Quali sono stati i motivi principali che hanno spinto alla definizione di una legge che normasse l’enoturismo?
Il primissimo motivo per cui abbiamo voluto normare il settore con una legge ad hoc era quello di risolvere un paradosso nel nostro ordinamento normativo. Il codice civile, all’art. 2135, prevede infatti la generica possibilità per l’imprenditore agricolo di svolgere l’enoturismo in quanto attività connessa a quella principale. Ma la norma civilistica, di fatto, faceva rimando ad “apposita legge” che in realtà non è mai esistita, per cui chi svolgeva attività di enoturismo rischiava di subire pesanti sanzioni di natura amministrativa e fiscale. Con la norma nazionale, prima, il decreto attuativo, poi, e il necessario recepimento da parte delle singole Regioni, si è di fatto reso applicabile quanto già previsto dal nostro codice civile, restituendo legittimazione ad una attività che già da tempo ha preso forma anche nel nostro Paese.
Questa nuova normativa che vantaggi garantisce agli operatori della filiera vitivinicola?
I vantaggi sono diversi. In primo luogo penso all’opportunità di ampliare, diversificare e, perché no, anche destagionalizzare il reddito legato alla mera produzione vitivinicola, in perfetta coerenza al concetto di multidisciplinarietà dell’agricoltura 4.0. Un altro elemento molto positivo deriva poi dalla possibilità di innesto del settore primario nel terziario, per quanto riguarda gli aspetti legati alla ricettività e al turismo. Non va dimenticato che giusto nel 2019, l’anno prima dello scoppio della pandemia da Covid, l’Italia è risultata quale prima meta turistica al mondo per wine-lover.
Siamo di fronte a un interesse in forte crescita, che si caratterizza in particolar modo per appartenere a un settore economico di target alto, dal momento che chi si approccia al vino non è alla ricerca di cheap experiences ma, al contrario, è ben disposto a spendere. E questo determina interessanti e molteplici ricadute: pensiamo all’ospitalità in termini di pernottamento, di consumazione di pasti di tradizione locale, di acquisto di souvenir del luogo, che sono sempre più enogastronomici o, ancora, al legame che si può cementare attraverso la possibilità dell’e-commerce. Detto in altre parole, il vino con l’enoturismo può essere un vero e proprio prisma rifrangente di molteplici offerte e servizi.
Secondo Lei quali sono le mancanze presenti nel Decreto attuativo?
Probabilmente, il peccato veniale del decreto attuativo sta nel fatto che manca un po’ di coraggio e di visione. Ci sono infatti delle limitazioni, come l’impossibilità di offrire pasti caldi in sede di degustazione del vino che obiettivamente mortificano o, quantomeno, arginano quello che può essere effettivamente un’espressione di servizi ed esperienze più estesa e più ampia, che non penalizza l’agriturismo ma diversifica l’offerta. O ancora, la mancata individuazione e adozione della cartellonistica dedicata. A questo si aggiungono poi altre difficoltà legate invece alla ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, come quelle in tema di formazione, ma in questo caso il decreto non può fare molto sono le Regioni che purtroppo continuano a restare un po’ distratte rispetto ad una necessità di profili nuovi.
Quanto è importante la formazione degli operatori enoturistici e cosa si sta facendo in questa direzione?
Sono convinto che il vero tallone di Achille della proposta enoturistica italiana sia proprio nella formazione. Noi non abbiamo e non riusciamo a qualificare bene i giovani in questo settore. Abbiamo istituti superiori che pur trattando di ristorazione, non sanno raccontare il territorio che esprime i prodotti tipici di quei luoghi e abbiamo istituti specializzati nel turismo che non sanno raccontare come un territorio si ritrovi tradotto e sublimato in un vino, così come in una goccia di olio.
Non sono esagerato nell’affermare che ci giochiamo le sorti e la riuscita di questo tipo di turismo proprio sulla partita della formazione. Perché per quanto si possa pubblicizzare bene un’esperienza, un prodotto o un territorio sui social e sul web, poi dobbiamo avere la capacità di accompagnare e raccontare con professionalità e competenza quello che è un complesso di tradizione, storia e cultura, qual è il vino.












































