Ho sempre sostenuto che i vignaioli italiani rappresentano un fattore determinante nella valorizzazione del nostro sistema vitivinicolo. La loro identità, così straordinariamente eterogenea, rappresentativa di quelle centinaia di diversi terroir del nostro Paese, è determinante per elevare la cosiddetta piramide qualitativa italiana.
Non si tratta di una considerazione “ideologica”, ma puramente “economica”: senza vignaioli perderemmo quel vertice identitario della piramide, l’unico in grado di innalzare il valore della base. Penso che lo sappiano bene anche i nostri grandi produttori, tra industriali, imbottigliatori e cooperatori che senza la forza identitaria dei vignaioli non potrebbero godere del giusto prestigio e posizionamento.
È vero che in quelle denominazioni dove non c’è un corretto equilibrio tra grandi (che aprono la strada nei mercati) e piccoli che ne elevano immagine e posizionamento, le cose non vanno purtroppo particolarmente bene.
Alla luce di tutto ciò, diventa molto importante osservare quanto fa Fivi, la Federazione italiana vignaioli indipendenti, che il prossimo 9 marzo andrà “alle urne” per il rinnovo delle cariche del Consiglio direttivo.
Quella della Fivi, a mio parere, non è una semplice “elezione”, perché questa organizzazione ha una responsabilità ancor più grande rispetto ai suoi associati e, più in generale, al comparto vitivinicolo nazionale.
Sono oggi oltre un migliaio gli associati di Fivi, ma potenzialmente potrebbero essere anche tre volte di più.
Già quest’ultimo aspetto fa riflettere come Fivi potrebbe allargarsi in chiave di prospettiva nemmeno così lontano.
Non si tratta, infatti, di far vedere i cosiddetti muscoli attraverso grandi numeri, ma è indubbio che i vignaioli italiani sono oggi molti di più di quanti sono stati riconosciuti in Fivi.
Domandarsi, pertanto, se il criterio di selezione per l’ingresso in Fivi sia quello adeguato ai tempi attuali è una domanda che a me sembra legittima.
Per questa ragione, è corretto chiedersi se un produttore che trasforma solo sue uve, magari anche in quantità importante, sia meno vignaiolo di un suo collega più piccolo ma che ottiene i suoi vini non esclusivamente dalle sue uve. Secondo il regolamento di ammissione alla Fivi, ricordiamo infatti, l’associato può produrre vini con uve provenienti da soggetti terzi, purché tali uve costituiscano al massimo il 30% rispetto al totale delle uve vinificate, dovendo le uve provenienti dall’esercizio dell’attività d’impresa dell’Associato essere pari almeno al 70% del totale delle uve vinificate.
Dare più peso alla Fivi, infatti, significherebbe dare finalmente più voce e spessore politico ed economico ad un segmento che, ripeto, è veramente strategico per il vino italiano.
L’universo dei vignaioli è rappresentato da diverse anime e sarebbe positivo ed utile che tutte queste fossero rappresentate all’interno di Fivi. Per questa ragione penso (non solo per la Fivi, a dire il vero, ma per tutte le associazioni di produttori) che avere una governance rappresentativa delle diverse anime produttive sia fondamentale. Perché se c’è un grave rischio nell’associazionismo è quello del cercare a tutti i costi l’unanimità, che quasi sempre è sintomo di limitazione dei pensieri liberi.
Significherebbe anche poter avviare meglio quell’azione di lobby che è preziosa non solo per tutta la categoria dei vignaioli, ma per tutto il comparto.
La peggior cosa, infatti, che potrebbe fare un’associazione come la Fivi è la cosiddetta sindrome della “riserva indiana”, e cioè isolarsi e non confrontarsi in maniera aperta e trasparente con tutti i diversi segmenti produttivi. Ed è per tale ragione che ritengo indispensabile che Fivi si doti anche di un osservatorio economico capace di monitorare meglio le dinamiche produttive e di mercato dei vignaioli.
L’analisi macroeconomica, infatti, mal si presta per comprendere il reale andamento e ruolo economico dei vignaioli. Basti considerare che sui mercati vitivinicoli la dimensione, per fortuna, non vuol dire tutto.
Ma una Fivi più forte e rappresentativa può essere anche un soggetto importante per far crescere i vignaioli anche sul fronte qualitativo, perché è sempre più evidente che la competitività del prossimo futuro si giocherà attraverso una migliore competenza economica e di marketing, ma anche tecnico-scientifica. Essere piccoli, infatti, non deve essere sinonimo di “dilettantismo produttivo”. Fortunatamente, i vignaioli italiani hanno fatto progressi straordinari in vigna e in cantina, ma questo non deve portare a dormire sugli allori e tanto meno illudere qualche “nuovo vignaiolo” a pensare che basta essere originali per essere vincenti.
Un noto vignaiolo piemontese nei giorni scorsi mi diceva: “Dobbiamo studiare molto di più perché a volte non siamo in grado di comprendere, da un punto di vista tecnico e scientifico, le reali ragioni che ci portano a realizzare dei grandi vini. E questo non va bene perché non basta avere una corretta “sapienzialità contadina”, frutto magari di lunghe esperienze: è necessario comprendere e approfondire i diversi fenomeni produttivi”.
Insomma, a pochi giorni dal rinnovo del direttivo di Fivi sono tanti i fronti aperti, non per ultimo anche le auspicabili modifiche dell’Ocm vino sul tema della promozione nei Paesi terzi dove i vignaioli faticano a trovare accessi percorribili per le loro dimensioni.
E in quest’ultima direzione si inserisce anche il tema delle reti di impresa che fino ad oggi, paradossalmente, ha visto i vignaioli poco attivi ad accettare la preziosa (se non, addirittura, indispensabile per molte realtà) occasione di fare squadra.
Anche su quest’ultimo fronte Fivi potrebbe stimolare maggiormente il “gioco di squadra”, perché valorizzare il sistema vignaioli non significa ridimensionare le singole identità produttive, bensì dare loro un megafono più udibile.
Voglio finire con un’ultima osservazione riguardante il tema degli eventi Fivi. Penso sinceramente che il Mercato Fivi a Piacenza, pur rappresentando un’ottima iniziativa, sia troppo poco per poter evidenziare al meglio i valori di questo straordinario segmento della vitivinicoltura italiana. Ormai, inoltre, l’organizzazione è costretta al cosiddetto click day, viste le tante richieste di partecipazione. Non si potrebbe, quindi, almeno allargarsi a qualche padiglione in più o cercare una fiera ancor più grande?
Nella speranza, inoltre, che questa maledetta pandemia ci lasci in pace, perché non pensare ad eventi internazionali dove far sentire forte la voce dei vignaioli italiani? Penso che il mondo li attenda da tempo e per il vino italiano sarebbe finalmente l’occasione migliore per raccontare la sua anima più identitaria.
Insomma, ritengo che Fivi oggi sia matura per fare un ulteriore salto di qualità e lo potrà fare aprendosi il più possibile, dando voce senza timori alle tante anime dei vignaioli italiani.












































