L’Australia è un esempio di evoluzione culturale grazie al vino, diventato un simbolo di inclusività e modernità. Le cantine offrono esperienze enoturistiche straordinarie, con un’accoglienza impeccabile e un connubio perfetto tra vino e cibo. Tuttavia, è fondamentale preservare la democrazia del vino, evitando un’eccessiva esclusività, per mantenere un’apertura verso tutti i consumatori.

Mancavo dall’Australia da esattamente trentaquattro anni. Tantissimi. Eppure ho ritrovato un Paese sostanzialmente uguale a come l’avevo lasciato all’inizio degli anni ’90. Lontano da tutto, non solo fisicamente. Ma se questo aspetto da meno che trentenne mi risultò allora insopportabile, oggi l’ho trovato rassicurante, quasi invidiabile.

Ricordo che nei miei tre anni australiani vissi, ad esempio, la Guerra del Golfo solo attraverso le lettere dei miei cari e amici, perché per i media locali era una notizia non certo di prima pagina.

Allora mi sembrava una follia questo “distacco”, ma in questi giorni australiani rivedendo i tg e ascoltando i notiziari in radio nei lunghi spostamenti in camper – le principali news narravano di coccodrilli che attaccano pescatori nei fiumi di Darwin o dei bulli adolescenti che infastidiscono i passanti nelle strade del Queensland – mi sentivo quasi rinfrancato.

Mentre stavo attraversando il Murray River tra lo Stato del New South Wales e il Victoria una mia cara amica mi ha inviato un WhatsApp chiedendomi come i media australiani stavano trattando il tema dell’arresto di Cecilia Sala in Iran. Le ho semplicemente risposto: “Non ne parlano assolutamente. Non è per loro una notizia, come tante altre news internazionali che invece inondano i nostri media”.

Questo isolamento – sebbene si possa considerare paradossale viste ormai le decennali e inevitabili interazioni politiche, sociali, economiche determinate dalla globalizzazione – consente, però, un’analisi secondo me interessante e utile sul rapporto con il vino in un Paese che appare meno “contaminato” dalle dinamiche di consumo oggi più evidenti in particolare in Europa e in Nord America.

La prima cosa che mi sento di sottolineare è che il vino in Australia è ancora decisamente “cool e non ho minimamente percepito nessun segnale di stanchezza della sua immagine.

Non solo: l’ho trovato decisamente più trendy rispetto a una trentina di anni fa e capace di coinvolgere in maniera trasversale più generazioni, da quelle più vecchie a quelle più giovani.

Ho trovato istruttiva una cena spettacolo ispirata alla vita dell’outback australiano, il simbolo più forte dell’identità australiana, in cui, (a mio parere forzatamente) gli australiani si sentono accomunati agli aborigeni, gli unici che ne avrebbero pieno diritto. Durante la serata, il vino era la bevanda principale, mentre la birra rappresentava un semplice ripiego.

Certo leggendo le statistiche la birra continua a farla da padrone in Australia ma se “ai miei tempi” essa rappresentava un simbolo del Paese (basti pensare alla forza allora del brand Foster’s) oggi è sicuramente il vino la bevanda cult.

E lo è diventato perché il vino ha e sta rappresentando per l’Australia un prodotto altamente rappresentativo della loro cultura, di quello che sono ma anche di quello che vogliono essere.

Si potrebbe affermare che la birra è indubbiamente la bevanda del “take it easy, mate” (rilassati, amico) mentre il vino è quella del “we are aussies mate, we know how to live” (siamo australiani amico, sappiamo come vivere).

Insomma, il vino è un upgrade culturale di grande importanza per questo Paese ed è questo aspetto che ha consentito l’aumento di un numero notevole di piccole imprese che oggi sono un perno turistico e gastronomico in quasi tutti gli stati australiani.

Da parecchi anni l’Australia ha abbandonato l’idea, il progetto di diventare il più grande produttore di vino al mondo (ricordate la loro vision 2025 di una trentina di anni fa?), e si fa molte meno illusioni sul fronte dell’export, ma nel contempo ha preso consapevolezza che la propria produzione vitivinicola possa diventare sempre di più competitiva in casa, profeta in Patria.

E i numeri, in questa direzione, stanno dando assolutamente ragione alla nuova strategia vitivinicola australiana consentendo la sostenibilità economica a molte pmi del vino di questo Paese.

Sottolineare come l’enoturismo sia il perno economico della vitivinicoltura australiana è ormai cosa risaputa da tempo. Evidenziare come questo sia stato possibile grazie anche a un’attrattività turistica delle cantine australiane ben superiore a quella conseguibile nel nostro Paese, viste le tante altre alternative, è sicuramente vero.

Ma sarebbe, però, sbagliato liquidare la questione affermando che è facile fare numeri nell’enoturismo in Australia perché non vi sono altre alternative nei loro territori, dove a prevalere è solo la natura e spesso solo sterminate foreste di eucalipti.

Si, è vero, ma allo stesso tempo la gran parte di queste cantine è stata in grado di organizzare un’accoglienza straordinaria sia in termini strutturali che di risorse umane.

Le cantine australiane sono posti fighi, sia quelli più lussuosi che quelli più semplici. Ci si sente quasi sempre bene accolti, lasciati liberi di poter fare qualsiasi tipo di esperienza.

La grande possibilità di abbinare vino e cibo, inoltre, rappresenta, poche storie, un altro importante valore aggiunto.

Abbiamo tanto da imparare dall’ospitalità delle cantine australiane e, pur con le dovute differenze, dobbiamo sforzarci una volta per tutte di fare anche noi un fondamentale salto di qualità sul fronte enoturistico.

Nessuna negatività è emersa da quest’ultimo nostro Australia Wine Tour? L’ho già sottolineato in un mio altro editoriale – intitolato: Cosa mi hanno insegnato i canguri in Australia – a commento del nostro Tour: il virus dello snobismo sta affiorando qua e là anche in Australia. In qualche cantina vi è la ricerca spasmodica dell’esclusività. Questo va bene se sono in poche a ricercarla, perché è inevitabile e utile che vi sia una corretta segmentazione dell’offerta. Ma questo può diventare pericoloso se tutte le realtà produttive vogliono giocare il medesimo campionato.

C’è estremo bisogno, lo ripeto, che vi sia un ampio spazio a una proposta di vino che sia la più democratica possibile, non solo nel prezzo (quello è l’aspetto che mi preoccupa di meno) ma soprattutto nella comunicazione, nell’apertura a tutti, nell’inclusività.

L’Australia ha dimostrato sempre di essere un Paese aperto, democratico, magari anche talvolta troppo “easy” per noi vecchi snob europei

Ma mai come oggi c’è bisogno di Paesi produttori di vino che sappiano parlare a tutti, senza distinzioni o recinti per evitare che il mondo del vino diventi una triste riserva indiana o, per rimanere in tema, aborigena.


Punti chiave

  1. Il vino in Australia è un simbolo di inclusività e modernità.
  2. Le cantine australiane offrono un’enoturismo di alto livello.
  3. L’accoglienza in Australia è un esempio di ospitalità straordinaria.
  4. Il vino ha superato la birra come simbolo culturale australiano.
  5. Serve mantenere la democrazia del vino per preservare l’inclusività.

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