Dall’11 al 14 luglio scorso a Washington DC si è tenuto il Wine + Culture Fest, si tratta del più importante festival del vino dedicato all’educazione dei consumatori, alla brand awareness, alle innovazioni di settore e alle esperienze culturali focalizzato sull’esperienza dei professionisti e degli operatori del settore della comunità nera statunitense. Il festival promuove l’inclusione e il riconoscimento dei neri nel settore vitivinicolo, fornendo alla comunità di colore uno spazio per accrescere la propria conoscenza, professionalità e condividere esperienze.

In un settore dove la competenza e la conoscenza del vino sono spesso viste come prerogative prevalentemente bianche, maschili ed europee, l’idea di un universo vinicolo nero può sembrare nuova o persino improbabile.

La storia del vino è eurocentrica

L’industria vinicola americana è stata spesso criticata per aver ignorato i consumatori di colore e per aver chiuso un occhio (o forse due) sul razzismo nelle aziende vitivinicole e nei luoghi di lavoro. Dorothy Gaiter, giornalista nera esperta in ambito vitivinicolo, ha sottolineato come l’industria voglia mantenere “la sua curata immagine di club esclusivo”. Questa critica evidenzia un problema di lunga data: la storia del vino è stata raccontata principalmente attraverso la lente europea, enfatizzando l’importanza dei Paesi, degli esperti e dei consumatori europei, in particolare francesi.

Il ruolo del colonialismo nella storia del vino USA

Una visione più accurata e ampia rivela che la storia del vino negli USA si sviluppò e fu caratterizzata da una eterogeneità di persone di diverse origini. Per un’industria che cerca di diventare più inclusiva, una visione onesta della storia è un passo necessario. Thomas Jefferson, ex presidente degli Stati Uniti, è spesso considerato il “padre nobile” del vino americano. Jefferson, amante dei vini francesi, ha sperimentato la coltivazione di diverse varietà di vitigni nella sua piantagione di Monticello in Virginia. Tuttavia, la maggior parte del lavoro agricolo nella sua tenuta era svolto da schiavi neri.

Nonostante Jefferson sia spesso celebrato dall’industria vinicola della Virginia, è facile constatare che non esiste una linea diretta tra lui e le moderne aziende vitivinicole: Jefferson non riuscì a produrre vino dalle sue vigne e l’industria vinicola della Virginia attuale ha origini nel XX secolo.

Vitigni “Nuovo Mondo”: progetti imperiali europei

Storie simili si ripetono nel “Nuovo Mondo” del vino nel XVIII e XIX secolo, in Paesi come Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Cile e Argentina. Anche il termine “Nuovo Mondo” è stato oggetto di dibattito: per alcuni professionisti del vino, è una categoria geografica che significa “non europeo”, mentre per altri è un termine peggiorativo che indica produzione di massa e non di alta qualità.

Non a caso alcuni enti e operatori del settore hanno deciso di evitare questo termine. Ad esempio la Court of Master Sommeliers of America, dopo diversi scandali, ha rimosso il termine “Nuovo Mondo” dai suoi esami di certificazione del vino nel 2023. Tuttavia, il termine può aiutare a riconoscere il ruolo dei professionisti non europei nella storia del vino.

I nuovi impianti del Nuovo Mondo furono tutti figli di progetti imperiali europei. Dal XVI al XIX secolo, i coloni europei piantarono viti nei territori conquistati: gli spagnoli in Perù, Messico, Cile e California, gli olandesi e poi i britannici in Sud Africa e i britannici in Australia, Nuova Zelanda e Nord America orientale. Jefferson non era un profeta solitario del vino, ma rappresentava il tipico gentiluomo europeo che vedeva il vino come un simbolo di progresso e civiltà.

Un passato colonialista e schiavista da riconoscere

Riconoscere la rilevanza del colonialismo, dello schiavismo e del lavoro forzato nella storia del vino ci aiuta a comprendere le disuguaglianze socio-economiche che persistono ancora oggi. Gli schiavi neri di Jefferson coltivavano uve nel XVIII secolo, proprio come i nativi americani lavoravano nelle missioni francescane in quella che oggi è la California. Questo dimostra la relazione lunga, traumatica e profonda tra le minoranze etniche e il vino negli Stati Uniti.

Senza questa doverosa contestualizzazione, gli appassionati e i professionisti del vino neri possono sembrare nuovi arrivati che adottano una cultura che non fa parte del loro retaggio e della loro storia. Negli Stati Uniti, infatti solo l’1% delle aziende vinicole è di proprietà nera e la prima azienda vinicola di proprietà di un nero, la Woburn Winery in Virginia, fu aperta solo nel 1940.

Ritengo che comprendere e valorizzare l’eredità coloniale del vino non sia solo un atto di giustizia storica, ma un passo fondamentale per costruire un’industria vinicola più equa e inclusiva. Comprendere le radici profonde del contributo delle comunità nere e delle altre minoranze nel settore vitivinicolo statunitense permette di arricchire il panorama culturale e professionale del vino. Solo attraverso una narrazione completa e onesta possiamo apprezzare appieno la diversità e la complessità di questo affascinante mondo. In definitiva, un’industria che abbraccia tutte le sue storie, anche quelle scomode, può aprire nuove strade per la crescita e l’innovazione, celebrando il vino come simbolo universale di condivisione e progresso.