Rethink the Drink: dobbiamo davvero iniziare a ripensare alla bevanda vino? Prendiamo spunto da un interessante articolo uscito di recente a firma del giornalista inglese Robert Joseph, che si mette nei panni dell’avvocato del diavolo e analizza un’ipotesi scomoda, ma quantomai dovuta in questo momento. Dovremmo farci qualche domanda in più circa la natura della bevanda vino? Gli avvenimenti recenti accaduti negli Stati Uniti ci mettono qualche dubbio, secondo l’eclettico giornalista.
Tutto parte dallo slogan “Rethink the Drink”, l’attuale campagna informativa nello stato americano dell’Oregon, che ha davvero creato non poche polemiche. Il sito di questa iniziativa, promossa dall’Oregon Health Authority, spiega il progetto, che parte da questo assunto: “Il nostro rapporto con l’alcol è complicato. Abbiamo bisogno di nuovi modi di pensare e parlare dell’alcol che riflettano veramente i vari modi in cui lo usiamo e lo sperimentiamo”. Tutto ciò è corredato da dati a supporto: “Una persona su cinque in Oregon beve eccessivamente. La maggior parte delle persone in questo gruppo non sono affette da alcolismo o da un disturbo da consumo di alcol. Tuttavia, bevendo eccessivamente, le persone aumentano le probabilità di sviluppare un disturbo da consumo di alcol più avanti nella vita. È facile oltrepassare il limite del consumo di alcol senza rendersene conto, in parte perché la società ci rende facile bere in questo modo”.
Secondo i promotori di questa iniziativa “Rethink the Drink” non è una frase in codice per “smettere di bere”, ma un modo per fermarsi un momento e considerare il ruolo dell’alcol nelle nostre vite e comunità, gestendone il consumo in modi più sani. A tal riguardo il progetto offre soluzioni molto dettagliate: dal numero verde da chiamare in caso di dipendenza, ad un’app per tracciare il consumo e limitarlo, strumenti per pianificare il consumo ed i costi, e perfino un kit informativo e comunicativo, con tanto di infografiche, per i partner che aderiscono al progetto.
Tutto questo ha generato tra i professionisti del vino dell’Oregon critiche e lamentele. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato uno spot pubblicitario dove un uomo, accompagnato dalla figlia, si reca al supermercato per acquistare dei prodotti, tra cui una scatola di birra ed una bottiglia di vino rosso. Mentre l’uomo ripone la birra nel carrello senza esitazione, al momento della scelta del vino si ferma. Ciò che suscita la sua esitazione è la figlia che gli chiede perché lei non possa bere vino ed il papà le risponde che non le fa bene. La bambina incalza dicendo: “Perché a te fa bene? Perché lo bevi?”. A questo punto, l’adulto aggrotta la fronte pensieroso e dice: “Onestamente, è davvero un’ottima domanda” e rimette la bottiglia sullo scaffale (per vedere lo spot: qui).
“Sono solidale con i critici di questo particolare spot pubblicitario – dice Robert Joseph nell’articolo in questione- ma non posso oppormi ad alcune delle idee alla base di “Rethink the Drink”. Come sottolineano molti di coloro che hanno lottato – o continuano a lottare – con la dipendenza da alcol, le loro vite non sono rese più facili dall’aspettativa della società secondo cui bere, anche in eccesso, sia quasi automaticamente associato al divertirsi, o peggio ancora, all’essere uno del gruppo”. Questa credenza che rende l’alcol un elemento normale e centrale negli atteggiamenti e nelle relazioni sociali è qualcosa di recente, secondo il giornalista.
“Come professionisti del vino, raramente affrontiamo gli aspetti positivi o negativi dell’alcol: da una parte l’effetto rilassante che favorisce socialità e divertimento, e dall’altra le alte probabilità di favorire una dipendenza. Preferiamo di gran lunga ossessionarci per l’abbinamento cibo-vino e per il terroir” sostiene Joseph. Inoltre, l’idea che possa esistere un vino senza alcol è per molti viticoltori un’ipotesi molto scomoda.
Cabernet o Kombucha? Dice l’esperto in modo provocatorio. Il vino analcolico può anche non essere considerato o chiamato vino, ma è sicuramente un’alternativa di bevanda, come la birra ed i superalcolici.
Che lo si voglia o no, i tempi stanno cambiando, secondo l’esperto e le vendite di vino sono in calo o stabili in molti mercati, ma ciò che è certo è che i vini No-Low Alcol sono in sicuro aumento.
“Alcool e bevande analcoliche per adulti di ogni tipo dovranno imparare a convivere. Spesso saranno realizzati dagli stessi produttori, venduti negli stessi luoghi e apprezzati dagli stessi consumatori. Quindi, forse, invece di cercare di far sentire in colpa gli adulti per aver voluto acquistare della birra o del vino, l’Autorità sanitaria dell’Oregon farebbe meglio a mostrare loro l’acquisto sia di vino che di bevande analcoliche, magari per gli ospiti che, per qualsiasi motivo, potrebbero preferirli. Questo sarebbe davvero ripensare il vino…” conclude Robert Joseph.
E a noi sembra davvero un interessante spunto di riflessione da cui partire.












































