Le visite enoturistiche tradizionali rischiano di annoiare i visitatori se non personalizzate. In questo articolo analizziamo i feedback raccolti da cantine ed ospiti dopo l’editoriale dell’ultima settimana, evidenziando come storie autentiche e dettagli unici possano rendere memorabili le esperienze. Una riflessione su standardizzazione, storytelling e innovazione, con l’obiettivo di stimolare il settore a migliorarsi attraverso creatività, dialogo e valorizzazione del territorio.

Il mio ultimo editoriale, intitolato Le visite in cantina sono tutte uguali? Quando la noia è dietro l’angolo,  in cui introducevo il tema del rischio noia nelle visite aziendali, ha innescato una discussione accesa sui social.

Questo, di per sé, è già un successo: significa che il tema tocca un nervo scoperto del nostro settore.

Molti commenti sono stati diretti, talvolta polemici, e forse anche un po’ personali. Ma non è mio interesse alimentare conflitti; preferisco concentrarmi sul vero nodo della questione: l’esperienza enoturistica offerta dalle cantine.

Cosa ci dicono i commenti: una sfida per migliorare

Un commento diceva: “Ho lavorato per una cantina che accoglie 15.000 persone l’anno e mai nessuno si è annoiato!”. Un altro aggiungeva: “L’esperienza dovrebbe essere il vino, non c’è bisogno di altro.”

Legittimi punti di vista, ma vorrei chiarire: non ho mai sostenuto che ogni esperienza in cantina sia noiosa o che non esistano realtà capaci di sorprendere i propri visitatori. Anzi, proprio queste eccezioni rappresentano esempi virtuosi.

Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che molti enoturisti raccontino di essersi trovati di fronte a esperienze troppo simili tra loro, in cantine che non hanno saputo valorizzare e comunicare in modo efficace le proprie peculiarità uniche. Al di là di indagini e statistiche, questa percezione emerge chiaramente dai feedback raccolti sia dagli enoturisti sia dagli Hospitality Manager stessi durante le nostre visite a oltre 750 cantine in Italia e all’estero.

La domanda allora è: possiamo davvero permetterci di ignorare questa percezione? Siamo certi che basarci solo sul vino sia sufficiente per conquistare un pubblico sempre più esigente e diversificato?

Perché per il consumatore le storie contano più del vino?

Un aspetto fondamentale che spesso viene trascurato è che il consumatore medio non sempre è in grado di distinguere un vino eccellente da uno discreto. Perché allora sceglie di ricordare una cantina, o addirittura di tornarci? Per il modo in cui quel vino, e quella storia, gli sono stati raccontati.

Un racconto appassionato, autentico e coinvolgente non solo rende unica l’esperienza, ma aiuta il visitatore a costruire una connessione emotiva con il vino e il territorio. E questo, alla fine, è ciò che fa la vera differenza tra una visita che lascia un segno e una che si dimentica presto.

Standardizzazione: un rischio concreto

Il cuore della discussione non è demonizzare l’approccio classico (vigneto, cantina, degustazione), ma riflettere su quanto questo schema, pur valido, possa risultare ripetitivo quando applicato senza una personalizzazione.

Non si tratta di trasformare le cantine in parchi tematici, ma di domandarsi:

  • Come possiamo valorizzare il nostro territorio e la nostra unicità?
  • Come possiamo trasmettere qualcosa che vada oltre ciò che il visitatore si aspetta?

Essere diversi non significa necessariamente offrire uno spettacolo o stravolgere il ruolo del vino, ma mettere in campo un’idea, un racconto, un dettaglio che faccia la differenza.

Le sfide di un settore “mors tua vita mea

Un altro commento affermava: “In questo settore vige il mors tua vita mea.” È vero, spesso c’è poca condivisione. Ma è proprio per questo che dobbiamo aprirci a un dialogo, riconoscendo che se il settore cresce, cresciamo tutti.

Non è facile uscire dalla zona di comfort. Richiede tempo, creatività e, spesso, investimenti. Ma il punto non è dire “le visite sono tutte uguali” e basta, bensì spingere il settore a riflettere su come migliorarsi.

Il nostro intento, con questo e con altri articoli, non è mai quello di criticare gratuitamente, ma di stimolare la crescita dei migliaia di produttori che ci leggono. Enoturismo non significa semplicemente aprire le porte e versare un “buon” vino agli enoturisti. Farlo bene richiede molto di più: visione, creatività, capacità di comunicare e raccontare una storia che faccia sentire il visitatore parte di qualcosa di unico.

Non intendiamo lodare il nostro contributo al mondo dell’enoturismo, ma una cosa ci è chiara: farsi troppi complimenti, senza porsi domande e praticare un’autentica autocritica costruttiva, non porta alcun risultato concreto.

Se vuoi approfondire questi temi, seguici sui nostri canali o contattaci. Saremo felici di ascoltare la tua esperienza e di confrontarci per crescere insieme.


Punti chiave

  1. La standardizzazione delle visite in cantina può risultare noiosa per i visitatori.
  2. Esperienze autentiche e storie coinvolgenti sono decisive per fidelizzare gli enoturisti.
  3. Innovare non significa spettacolarizzare, ma valorizzare unicità e territorio.
  4. Il dialogo e l’autocritica sono essenziali per la crescita del settore enoturistico.
  5. Enoturismo richiede visione, creatività e capacità di raccontare una storia unica.