Conosciamo Francesco Carfagna da molti anni e lo scriviamo subito è un caro amico. Ma questa amicizia sincera non ci impedisce di essere obiettivi nel raccontare l’ennesima storia di paradossi, contraddizioni italiane.
Ma prima di arrivare all’attualità è fondamentale fare una seppur breve premessa (anche se per raccontare la storia di Francesco Carfagna e la sua “avventura viticola” all’Isola del Giglio servirebbe un libro).
Francesco, dopo aver frequentato l’Isola del Giglio da ragazzo in vacanza, decide di trasferirsi definitivamente nella splendida isola dell’arcipelago toscano, nel 1985.
E’ una scelta molto coraggiosa, qualcuno potrebbe anche affermare ai limiti della follia, ma per Francesco inseguire i sogni e prodigarsi al massimo affinché essi si realizzino da sempre è stata una sua impronta di vita.
Da insegnante di matematica in un liceo a Firenze, pur di poter sopravvivere nella suggestiva ma difficile Isola del Giglio, Francesco accetta un mare di diversi lavori, a partire dal muratore.
Tappa però fondamentale nel suo percorso isolano è l’apertura di un piccolissimo ma splendido ristorante, il mitico (per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di frequentarlo) “Arcobalena”. Lì, aiutato dalla moglie Gabriella e da suo figlio più grande Mattia e poi dalla più piccola Irene inizia ad esprimere creatività anche nell’arte della cucina. Ma tutto sempre all’insegna del rispetto dell’ambiente, delle persone, dei luoghi. E tra un piatto e l’altro Francesco intratteneva gli ospiti raccontando poesie e il suo sogno più importante, coltivare e produrre vino all’Isola del Giglio.
Erano gli anni (verso la fine degli anni 90 primi del 2000) in cui era partito, grazie a grandi uomini della viticoltura italiana come il prof. Mario Fregoni, e funzionari pubblici illuminati come Giovanni Piscolla (Regione Toscana) e Walter Nunziatini (Provincia di Grosseto), uno straordinario progetto per il rilancio della viticoltura delle piccole isole del Mediterraneo.
Sono stati anni unici ed irripetibili dove è stato possibile vedere realizzati progetti ritenuti quasi impossibili.
E uno di questi è stata l’Altura, la piccola azienda realizzata grazie ad un massacrante recupero durato più di 10 anni di quattro ettari di antichi vigneti abbarbicati sui pendii più scoscesi nella parte sud-ovest dell’Isola del Giglio.
Siamo stati diretti e fortunati testimoni di questo incredibile decennio (che prosegue tuttora) di recupero faticoso, di ripristino di muretti a secco, di reimpianto di barbatelle di Ansonaco divorate costantemente dalla moltitudine di conigli presenti (e ovviamente protetti come una sorta di “specie in via di estinzione”) e di continue vessazioni derivanti da quel dedalo allucinante di leggi che invece di rendere migliore il nostro Paese lo uccide lentamente e subdolamente.
Una di queste leggi ha portato nei giorni scorsi Francesco a ricevere l’ennesima offesa con una denuncia che definire grottesca è poco.
Francesco, infatti, commette il “gravissimo” reato di tagliare qualche rovo per fare pulizia ed evitare che la vegetazione selvaggia si riprenda la vigna vanificando cosi gli enormi sforzi fatti. Il giudice però non la pensa così perché quel suolo è vincolato all’interno del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano e non è stata chiesta nessuna autorizzazione, pertanto condanna Francesco Romano Carfagna e gli viene comminata una multa di ben 8.000 euro. Ma la beffa non finisce qui, infatti se la multa non verrà pagata (con generosità gli è stata proposta la possibilità di farlo in 20 comode rate), Francesco dovrà scontare 11 giorni nella patrie galere.
Francesco in questi giorni sta portando avanti con la sua famiglia una battaglia contro questa ennesima ingiustizia italiana che di fatto “ha equiparato il taglio di una frasca alla lottizzazione abusiva a scopo edilizio”.
Lo fa con le armi che da sempre l’hanno contraddistinto e cioè quelle del rispetto del prossimo e l’uso intelligente dell’ironia, anche quella più amara.
Innanzitutto ha scritto al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e al presidente del Parco, Giampiero Sammuri una lettera nella quale dichiara:”Se fossimo giungla il patrimonio sarebbe giungla. Ma siamo da sempre vigne, orti, frutti. Il patrimonio allora dovrebbe essere vigneto e paesaggio agricolo». E aggiunge: «Il recupero di questa agricoltura così difficile comporta comunque, oltre a una altissima dose di buona volontà e di amore (cuore puro), altrettanto altissimi costi e lavoro manuale enorme. Tanto è vero che gli opportunisti, speculatori, cacciatori di contributi e creatori di aziende fantasma sono piuttosto rari in questi territori, poco adatti ai loro scopi”.
E’ proprio così Francesco e tu con il tuo lavoro straordinario testimoni, più di tante chiacchere, di cosa vuol dire vivere di “sola terra”, di accettare sacrifici anche enormi, senza compromessi, per rimanere coerentemente un vignaiolo e un uomo vero.
Supererai anche questo, noi siamo con te.