Le nozze d’oro sono un traguardo importante nella vita di due innamorati. E c’è chi, come Mattia Vezzola, ha la possibilità di festeggiarle con un amante molto particolare: le bollicine.

Nel 2023 ricorre, infatti, il cinquantesimo anniversario dalla prima volta in cui, con pochi ettolitri di vino e strumenti di fortuna, uno dei più grandi spumantisti del mondo ha iniziato la sua carriera.

Occasioni simili sono quelle in cui ci si guarda indietro e si “tirano le somme” delle tante esperienze fatte, analizzando con razionalità i cambiamenti del settore sulla base della propria esperienza e di quelle condivise con le tante personalità conosciute. E, grazie a queste osservazioni, si può anche avere una visione su quanto accadrà in futuro.

Nella giornata di festeggiamenti di questo cinquantesimo anniversario, presso la sede dell’azienda di Mattia Vezzola “Costaripa” in Valtènesi, abbiamo parlato con lui di cosa ci aspetta nel mercato del vino in futuro.

Dopo cinquanta anni di analisi delle dinamiche del settore vitivinicolo, quale sarà la sfida per il futuro del vino italiano?

Negli ultimi trenta o quaranta anni, c’è stato un rinnovamento nella viticoltura, nell’enologia e nella ristorazione, che ha fatto cambiare strada in particolar modo agli aspetti produttivi del mondo del vino. La sfida del futuro sarà quella di creare più valore e marginalità al prodotto. E per fare ciò serve la cultura.

In Italia abbiamo il privilegio, che pochi altri al mondo hanno, di vivere in un ambiente ricco di storia da poter raccontare. Un vino può anche essere molto buono ma, se non ha attorno nulla da raccontare, resta fine a se stesso.

Il fascino del vino è sempre nel racconto e nel mistero, grazie all’interpretazione che l’uomo è in grado di dare al frutto. Quindi è un fattore esclusivamente culturale.

E come si può fare a perseguire questo aspetto culturale?

Cultura vuol dire studio, lavoro, confronto.

Bisogna innanzitutto prendere coscienza del problema e iniziare un percorso di lungo periodo, ponendo delle solide fondamenta per le generazioni che ci seguiranno.
Ad esempio, il cambiamento dell’enologia italiana nasce nel 1975, anno in cui da un viaggio nel mondo enologico, e quindi dal confronto, ci si rende conto che da un punto di vista enologico, in Italia, eravamo molto arretrati. Da questa presa di coscienza ci sono voluti cinquanta anni per diventare un punto di riferimento nel mondo, senza però essere ancora arrivati.
Ora si dovrà fare lo stesso con la cultura del vino.

Successivamente sarà importante, in quest’ottica, la capacità di essere curiosi e di non accontentarsi, sia da parte di chi fa e vende il vino, sia da parte dei consumatori. Entra dunque in gioco un lavoro che dovrà essere svolto dalle famiglie nel far compiere ai propri figli un percorso filo-qualitativo, creando in loro lo spirito critico: la capacità di valorizzare l’importanza di ogni giorno, senza sprecare il proprio tempo con prodotti (vini e non) di bassa qualità.

Adesso parliamo delle bollicine a cui lei è tanto legato. Il Prosecco è il vino italiano che va per la maggiore all’estero; ci sono altri spumanti che hanno la potenzialità di superarlo in futuro e che si faranno conoscere in tutto il mondo?

Allo stato attuale, a livello numerico, il Prosecco è insuperabile.

Ma è giusto che ci siano vini effervescenti per tutti i gusti, tutte le occasioni e di tutte le qualità possibili. Perché sono vini con cui si celebrano le grandi occasioni, i momenti di gioia e tutti hanno il diritto di brindare ai propri successi.

Anche in questo caso, il successo degli spumanti di qualità sarà determinato dalla cultura che saremo in grado di trasmettere a tutti i consumatori.
Non è detto, infatti, che chi ora non ha la disponibilità economica per comprare uno spumante di altissimo posizionamento non ce l’avrà anche i futuro, e viceversa. Quindi bisognerà puntare sempre sulla qualità, facendo in modo che in futuro ci sia una fetta sempre maggiore della popolazione in grado di saper scegliere secondo questo criterio.