In questo articolo, il Direttore risponde alle recenti dichiarazioni sulla salute legate al vino, rifiutando l’ossessione salutista. Propone di parlare di vino come piacere e cultura, difendendo il diritto di godere di un bicchiere senza sensi di colpa.

Lo ammetto, mi ero ripromesso di non parlarne più. Mi ero detto: “Fabio, basta con il tema vino e salute. Ti rovina l’umore e, peggio ancora, non serve a nulla”. E invece eccomi di nuovo qui, costretto a intervenire, dopo le recenti affermazioni del professor Silvio Garattini  (Fondatore e Presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS) in risposta alle parole del ministro Lollobrigida.

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Un copione già visto, che si ripete ormai con cadenza quasi liturgica: qualcuno parla di vino in modo positivo, magari anche in modo discutibile o sopra le righe, e puntualmente arriva il fuoco incrociato del fronte salutista. Un fronte che, sempre più spesso, sembra avere un solo obiettivo: criminalizzare il vino, demonizzare chi lo produce, chi lo beve, chi ne parla. Trasformare un patrimonio culturale millenario in un vizio da reprimere.

Ecco, io personalmente non ci sto più.

Sì, ho rispetto per chi studia, per chi si occupa seriamente di salute pubblica. Non mi interessa fare crociate ideologiche, né mettermi dalla parte del negazionismo, anzi. Ma a un certo punto bisogna dirlo con chiarezza: il vino non è un medicinale, ma nemmeno un veleno. È piacere, è cultura, è condivisione. E continuare a infilare il vino dentro logiche sanitarie, dentro tabelle nutrizionali e algoritmi di rischio, significa snaturarlo. Significa impoverire la nostra vita.

Siamo arrivati a un punto in cui pare quasi ci si debba giustificare se si alza un calice a cena, come se si stesse commettendo un atto sovversivo. Come se bastasse una bottiglia in tavola per compromettere la salute dell’umanità. Ma davvero pensiamo che il problema sia il vino? Davvero siamo così fuori fuoco da non accorgerci che l’ossessione salutista, portata all’estremo, rischia di compromettere un altro bene fondamentale: la nostra libertà.

Ecco perché, oggi più che mai, voglio rilanciare un concetto semplice: parliamo di vino in termini di piacere. Punto. Lasciamo da parte le diatribe medico-politiche, i dati a supporto dell’una o dell’altra tesi, gli studi scientifici sventolati come clava. Abbiamo bisogno di restituire al vino la sua dimensione originaria: quella di un’esperienza sensoriale, culturale, emozionale. Che può arricchire la vita, non certo distruggerla.

Se questo è diventato un discorso scomodo, allora sarò scomodo. Ma continuerò a difendere il diritto di bere un bicchiere in pace, senza essere trattato come un irresponsabile. Perché – e lo dico senza alcuna esitazione – il vino è parte della mia idea di libertà.

E nessuno, nemmeno il più autorevole dei professori, me la porterà via.

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Punti chiave

  1. Il vino non è un veleno, ma una cultura che arricchisce la vita, non la compromette.
  2. Bisogna rifiutare il dibattito salutistico, restituendo al vino la sua dimensione di piacere e condivisione.
  3. L’ossessione salutista rischia di compromettere un altro bene fondamentale: la libertà.
  4. Il vino non deve essere visto come un rischio sanitario, ma come un’esperienza sensoriale e emozionale.
  5. La difesa del diritto di bere un bicchiere in pace è un atto di libertà, non di irresponsabilità.