Durante la settimana della Premier Napa Valley un post Facebook del 26 Febbraio 2024 della wine writer Karen MacNeil ha scosso il mondo enologico californiano. Durante un tasting dell’Atelier Melka l’esperta ha pubblicato una foto dei vini in degustazione e scritto sul social media: “Tutte queste aziende vinicole si avvalgono del consulente enologico Philippe Melka. Tutte queste aziende vinicole producono Cabernet Sauvignon della Napa Valley soffici, morbidi, ben strutturati e molto costosi. È un problema se molti di loro hanno un sapore pressoché uguale?”.

La “bomba” sganciata dall’autrice di The Wine Bible sui social media ha generato scalpore, anche se poi successivamente ammorbidita dalla stessa autrice, che ha dichiarato a Wine-Searcher di non pensare che tutti i vini di Melka siano veramente uguali, ma di voler sollevare una questione importante e porre l’attenzione su una possibile minaccia futura per i vini della Napa Valley: l’emergere di enologi star che lavorano per più cantine vinicole sta creando una certa omogeneità nei vini. 

“Philippe è una persona meravigliosa e penso che sia molto talentuoso, ma non credo che si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca”, ha detto la giornalista ed esperta a Wine-Searcher. “Non si può dire che la Napa Valley abbia 16 AVA (American Viticultural Area) e che produca vini che riflettono il terroir e, poi, avere un gruppo di vini che hanno tutti un sapore molto simile”.

“Le persone di solito sono sorprese e stupite dalle differenze nei vini Atelier Melka, più che dalla loro similarità” ha ribattuto alle critiche Philippe Melka in un recente articolo pubblicato su Robb Report a firma di Mike DeSimone e Jeff Jenssen che parla degli enologi star. Melka, che oltre ad avere una società di consulenza di una ventina di aziende in Napa è anche produttore lui stesso, ritiene che tutti i suoi vini abbiano profili di gusto unici: lui e il suo team – ha spiegato – assaggiano con altri viticoltori, assaggiano internamente e fanno degustazioni alla cieca dei loro vini accanto ad altri per fare confronti.

“Ci sono così tanti fattori che contribuiscono alla nostra vinificazione: il luogo, il microclima, l’architettura del vigneto, la filosofia generale di vinificazione e gli obiettivi stilistici e le date di raccolta della vendemmia” ha spiegato. Definendo i propri vini “artigianali”, sottolinea che oltre al terroir, ogni vino differisce per la composizione varietale complessiva, il tipo di fermentazione, la scelta della botte e i regimi di invecchiamento. “Dati tutti questi fattori, sosteniamo fermamente che tutti i vini che produciamo sono unici per la visione del proprietario, del sito e dell’annata” ha concluso. 

Ora, al di là delle diverse posizioni espresse, condivisibili o meno, questa case history ci spinge a fare delle considerazioni generali. Ciò che caratterizza questi “enologi star” è la notevole fiducia che gli viene accordata dai clienti, che li scelgono per creare i loro vini, e talvolta anche da parte dei consumatori che si fidano dell’esperienza e della qualità garantita dalla stessa. 

Dunque resta solamente una domanda da porsi, perché come i nostri lettori sanno bene, riteniamo che gli esempi che arrivano da oltreconfine siano fonte di riflessioni e confronti. Possiamo estendere questa case history anche al sistema vitivinicolo italiano? Esistono casi analoghi a quello di Philippe Melka? Ed infine l’ultima possibile riflessione, a cui non vogliamo dare una risposta né affermativa né negativa, è la seguente: può un consulente enologico ed il suo team rendere omogeneo lo stile dei vini che crea? È questo fattore positivo o negativo?