IL PRIMO MAGAZINE ONLINE ITALIANO
PER ORIENTARTI NEL MONDO DEL VINO

News Martedi 28 Giugno 2022

Vino italiano, il valore della pluralità

È tempo di smettere di intendere il vino italiano solo ed esclusivamente come Barolo, Brunello o Chianti Classico. Limitarsi a queste sole denominazioni sarebbe un errore.

di Giovanna Romeo

Il vino italiano è un mondo variegato e complesso con 341 vini DOC e 78 vini DOCG, che presenta anche il maggior numero di vitigni autoctoni. Delle oltre 600 varietà registrate nel Catalogo Nazionale della Vite, quasi la totalità può essere considerata autoctona e in molti casi appartenente non solo a determinate regioni ma a piccoli areali all’interno delle quali ha trovato le migliori condizioni di sviluppo e sinergia col territorio. Districarsi da nord e sud nella moltitudine di denominazioni non è affatto semplice. Oggi per fortuna vi sono numerosi scrittori, giornalisti ed educatori dotati di ampia conoscenza in materia, capaci insieme a sommelier professionisti di veicolare una nuova comunicazione del vino italiano. Non più solo Barolo e Brunello di Montalcino ma tutto quel patrimonio di vini e vitigni che rendono unico il nostro paese, dall’Amarone della Valpolicella fino allo Zibibbo di Pantelleria, dal Gewürztraminer dell’Alto Adige al Magliocco Calabrese.

Anche Wine Searcher dal suo osservatorio conferma come il settore del vino stia cambiando. Piccoli produttori e nuove sensibilità verso il territorio stanno mostrando il valore del terroir, quella sinergia clima, terra, uomo, origine dell’identità. Lo scenario vinicolo italiano muta costantemente: la Sicilia del Nero d’Avola è oggi anche la Sicilia dell’Etna con l’autoctono Nerello Mascalese. L’Emilia Romagna, dopo la riscoperta e la valorizzazione del Lambrusco, sta portando in auge il suo Sangiovese. Anche le denominazioni minori hanno finalmente capito come creare riconoscibilità e il consumatore, sempre più interessato e consapevole, si sta avvicinando a nuove tipologie, ad esempio a vini rossi più leggeri come il Cesanese (Lazio), il Rossese di Dolceacqua (Liguria) o il Frappato (Sicilia).

In Italia, tutte le regioni hanno un grande potenziale; non solo la Sicilia che ha visto l’esplosione del territorio etneo, ma anche la Calabria, la Valle d’Aosta, l’Abruzzo, le Marche con l’areale del Verdicchio di Jesi e Matelica e il Piemonte del Gavi e del Timorasso, bianchi complessi e degni di un posto nella lista dei più grandi vini del paese.

Se Barolo e Brunello di Montalcino si sono assicurati l’attenzione dei mercati internazionali affermandosi come i migliori vini a livello mondiale, per Olivier McCrum, importatore di Spirits e Fine Wine italiani, almeno per il Barolo, nel 1994 tutto questo non era affatto scontato. Ancora oggi, per tutti, il mercato statunitense rimane l’ambizione – il vino italiano ha una quota di mercato del 34% -, soprattutto per i vignaioli più giovani convinti che l’unico modo per arrivare ad avere ottimi punteggi in Italia sia posizionare i propri vini negli USA dove, peraltro, nel 2021 c’è stata una spinta della spesa e le vendite del vino hanno raggiunto i 66.8 miliardi di Dollari (2020).

Produttori, se volete arrivare al mercato USA, non rimane che (almeno secondo McCrum): fare vini in cui si crede, che non siano ciò che chiede il mercato ma il proprio sentire; di fare vini buoni, ambasciatori del territorio, un elemento chiave più importante di qualunque stile o tendenza; trovare per essi clienti che li amino.