’unico vino che esce dal coro, perché non ha una denominazione. Recentemente infine abbiamo inserito in portfolio un Valpolicella Ripasso Superiore e un Lugana.

Siete orientati esclusivamente all’export?
Fino all’inizio dello scorso anno abbiamo aspettato che i vini fossero pronti per metterli nel mercato. Abbiamo atteso il giusto tempo per far decantare il progetto e arrivare pronti all’export, nel frattempo ci siamo dedicati alla crescita nel mercato interno, posizionando i nostri vini in importanti punti strategici, capaci di valorizzare il nostro brand. Quest’anno abbiamo fatto la nostra prima fiera e abbiamo iniziato a collaborare con Unexpected Italian, una giovane realtà di Bologna che con noi condivide molti valori.
Puntiamo all’Asia, ma abbiamo alcune proposte di collaborazione da Danimarca, Inghilterra e dal Sud America. Lo scorso anno i nostri vini sono stati battuti all’asta durante un evento di altissimo livello all’Istituto di Cultura Italiana a Londra e cinque dei nostri vini hanno ottenuto la medaglia d’oro nelle loro rispettive categorie all’International Challenge Gilbert & Gaillard in Francia. Inoltre siamo stati presenti come sponsor all’evento di selezione del migliore Sommelier UK 2019.

Perché puntate al mercato asiatico e a quali Paesi nello specifico?
Siamo già presenti in Cina, ma due Paesi a cui ora guardiamo sono la Corea e il Vietnam, due mercati completamente diversi. La Corea è un mercato già maturo, dove i vini italiani sono piuttosto conosciuti e il consumatore cerca la qualità. Se andiamo a vedere i dati del valore dell’importato sono piuttosto alti. Il Vietnam è invece una scommessa sul futuro, ma viene visto come un mercato su cui investire per le ampie potenzialità che offre. Noi proponiamo un’immagine di eccellenza che in questi mercati è molto richiesta.

Cosa c’è nel vostro futuro?
Puntiamo a crescere come offerta, a piccoli passi, per consentirci di mantenere la nostra attenzione focalizzata sulla ricerca della massima qualità, per arrivare ad una ventina di vini ed esportarli per veicolare il meglio della "scuderia" del Made in Italy nel mondo. Ma ci sono molte altre idee che stiamo sviluppando. Sarebbe prematuro parlarne ora, per cui il mio suggerimento è di continuare a seguirci sui nostri canali social.